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Home » In Sila ritrovati i resti di Elephas Antiquus, un elefante preistorico: si studia la scoperta

In Sila ritrovati i resti di Elephas Antiquus, un elefante preistorico: si studia la scoperta

Gabriele Emilio Chiodo di Gabriele Emilio Chiodo
28 Novembre 2017
in CULTURA e SPETTACOLI
0
In Sila ritrovati i resti di Elephas Antiquus, un elefante preistorico: si studia la scoperta
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In Sila, in territorio di Camigliatello, si può affermare senza dubbio che sia stata “scritta “ una nuova pagina della storia già millenaria della nostra regione, almeno da quanto è emerso dagli esiti del convegno svoltosi nella sala conferenze del Centro Visite Cupone, stiamo parlando dell’annuncio dell’eccezionale ritrovamento, avvenuto in un tratto della riva del lago Cecita, dei resti di un elefante preistorico. 

In una conferenza affollata, a cui hanno preso parte persone di assai diverse fasce di età, nella giornata di sabato 25 novembre 2017, sono stati presentati i risultati preliminari, è bene precisarlo, di alcuni recenti scavi effettuati sulle sponde del lago Cecita, indagini che hanno portato alla luce dei resti di Elephas Antiquus. Si dovrebbe trattare di una specie di questo pachiderma vissuto sul globo terrestre in un arco assai vasto di tempo compreso tra 700.000 e 40.000 anni fa. E’ d’obbligo precisarlo, sono risultati preliminari, alla luce delle prime notizie apparse sulla stampa che fanno riferimento al termine più antico senza che si sia di fronte ad un pronunciamento delle autorità scientifiche, le cui indagini sono ancora in corso. E’ la solita corsa al sensazionalismo: passabile, ma non del tutto, su organi di stampa locale, inammissibile su testate di informazione di levatura nazionale. Ma tant’è.

Nella sala del Centro Visite dell’ex Corpo Forestale dello Stato di Cupone erano presenti Mario PAGANO, Sovrintendente Archeologico per le province di CA, KR e CS; Giovanna VERBICARO della stessa Soprintendenza; Antonella MINELLI dell’Università del Molise; Felice LA ROCCA dell’Università di Bari che hanno diretto e seguito gli scavi, pur parziali, conclusisi verso il 12 novembre scorso. Sono loro ad aver seguito ed eseguito gli scavi, nel periodo ristretto che va dal 17 settembre al 12 novembre scorsi.

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Da questa prima indagine, perché altre saranno necessarie, sono emersi parti ossee dello scheletro di un pachiderma, del tipo definito Elephas Antiquus, vissuto nell’arco di tempo sopra già accennato, ritrovati resti di: mandibola, denti, zanne, scapole. 

Dopo i saluti di rito delle autorità civili e militari, tra cui i Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio il primo intervento di tipo scientifico è stato quello della Verbicaro che ha parlato di “SCOPERTA INATTESA” avvenuta in maniera del tutto casuale durante una passeggiata di suoi amici lungo le sponde del lago, così come appaiono ancora in questi giorni, in seguito al ritiro delle acque per la nota siccità dell’estate scorsa.

Ricevuta la segnalazione e coinvolte le Istituzioni competenti, come il Segretariato Regionale dei Beni Culturali (del MiBACT ), la Soprintendenza, le Università del Molise e di Bari, si è messo in moto il lavoro di scavo che ha portato ai risultati di cui oggi si dà notizia. Tra l’altro una segnalazione precedente faceva riferimento alla presenza di armi di origine longobarda per le quali proprio i suoi amici si trovavano in quel posto quando si sono imbattuti nei resti ossei dell’Elephas. In pochi giorni l’organizzazione si è avviata e i risultati non hanno tradito le attese.

Dopo la Verbicaro è intervenuta la Minelli dell’Università del Molise che ha subito dichiarato che l’esemplare di elefante ritrovato appartiene con ogni probabilità non ad epoca storica, giusto per dire gli Elefanti di Annibale della fine III/Inizio II sec. A.C., bensì ad epoca assai più antica, seppur allo stato attuale non precisabile perché gli esami più approfonditi sono in corso di esecuzione, epoca alla quale rimandano le dimensioni delle zanne, lunghe almeno 3 metri, attribuibili a pachidermi almeno di epoca preistorica, come suggeriscono i riscontri con simili siti preistorici. E quindi viene affacciato l’arco di tempo assai largo cui si accennava all’inizio.

