di Luca Cervadoro –
Maida: quando un avvocato californiano attraversa l’oceano per ritrovare ciò che non ha mai perduto.
«La gente pensa che la creatività sia qualcosa di divino, un dono. È l’opposto. La creatività è connessione. È quando torni indietro e colleghi le esperienze che hai avuto, e le sintetizzi in cose nuove.» Queste parole le pronunciò Steve Jobs, il figlio adottivo di un meccanico di Mountain View, uno che dalla Silicon Valley cambiò il mondo intero. Non poteva sapere, Jobs, che un giorno un altro californiano, un avvocato della stessa terra di chip e algoritmi, avrebbe compiuto quel viaggio al contrario: non verso il futuro, ma verso il passato.
Non per inventare qualcosa di nuovo, ma per ritrovare qualcosa di antico. Per connettere, appunto. Per collegare un cognome su un certificato ingiallito a un borgo di pietre Normanne arroccato su una collina della Calabria.
Questa è la storia di quel viaggio. La storia di Jordan Ciliberto, avvocato, californiano, padre di tre figli, discendente di contadini maidesi, che nell’aprile del 2026 ha attraversato un oceano e mezzo continente per mettere piede nella sala consiliare del Comune di Maida e stringere la mano al sindaco Salvatore Paone, sotto il gonfalone verde e oro di una città che non lo aveva mai conosciuto ma che lo aspettava da centosedici anni.
Il certificato, le lacrime e il registro aperto sul tavolo
L’altro giorno passeggiavo per Maida. Camminavo per i vicoli del centro storico con quel passo lento che si tiene quando si ha la fortuna e il privilegio di vivere in un luogo dove ogni pietra ha un nome e ogni angolo conserva una storia. E li ho incontrati. Ho avuto l’onore e la fortuna di incrociare di persona la famiglia Ciliberto dentro le vie della città, accompagnata dal presidente dell’associazione «Tra Chjazza, Rughi e Carriari» Franco Pulitano e dal giovane dottore Francesco Pileggi, che faceva da guida e interprete eccezionale.
Quello che ho visto nei loro occhi non si dimentica. Gli occhi di Jordan e di sua moglie erano gli occhi di chi sta compiendo un viaggio nel tempo, non nello spazio. Erano gli occhi meravigliati di chi finalmente vede ciò che per una vita intera aveva soltanto ascoltato dalla voce dei nonni, dai racconti intorno a un tavolo di cucina in Pennsylvania, dal profumo di un sugo che sapeva di un altrove mai visitato. Ma soprattutto, erano occhi che guardavano con il cuore. Non con la curiosità del turista, ma con la commozione di chi torna a casa dopo un’assenza che dura generazioni.
Ho visto anche con quanto trasporto e passione li accompagnavano per le vie della città. Franco Pulitano, guidava il gruppo con la cura di chi sa che ogni passo su quelle pietre è un passo dentro la storia di qualcuno. E accanto a lui, il giovane dottore Pileggi, con un entusiasmo contagioso, valorizzava il suo borgo agli occhi di questi ospiti speciali della Silicon Valley Americana con la competenza dello studioso e la passione di chi ama la propria terra fino al midollo. A quell’associazione, «Tra Chjazza, Rughi e Carriari», bisogna dire grazie. Ma la verità è che non hanno mai smesso di fare questo: accogliere chi ritorna è nel loro DNA fondativo, è la ragione stessa per cui esistono.
Nella sala consiliare del Municipio, tra la bandiera dell’Unione Europea e il tricolore italiano, il sindaco Paone ha aperto davanti a Jordan il grande registro anagrafico del Comune. Un libro antico, dalle pagine consumate dal tempo, dove una calligrafia ottocentesca custodiva i nomi dei suoi antenati. Jordan si è chinato su quelle pagine, le ha sfiorate con le dita come si sfiora qualcosa di sacro, e i suoi figli, tre bambini con gli occhi grandi come il cielo di California, si sono messi in punta di piedi per vedere anche loro quei nomi, quelle date, quell’inchiostro che aveva attraversato un secolo e mezzo senza sbiadire.
