Al termine delle quattro giornate previste, si può dire che anche questa terza edizione estiva del Festival del Lamento – di tanto in tanto si è potuto assistere anche a sue estensioni in altre stagioni – sia arrivata in un porto sicuro e soprattutto che non ha perso quella carica di entusiasmo e di sana trasgressione mai fine a se stessa che fin dall’inizio è stata il suo vero “marchio di fabbrica”.
Il Festival è nato tre anni fa da una felice invenzione di Gaetano Moraca e dell’associazione Deda, e in effetti sta prendendo sempre più piede, suscitando le attenzioni di un pubblico ogni anno più esteso e dei media in una dimensione non solo locale.
Quest’anno i ragazzi di Deda si sono voluti presentare in una veste ancora più spiazzante del solito, fin dal titolo della manifestazione: “Spaturnati”, aggettivo rigorosamente dialettale ma dalle origini colte – deriverebbe infatti dal latino “sine patre nati” –, che oggi si tradurrebbe semplicemente con “sfigati” o “delinquenti”, ma in senso buono, come lo si potrebbe usare per redarguire un gruppo di bambini che ha appena compiuto una marachella.
Mi piace raccontare l’edizione 2025 un po’ come se fosse il diario di bordo di una navigazione in un mare calmo e avvenuta senza intoppi, ma solo perché tutto era stato ben preparato con largo anticipo. Ogni cosa al suo posto, ogni marinaio che sapeva perfettamente cosa fare, il capitano e i suoi più stetti collaboratori con un’idea precisa della manifestazione che è andata a realizzarsi, giorno dopo giorno, esattamente come era stato previsto.

Primo giorno
Nell’introdurre la prima giornata a un folto pubblico, l’ideatore Gaetano Moraca, dopo il rito collettivo in cui è d’obbligo gridare tutti assieme “guaaai”, espressione con cui ci si suole lamentare a queste latitudini, ha battezzato il Festival come «una grande festa di comunità», ma con una forte attenzione per «chi magari – lamentandosi – sta chiedendo aiuto» e con l’idea guida che la cultura non deve mai essere esclusiva ma accessibile a tutti. I saluti istituzionali sono stati affidati al sindaco della città Michele Chiodo che ha definito gli organizzatori «spaturnati sì, ma geniali», ribadendo come la comunità locale sia ricca di potenzialità e che, «se lasciata libera di esprimersi, sa fare cose importanti». Presenti anche i vertici del Gal dei Due Mari, tra i finanziatori dell’iniziativa, con il presidente Francesco Esposito e la direttrice Maria Antonietta Sacco che hanno voluto elogiare l’idea del Festival e più in generale chi si propone di fare cultura nelle nostre aree interne.

La responsabilità di rompere il ghiaccio è toccata ai giovani coristi e musicisti del Conservatorio “Stanislao Giacomantonio” di Cosenza, magistralmente guidati dalla direttrice Letizia Butterin, che hanno emozionato i presenti con una performance altamente suggestiva, tra il recitato e il cantato, per la prima volta eseguita in strada e non nei luoghi canonici a cui sono abituati, come un teatro o una chiesa. Ma a giudicare dal risultato è un’esperienza che si potrà facilmente riprendere anche in altri contesti al fine di portare la musica tra la gente.

Secondo giorno
La seconda giornata ha visto protagonista la giornalista dell’«Internazionale» Annalisa Camilli che ha raccontato la sua esperienza a Steccato di Cutro, subito dopo il naufragio – una tragedia che si poteva evitare – che è costato la vita a 94 persone. E ha parlato di ciò che sta avvenendo oggi nella Striscia di Gaza dove i giornalisti internazionali non sono ammessi e quelli palestinesi, attraverso i quali conosciamo i crimini perpetrati ai danni della popolazione civile, sono a loro volta diventati target per l’esercito israeliano perché testimoni scomodi. Poi si è intrattenuta sulla funzione dei giornalisti anche nel rapporto con i social network, che tentano di mettere in discussione la stampa ufficiale spacciandosi per liberi e democratici, ma che sono in realtà regolati da precisi algoritmi e di proprietà dei più grandi capitalisti del mondo, guarda caso tutti presenti alla cerimonia di insediamento di Donald Trump. Quindi, siccome i giornalisti non possono far nulla senza un’opinione pubblica che li segua, sarebbe importante ripartire da comunità reali, un po’ come si sta facendo in questi giorni grazie proprio al Festival del Lamento.
La serata è poi stata appannaggio di Davide Calgaro, molto seguito soprattutto dai più giovani, con la sua stand up comedy dal titolo Millennium bug.