Dovrebbe trattarsi di Elephas Antiquus, animale che prediligeva ed è stato riscontrato in ambiente boscoso e/o in steppe. Esemplari simili al nostro – prosegue la studiosa – si sono riscontrati a Isernia, loc. La Pineta, a Venosa loc. Notarchirico, a Roma, in due località vicine alla capitale Fontana Ranuccio e Polledrara di Cecanibbio, e fanno propendere per una datazione tra 700.000/40.000 anni fa giacché si presentano tutti con le zanne lunghe intorno ai 3 metri e di forma alquanto dritta. In Calabria altri esemplari sono stati riscontrati nella zona del Mercure, al confine tra Calabria e Lucania, in loc. Ianni di Vibo Valentia, e poi in tre località vicino a Reggio Calabria, Archi, Sovetto e Mosorrofa, un altro ancora in territorio di Castrolibero, a pochi chilometri di Cosenza.

Nessuna novità, ci si potrebbe chiedere?  Invece no: perché è la prima volta che un tal ritrovamento avviene ad una altitudine assai elevata come sono i circa 1.200 metri di Camigliatello e questo elemento apre scenari nuovi sulla frequentazione, non solo animale, bensì anche umana di questa zona della Calabria.

Infine, dopo aver precisato che i reperti anatomici asportati sono attribuibili all’omero, alla mandibola, al cranio e alle zanne, la Minelli ha avanzato l’ipotesi che l’esemplare in questione potrebbe essere rimasto nel posto in seguito a morte naturale dovuta a cause le più diverse: fratture ossee traumatiche, blocco nel fango , decesso per siccità avvenuto pur in prossimità di dove prima c’era un corso d’acqua. Sono tutte ipotesi da verificare e alle quali ulteriore contributo potrà venire da nuove indagini sul sito di questi primi ritrovamenti.

Quali possibili SVILUPPI e QUALE VIE DI INDAGINE si aprono di fronte a noi? E’ l’interrogativo che si è posto, ed ha posto all’attenzione di tutti, compreso il presidente della Regione Calabria, Mario Gerardo Oliverio, giunto nel frattempo, da parte di Felice La Rocca, studioso e docente presso l’Università di Bari. Intanto la scoperta dell’Elephas sottolinea e conferma l’importanza del territorio della Sila nell’antichità storica e nella stessa preistoria. E’ un nuovo tassello che andrà incastrato con le conoscenze pregresse quando arriveranno gli elementi certi della datazione. Inoltre, il fatto che l’Elephas sia stato ritrovato lungo le rive dell’attuale lago Cecita può costituire una “estrema” testimonianza di una LAGO ANTICO nelle stesse depressioni odierne prodotte dal fiume Mucone e dai suoi affluenti. Infatti contemporaneamente sono state rinvenute tracce di Industrie Litiche (lavorazione della pietra) che si possono riferire al Paleolitico Superiore ed Inferiore (da 10.000 anni fa in poi) e tracce di abitati riferibili a circa 6.000 anni fa che denunciano un quadro sociale in evoluzione con passaggio da un’economia legata alla caccia ad una economia di coltivazione. Anch’egli propende per la morte naturale di questo esemplare, giacché i resti rinvenuti sono sparsi in un’area di soli 50 mq. Il docente Felice La Rocca passa poi ad illustrare con una serie di immagini le difficoltà del recupero dei resti ossei legate al sito stesso e fa cenno al trasferimento dei reperti presso l’Università del Molise, dove saranno puliti da tutti i detriti che li ricoprono, per poi essere studiati e infine successivamente trasferiti a Camigliatello dove è già in corso di allestimento una adeguata sede per accoglierli, custodirli e consentirle la fruizione.

Circa l’immediato disegna un percorso costituito da 3 NUOVE FASI di intervento:

  • Completamento e recupero di altri resti ossei con l’obiettivo della messa in sicurezza del sito e della sua valorizzazione;
  • Nuove ricognizioni nella zona del ritrovamento, da effettuarsi con perlustrazioni accurate lungo le rive del lago ed aree limitrofe e circostanti mediante anche l’utilizzo di DRONI per cogliere elementi nuovi e particolarità che solo una VISTA DALL’ALTO può consentire.
  • Programmazione di studi di vario tipo e livello con analisi di tipo specialistico che consentano di effettuare datazioni anche dei vegetali riscontrati, di oggetti in pietra lavica , presenti, ma con tutta evidenza provenienti da altri contesti geo-morfologici , e di prodotti anche in loco da industrie umane.

Ci tiene a rimarcare come in questa vicenda le SPONDE ARIDE si siano in realtà rivelate di importanza enorme, in quanto “contenitori” di importanti resti animali OGGI e, magari, di chissà che cosa DOMANI.

