Usare la metafora del viaggio nel tempo per descrivere una visita a un sito archeologico potrebbe suonare come un’espressione abusata, ma non trovo al momento un’immagine più efficace di questa per descrivere il bellissimo “viaggio” all’interno dell’insediamento rupestre medievale di Zungri, ossia le “Grotte degli Sbariati”, dette anche città di pietra e risalenti al XII-XIV secolo.


È una visita attesa da tre lustri, da quando me ne parlò sotto il faro di Capo Vaticano, luogo peraltro caro a Giuseppe Berto e Italo Calvino, un appassionato che mi consigliò ardentemente una visita a questo luogo magico, assieme alla lettura di un romanzo non ancora a me noto di Andrea Camilleri, autore che scoprimmo come passione comune. Il romanzo era La mossa del cavallo che lessi e apprezzai subito, mentre la visita a Zungri è stata rimandata per troppi anni.
Ma si sa che le cose più attese sono quelle che, quando finalmente si riesce a realizzarle, danno una maggiore soddisfazione, risultano ancora più piacevoli e affascinanti. E il mistero che avvolge le origini di questo luogo è davvero affascinante. Anche se Zungri non è solo le sue “grotte”, è interessante anche come paese, ma su questo proverò a soffermarmi più avanti.


Arrivati al punto di ingresso del percorso che conduce alle “grotte”, che è anche il luogo dove ha sede il “Museo della civiltà rupestre e contadina”, la gentilezza, la disponibilità e la competenza della direttrice, arch. Maria Caterina Pietropaolo, è subito evidente. Ma si sa che tra chi ama la cultura si crea un’immediata e naturale empatia. Mi dà una spiegazione che non è per semplici turisti o curiosi, ma per chi vuole realmente immergersi in un contesto archeologico fuori dal comune, e fornisce tutte le informazioni utili ad affrontare il percorso già preparati, in modo da soffermarsi sulle cose più interessanti e particolari.


Dopo questo racconto-guida quasi di virgiliana memoria, si imbocca uno stretto e ripido sentiero fatto anch’esso di pietra, si scende parecchio di quota, ma non si tratta certo della discesa agli inferi cantata dal sommo poeta, bensì di un’immersione nella Storia medievale, quella con la S maiuscola.
Ed è poesia pura la storia che c’è dietro queste “grotte”, l’alone di mistero che gli gravita attorno. Gli Sbariati, cioè gli sbandati, gli smarriti, sono i profughi di un tempo passato che ci ricordano da molto vicino quelli del presente. I primi furono verosimilmente dei monaci basiliani fuggiti dall’oriente per evitare la furia iconoclasta; seguirono persone comuni, appartenenti a popolazioni autoctone, che si spostavano dalle coste verso l’interno per evitare gli assalti saraceni.


Ed è così evidente che i popoli del Mediterraneo si sono sempre spostati, hanno da sempre attraversato questo mare chiuso simbolicamente dalle Colonne d’Ercole, hanno trasferito merci più o meno preziose, hanno condiviso saperi, hanno mischiato il proprio sangue. Avevano anche una lingua comune che si è persa, il Sabir, la lingua veicolare dell’epoca, com’è oggi l’inglese, utile per i commerci e per comunicare in tutti i porti mediterranei.
Oggi, pensare a chi ha vissuto qui, ma soprattutto a come ha vissuto è sorprendente ma nello stesso tempo educativo. La simbiosi perfetta con la natura e il suo rispetto sono una lezione che possiamo provare a condividere anche nel ventunesimo secolo. Ci tornerebbe senz’altro molto utile in questo nostro mondo disgregato, in cui lo sfruttamento degli altri e dello stesso pianeta sembra essere la normalità.


Gli Sbariati avevano trovato qui accoglienza, una loro dimensione di vita, un luogo dove condurre un’esistenza di pace, attorniati dalla bellezza, affacciati sulla vallata del torrente Malòpera, portatore di vita. Hanno ricavato le loro case scavandole nella roccia arenaria, friabile e modellabile a loro piacimento, senza mai essere invasivi, ma integrandosi con l’ambiente circostante.
Hanno trovato sufficienti mezzi di sostentamento nel terreno fertile, in un clima favorevole, negli attrezzi e nelle tecniche del lavoro contadino che probabilmente i monaci basiliani, scopritori e primi abitatori del luogo, avevano generosamente trasmesso a tutti gli altri, ottimizzando così le colture e la trasformazione dei prodotti della terra, e rendendo la vita possibile e, come si può immaginare, perfino gradevole.


Perché quando il lavoro riconquista la propria sacralità, rendendo chi opera partecipe di un processo per ottenere dei frutti in complicità con la natura, non conta più se è faticoso o meno, ma diventa solo il modo per migliorare le proprie condizioni di vita.
Un’ulteriore notazione è dovuta. Qualche giorno prima della mia visita, il regista calabrese Mimmo Calopresti, autore di film indimenticabili tra cui voglio citare almeno Preferisco il rumore del mare, titolo ispirato da un magnifico verso di Dino Campana, ha appena finito di girare qui il cortometraggio Giuseppe. Il padre terreno, in cui le “grotte” sono magicamente diventate Nazareth. Si sa che il cinema d’autore è magia e nello scegliere le location in cui realizzare le riprese non può che confermare la sua vera essenza. Nel caso di Calopresti e delle “Grotte degli Sbariati” il rapporto non poteva essere più felice.


Infine, come promesso, merita almeno un cenno il paese di Zungri. Uno dei tanti bellissimi paesi dell’entroterra, anche se da qui la “Costa degli dei” è a un tiro di schioppo. Uno di quei paesi che riservano sorprese a ogni angolo. Le stradine e i vicoli sono semideserti per via dell’inverno demografico e della migrazione verso la costa o alla volta di ogni angolo del mondo.
Ci sono palazzi antichi e cadenti che andrebbero assolutamente recuperati come beni comuni e preziosi. Quelle poche persone che si incontrano rispondono al saluto con la deferenza che si usa con un prete in chiesa.


Tutto questo sarebbe già sufficiente a trascorrervi almeno qualche ora, ma poi ci sono anche gli originali “portoni dipinti” o la chiesa di Santa Maria della Neve con il bellissimo dipinto su tavola, opera di un pittore rinascimentale di scuola raffaellita, che campeggia dietro l’altare maggiore.
Ma le sorprese non sono finite. Nel silenzio irreale della piazzetta antistante alla chiesa madre, prima che le campane comincino a lanciare il loro consueto richiamo, si sente il canto soffuso di una donna. Nella mia immaginazione è una mamma che tenta di addormentare il proprio bimbo. E questo è il segno migliore di un’umanità non ancora perduta.
Raffaele Cardamone