Terzo giorno
Nella terza giornata si è parlato di spopolamento, anzi “spopo-lamenti” per restare in tema con il fil rouge che ha accompagnato tutto il Festival. Ma più che lamenti, si sono sentite analisi approfondite e proposte di soluzione dai quattro ospiti che hanno dato vita al dibattito: le due professoresse dell’Unical Manuela Stranges (demografa) e Sabina Licursi (sociologa), Carmelo Traina del movimento “Questa è la mia terra e io la difendo!” e Angela Maria D’Amelio dell’associazione “Casalina”. C’è spazio per la speranza che arriva direttamente dai residenti dei paesi, in maggioranza soddisfatti della vita che conducono perché fanno riferimento a «criteri differenti dalla dimensione quantitativa, cioè a quelli della relazionalità e della demercificazione dei bisogni». Certo sarebbe importante che la politica ripensasse l’intervento pubblico per garantire i servizi essenziali e la mobilità.


Poi, gran serata con Franco Arminio, paesologo, scrittore e poeta, che si è dimostrato un performer d’eccezione, intrattenendo un pubblico entusiasta per oltre due ore, coinvolgendolo, commuovendolo, stimolandolo, a dimostrazione che si può e si deve fare cultura alta, perché ancora in tanti sono disposti a recepirla. Tra poesie recitate perlopiù a memoria dall’autore e qualche “prosa lamentosa” interpretata invece dalla bravissima attrice Francesca Ritrovato – nomen omen, ritrovata da una Calabria sua terra d’origine in cui vorrebbe tornare dopo varie peregrinazioni –, sono passati messaggi profondi. In primis quello su Gaza perché «ogni popolo ha il sacro diritto di una terra in cui abitare» e sui tempi bui che stiamo vivendo, che hanno bisogno «di canti, di preghiera e di poesia». Sulla Calabria che «è un altrove nei confini nazionali ed è un bene che sia così». Su Soveria, un paese dove ha sentito che c’è «l’energia dei luoghi che non hanno parlato e che hanno voglia di parlare».
Infine, l’invito a stare meno sui social e usare quel tempo per imparare almeno una poesia a memoria che poi si potrà spendere al bar, su una panchina in piazza, perfino col benzinaio mentre fa il pieno. Quasi come la comunità di resistenti descritta da Ray Bradbury in Fahrenheit 451, quella che si era autoesiliata per salvare i libri dai roghi imposti da un’autocrazia imparandoli a memoria e diventando “uomini e donne libro”.

Quarto giorno
Nella quarta giornata il Festival si è spostato solo momentaneamente in Piazza Bonini per dare allo spettacolo di danza e musica elettronica Stuporosa i giusti spazi e la cornice ideale per essere fruito al meglio. Ispirandosi al saggio Morte e pianto rituale dell’antropologo Ernesto De Martino, il regista e coreografo Francesco Marilungo ha creato un universo in cui si esprimono le danzatrici Alice Raffaelli, Barbara Novati, Roberta Racis e Francesca Linnea Ugolini, assieme alla musicista Vera Di Lecce, riproducendo tradizioni che dall’antica Grecia si sono tramandate per generazioni fin quasi ai nostri giorni.
Non poteva poi mancare una cena conviviale che ha ricordato quelle che si verificano alla fine di ogni episodio degli albi di Asterix sceneggiati da Goscinny e disegnati da Uderzo, nel villaggio gallico che resisteva strenuamente ai tentativi di conquista da parte di Cesare, ma questa volta senza l’esigenza di neutralizzare lo stonatissimo bardo, perché a suonare per il concerto di chiusura sono stati i musici di “Felici e Conflenti”.
Tutto questo ha trovato ospitalità in uno dei quartieri storici del paese, quel Rione Colosimelli di Soveria Mannelli che già lo scorso anno si era rivelato location ideale per una manifestazione di questo genere, confermandosi tale anche quest’anno per le atmosfere festose e una disposizione degli spazi che favorisce l’aggregazione.
Raffaele Cardamone

