Infine sottolinea l’importanza del CONOSCERE, quale investimento prezioso per il futuro, giacchè oltre a completare la conoscenza del nostro passato, potrà essere fonte di lavoro e di occupazione per nuove leve di studiosi e non solo.

Da ultimo, ma non certo per importanza, interviene il Soprintendente Mario Pagano che si occupa in particolare di relazionare sulla ipotizzata, ma reale a questo punto considerati la natura dei ritrovamenti metallici, FUCINA LONGOBARDA sulle rive del lago Cecita o nelle immediate vicinanze. Già questo elemento costituisce una novità assoluta che peraltro è confermata dalla riscontrata presenza nella Sila di diverse miniere con successiva lavorazione dei metalli sul posto. La stessa presenza dei Longobardi in questa zona è di per sé una novità e nello stesso tempo una conferma delle conoscenze precedenti (basti citare la loro presenza a Rossano) attestate anche da diversi toponimi, tra cui la località SCULCA proprio vicino a Camigliatello. I Longobardi erano presenti nella Calabria a macchia di leopardo e per questo erano mal sopportati dal potere Bizantino che cercava di spingerli fuori dalla Calabria verso il nord, magari verso il Gastaldato di Benevento. Egli pensa, in relazione alle armi ritrovate lungo le sponde del lago, ad un vero e proprio abbandono dovuto alla loro fuga precipitosa per evitare lo scontro diretto con le milizie bizantine provenienti dalla Calabria meridionale e ipotizza addirittura una precisa datazione fissata al 663 d.C. quando i Gastaldati Longobardi del sud, abbandonati a se stessi, decidono di scappare e ritirarsi verso nord dove avrebbero avuto maggior possibilità di sopravvivere. Tra i reperti rinvenuti, oltre a spade di diversa foggia e misura, egli cita il rinvenimento di CROGIUOLI: chi , se non individui in fuga precipitosa, avrebbero abbandonato elementi di così notevole e prezioso utilizzo?

E ancora, terminando il suo intervento, cita le armi longobarde custodite nel Museo Civico di Castrovillari, datate all’Alto Medio Evo e databile intorno al VI/VII secolo d.C. come quelle rinvenuto lungo le rive del Cecita.

Gli ultimi minuti della conferenza sono lasciati all’intervento, molto atteso in vero dopo gli elementi ascoltati in precedenza, del presidente della Regione Calabria, Mario Gerardo OLIVERIO che da par suo, cittadino silano di S. Giovanni in Fiore, sottolinea l’importanza storico-culturale dei rinvenimenti e delle futuri possibili ricadute economiche e benefiche sul territorio. Richiama la necessità dell’utilizzo del Fondi Europei PON per creare una RETE MUSEALE in Sila (allo stato inesistente). Ricorda gli impegni del suo governo per Sibari, Crotone e Locri e delinea la necessità di preparare e di SOSTENERE un PROGRAMMA ORGANICO DI RICERCA , nel quale inserire ad esempio, la creazione di Musei Virtuali grazie alle nuove tecnologie, la creazione di percorsi storico-culturali-archeologici dal Nord al Sud della Calabria attraverso le già citate città magno-greche non solo, ma anche le altre, le aggiunge chi scrive, per esempio LAOS, BLANDA, TEMESA, TERINA, SKILLETION (Scolacium romana), HIPPONION, MEDMA per giungere fino a REGHION .

Grandi benefici, ipotizza il presidente Oliverio, potranno venire dall’inserimento della SILA tra i siti riconosciuti di valenza mondiale dall’UNESCO. Infine fa un cenno veloce, ma non meno importante, allo specifico PROGETTO “SILA” cui sta lavorando l’amministrazione regionale da lui diretta.

Cosa aggiungere a quanto fin qui riferito, chiedendo venia se qualcosa ci è sfuggita?

E’, oggi, innegabilmente l’inizio di una nuova serie di studi e di ricerche che non potranno che portar giovamento alla nostra regione, perennemente in crisi e alla ricerca di sbocchi soprattutto occupazionali per grandissima parte dei calabresi, giovani e meno giovani.

LITTERAE NON DANT PANEM, commentavamo il detto antico ironicamente con due giovani laureati, uno lucano di Senise e l’altro calabrese di S. Sofia d’Epiro: in realtà per molti giovani la CULTURA, in maniera complessiva considerata, potrà rappresentare una speranza che finalmente si trasforma in CERTEZZA, in FIDUCIA in una vita in cui il lavoro non sia solo una chimera, ma l’elemento con il quale costruire una esistenza dignitosa.

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