L’assessore Marianna Pettinato e il sindaco Paone hanno consegnato alla famiglia una pergamena ufficiale, bilingue, firmata e timbrata con lo stemma della Città di Maida. La pergamena recitava parole che meritano di essere scolpite nella pietra: «Con gratitudine per aver scelto di tornare a casa, con il cuore aperto e lo sguardo rivolto al futuro, insegniamo insieme che le radici sono il ponte più forte tra passato, presente e domani.» E poi, in inglese, perché queste parole dovevano essere comprese anche dagli occhi dei figli nati in America: «Roots are the strongest bridge between past, present, and tomorrow.»

Jordan ha stretto la mano al sindaco con quella stretta ferma e calda che solo gli uomini che sanno da dove vengono sanno dare. E quando ha ricevuto la copia del certificato dei propri nonni, quel pezzo di carta che era la prova tangibile, incontrovertibile, che i Ciliberto erano maidesi, che questa terra era la sua terra, che queste pietre erano le pietre dei suoi avi, ha sorriso con gli occhi lucidi. Come sorridono i figli quando ritrovano la casa del padre.
La nave, il cognato e South 12th Street
Per capire il viaggio di Jordan, bisogna tornare indietro di oltre un secolo. Al 23 dicembre 1910, quando un uomo di ventitré anni di nome Antonio Ciliberto, nato a Maida, salì sulla nave Prinzess Irene nel porto di Napoli con una valigia fatta dagli artigiani maidesi colti, come li chiamava il Dottor Votta, che ascoltavano mentre lavoravano Beethoven e Mozart. Ma avevano il cuore pieno di una paura che conosceva bene, perché era la stessa paura che avevano provato tutti i maidesi prima di lui: la paura di chi lascia tutto per un mondo sconosciuto, ma lo fa perché restare significherebbe arrendersi alla miseria.
Antonio sbarcò a Ellis Island, New York. Destinazione: Philadelphia, Pennsylvania, dove lo aspettava un cognato che aveva già preparato il terreno. A Maida lasciava la moglie, Angela Maria Braccio, nata il 25 settembre 1881, figlia di Francesco Anthony Braccio e Maddalena Colelli. La lasciava con una promessa che tutti gli emigranti fanno e che solo i più fortunati riescono a mantenere: vieni, appena posso ti mando a chiamare.
Tre anni dopo, il 13 aprile 1913, Angela Maria sbarcò a sua volta a Ellis Island, scesa dalla nave Duca d’Aosta, partita da Napoli. Aveva venticinque anni. Si ricongiunse con Antonio al 1608 South 12th Street, Philadelphia: un indirizzo che oggi è solo una sequenza di numeri su una mappa, ma che allora era il punto esatto in cui due vite maidesi si rimettevano insieme, dall’altra parte del mondo, per ricominciare.
Nacquero i figli: Anthony, Antonio Salvatore, Pietro, Victoria, Teresa. Nomi che suonavano di Calabria anche quando venivano pronunciati con accento americano. Antonio padre lavorava come operaio nell’industria, con le mani che non avevano dimenticato la terra di Maida ma che ora stringevano chiavi inglesi e pale da cantiere. Morì prematuramente il 14 ottobre 1918 ad Abington, in Pennsylvania, a soli trentasette anni. Lasciò Angela Maria sola con i figli piccoli, in un paese straniero, senza la rete di protezione di quel borgo calabrese dove tutti conoscevano tutti e nessuno restava mai solo.
Ma i Ciliberto non si arresero. Come non si arrendono mai i maidesi. Come non si arrendevano quando i Normanni bruciavano le messi, quando i baroni imponevano le tasse, quando la terra tremava sotto i piedi. Si radicarono in Pennsylvania, si intrecciarono con altre famiglie maidesi attraverso quei matrimoni incrociati che riproducevano oltreoceano la stessa rete di parentele del borgo: Nicola Braccio sposò Maria Ciliberto il 14 marzo 1914 a Maida, chiudendo un cerchio di sangue e di nomi che legava le due famiglie come un doppio nodo marinaro.
E poi, com’era nella natura delle cose, com’era nel destino di ogni diaspora, una parte di quei figli e di quei nipoti si mosse ancora. Si spostò verso ovest. Verso la California. Verso quella terra di sole e di promesse che somigliava, in un modo che solo un calabrese può capire, alla terra che avevano lasciato. Perché c’è un filo segreto tra Maida e la California, un filo che non è soltanto climatico, non è soltanto la luce dorata e spietata che accomuna le colline della Piana di Sant’Eufemia alle valli della Santa Clara Valley: è un filo di terra rossa, di olivi, di quella fame antica di futuro che spinge gli uomini a cercare sempre un orizzonte più largo.
