Parlare della scultura di Antonino Denami (in mostra in questi giorni a San Pietro Apostolo ndr) significa, prima ancora che interrogarsi sulle forme che essa assume, confrontarsi con un’idea della materia. Marmo e legno possiedono, nella sua ricerca, una storia sedimentata, una memoria, una resistenza, una voce. È nell’ascolto di questa voce che prende avvio il processo creativo.


Se il gesto dello scolpire si fonda sul principio della sottrazione, del togliere per rivelare, per Denami essa non è soltanto una tecnica: diventa un atteggiamento nei confronti della materia e dell’esperienza. Eliminare il superfluo significa avvicinarsi all’essenziale; attraversare la compattezza della pietra significa cercarvi una possibilità di leggerezza; intervenire sul legno significa assecondarne fibre, fratture e tensioni, accettando che anche il limite possa trasformarsi in risorsa espressiva. Denami instaura così con i materiali un dialogo fatto di tempo, attesa e decisione. Ogni intervento è irreversibile. Il colpo dello scalpello introduce nel processo una componente di rischio, e l’opera nasce dalla continua negoziazione tra intenzione e imprevisto, controllo e abbandono. La materia modifica l’idea dell’artista mentre l’artista modifica la materia: è in questa reciproca trasformazione che la forma prende corpo.
Ma è proprio qui che la ricerca di Denami sembra confrontarsi, per contrasto, con una delle grandi intuizioni di Eraclito. Il mondo è divenire, flusso incessante, e il Logos è la legge profonda che ordina questo mutamento. «Negli stessi fiumi scendiamo e non scendiamo, siamo e non siamo»: l’acqua non è mai la stessa, e tuttavia il fiume continua a essere fiume. Ogni cosa muta senza per questo dissolversi nel caos. Denami sembra tentare un gesto opposto e insieme complementare: fermare, nella scultura, un frammento di quel Logos universale. Bloccare il divenire senza negarlo, sospendere il movimento nel momento stesso in cui esso sta per compiersi. Le sue forme appaiono allora come presenze in attesa, trattenute in una tensione che sembra trascendere il tempo ordinario. È come se la scultura custodisse un divenire arrestato, metafisico, sottratto per un istante al corso della trasformazione. Il marmo, in questo senso, non è una materia estranea al fluire. Al contrario, porta in sé tempi immensamente più vasti di quelli umani. Le acque sempre diverse del fiume di Eraclito — quelle acque che non sono mai le stesse — appartengono allo stesso movimento del mondo che ha eroso, trasformato, sedimentato e, nel tempo geologico, contribuito a formare la materia stessa. La pietra che oggi appare immobile è dunque il risultato di un divenire antichissimo. Denami interviene su questa materia non per cancellarne la storia, ma per arrestarne provvisoriamente il movimento in una forma.


La forma del sentimento è allora il luogo di una sospensione di questo sentimento: il tentativo di trattenere nella permanenza della scultura qualcosa del perpetuo divenire del mondo che, proprio nella sua immobilità, continua silenziosamente a custodire il movimento.
di Giuseppe Antonio Bagnato –
































