Armi, intelligence, satelliti, tecnologia, uomini in incognito e ora anche l’intelligenza artificiale. La guerra in Ucraina sembra aver superato un’altra soglia: quella in cui le decisioni sul campo di battaglia vengono sempre più supportate da sistemi capaci di elaborare enormi quantità di dati e indicare rapidamente dove, come e con quali mezzi intervenire.
Dietro l’Ucraina non c’è soltanto l’esercito di Kiev. Da anni una vasta coalizione di Paesi fornisce armi, munizioni, mezzi, addestramento, finanziamenti, informazioni e tecnologie. Il formato Ramstein ha coinvolto più di 50 Paesi nel coordinamento dell’assistenza militare.
È quindi difficile continuare a descrivere questo conflitto come una guerra combattuta esclusivamente da Russia e Ucraina. Il coinvolgimento occidentale Nato è ormai strutturale e comprende anche importanti componenti tecnologiche e di intelligence.
Quando a decidere è l’algoritmo
Il nome è Palantir, società specializzata nell’analisi di enormi quantità di dati e nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale utilizzati anche in ambito militare. La collaborazione con l’Ucraina è documentata ufficialmente. Nel 2026 il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov ha incontrato il vertice di Palantir, discutendo dell’impiego dell’intelligenza artificiale nell’analisi degli attacchi, nell’elaborazione dei dati di intelligence e nella pianificazione delle operazioni militari. Ci si augura che non siamo ancora al punto in cui siano le macchine a decidere autonomamente chi deve morire. Ma il tempo della decisione militare si sta accorciando. E quando la velocità diventa un’arma, anche l’errore rischia di diventare più veloce.
La domanda è inevitabile: chi sarà responsabile quando un algoritmo sbaglierà?


Intanto dalle nostre parti… in Europa
Mentre la guerra tecnologica accelera, le nostre società pagano un prezzo sempre più elevato: attraverso le tasse, la spesa pubblica, l’energia, l’inflazione e le risorse destinate alla guerra invece che ad altri settori. Pagano anche sul terreno dell’informazione. Durante la guerra sono state introdotto restrizioni motivate dalle esigenze di sicurezza nazionale. Ma proprio in una fase così drammatica dovrebbe essere ancora più importante mantenere uno spazio per il confronto, il dissenso e le opinioni pacifiste.
Perché una democrazia dovrebbe avere paura delle domande dei propri cittadini?
In particolare in Italia
La domanda diventa ancora più vicina a noi. In Italia è in corso una modifica della legge elettorale che innalza il numero di firme necessarie alle forze politiche non esentate per presentare le proprie liste. Il testo approvato dal Senato porta il numero ordinario a 6.000-7.000 firme per collegio, mentre per alcune forze politiche restano soglie molto più basse o vere e proprie esenzioni. Secondo le stime una forza politica non esentata che volesse presentarsi in tutti i collegi potrebbe essere chiamata a raccogliere complessivamente tra 450.000 e 525.000 firme. Un numero assurdo, se si considera le firme necessarie in precedenza e le difficoltà organizzative per la raccolta.
Il provvedimento non è ancora definitivamente legge, ma il problema politico resta: se una nuova forza deve raccogliere centinaia di migliaia di firme soltanto per poter essere sottoposta al giudizio degli elettori, quanto è realmente aperto il sistema elettorale?
E viene spontanea un’ altra domanda: in un momento in cui la maggioranza dei cittadini chiede pace, il sistema politico sta rendendo più difficile anche la possibilità di presentare alternative?
E intanto, attorno a Zaporizhzhia…
C’è poi qualcosa di ancora più inquietante. La centrale di Zaporizhzhia, la più grande centrale nucleare d’Europa, con sei reattori, è sotto controllo russo dal 2022. L’AIEA ha più volte denunciato la fragilità della situazione e i rischi legati ai continui attentati con droni alle infrastrutture elettriche necessarie alla sicurezza dell’impianto. Gli attacchi con droni nell’area della centrale e delle sue infrastrutture sono stati più volte attribuiti dalla Russia all’Ucraina. L’AIEA ha documentato danni e presenza di detriti riconducibili a droni, mantenendo però prudenza (censura? ndr) nell’attribuzione formale delle responsabilità.
Ma una domanda rimane: quanto è folle continuare a combattere attorno a una centrale nucleare?
Mentre nei talk show, insieme ai generali, si discute con la leggerezza di una partita di calcio se occorra “alzare la pressione”, “mandare un segnale” o “non mostrare debolezza”, attorno a un impianto nucleare si continua a giocare con il fuoco.
Altre domande sorgono spontanee…
Dove finisce la propaganda e inizia l’informazione nel mainstream?
Quanto ancora vogliamo spendere?
Quanto vogliamo aumentare il livello tecnologico e militare del conflitto?
Quanto possiamo avvicinarci a una centrale nucleare senza correre rischi che potrebbero coinvolgere milioni di persone?
E soprattutto: quanto spazio lasciamo ancora al dissenso, al pluralismo e alla possibilità di proporre una strada diversa?
Il problema non è soltanto la guerra. È ciò che la guerra sta facendo alle nostre società.
Una società può accettare sacrifici in nome della sicurezza. Può perfino accettare una guerra quando ritiene che non esistano alternative. Ma non dovrebbe mai rinunciare alla possibilità di discutere, dissentire e scegliere.
Forse è il momento di fermarsi prima che la guerra diventi un algoritmo e la democrazia soltanto un paravento.





