Il filo segreto tra Maida e la California
Non è un caso che Jordan Ciliberto viva in California. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, centinaia di maidesi scelsero la costa occidentale degli Stati Uniti, attratti da un clima e da un’agricoltura che ricordavano la Calabria come un fratello somiglia a un fratello. Cognomi tipicamente maidesi come Pileggi, Fabiani, Ciliberto e Paone compaiono nei registri censuari della California settentrionale fin dai primi del ’900. Molti si stabilirono nella Santa Clara Valley, quella che oggi il mondo conosce come Silicon Valley: allora era terra di frutteti e di olivi, non di microprocessori e di startup.
L’olivo è la chiave di questa connessione. Maida, storicamente nota come la Città dell’Olio, mandò in California non solo braccia, ma sapere. Le tecniche di coltivazione dell’olivo che oggi fanno della California il produttore del 99% dell’olio d’oliva Statunitense affondano le loro radici nelle mani dei contadini del Sud Italia che riconobbero in quel terreno californiano lo stesso potenziale delle colline Catanzaresi. Quando Jordan e la sua famiglia hanno preparato quelle salse artigianali, quella polvere di peperoncini Californiani e Calabresi mescolati insieme, che hanno donato al Comune e all’associazione, non facevano che ripetere un gesto antico: mescolare le due terre, fonderle in un sapore solo, dimostrare che Maida e la California sono le due metà di una stessa storia.
La “Dimoranza” e i maestri che Maida mandò in America
Jordan Ciliberto forse lo sapeva, forse lo ha scoperto lungo il cammino, o forse è stata Maida stessa ad attrarlo con quella forza gravitazionale che io ho chiamato “Dimoranza”: la capacità di un luogo di continuare ad abitare coloro che lo hanno lasciato, di non mollare mai i propri figli, ovunque essi siano nel mondo. Ma c’è anche un’altra possibilità: che sia stato attratto, consapevolmente o no, dalla luce dei maestri che Maida ha mandato in America. Perché questa terra non ha esportato soltanto braccia e sudore. Ha esportato genio.
Gay Talese, il padre del Nuovo Giornalismo americano, l’uomo che insegnò al New York Times che i fatti non bastano nudi ma hanno bisogno di colori, odori, emozioni, porta dentro di sé il sangue di Maida. Quel ragazzino «minuto, colorito scuro, musino da roditore, abiti da piccolo principe» cresciuto a Ocean City nella sartoria dei genitori italoamericani, che da insonne nella sua cameretta tagliava e ricuciva mentalmente ciò che aveva visto e sentito durante il giorno, divenne il più grande narratore del reale che l’America abbia mai conosciuto. E quando scrisse «Ai figli dei figli», quell’opera monumentale sulla diaspora italiana, stava scrivendo anche di Maida, anche dei Ciliberto, anche di tutti quei padri che di sera si avvicinavano al letto dei figli per sussurrare:
«Non considerare mai l’Italia una nemica, figliolo. Sii orgoglioso di ciò che sei. Tu discendi da una grande Storia.»
Talese visitò Maida negli anni Ottanta, poi sembra essersene dimenticato nella vecchiaia. Ma Maida non si è dimenticata di lui. Come Maida non dimentica mai nessuno dei suoi figli.
E poi c’è Nicholas Pileggi, lo scrittore e sceneggiatore che regalò a Martin Scorsese due dei suoi capolavori assoluti: «Quei bravi ragazzi» e «Casinò». Figlio di Nicola Pileggi, nato a Maida, emigrato negli Stati Uniti intorno al 1911. Nicholas è cugino di Gay Talese e nipote di un altro illustre maidese, Tony Pileggi, il Pittore dell’Anima. Quando Scorsese lo chiamò alle 23:30 di sera dicendo «Ho appena letto il tuo libro, lo cerco da anni», Nicholas rispose con la prontezza di un maidese: «Ho aspettato questa chiamata per tutta la vita!» Così nacque il cinema che il mondo conosce. Da una telefonata notturna tra un regista italoamericano e un figlio di Maida.
Tony Pileggi, nato a Maida il 1° febbraio 1917, l’ultimo di sette fratelli, divenne il pittore che ritrasse presidenti venezuelani, che insegnò all’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, che disegnò lo stemma del capoluogo calabrese e il logo dell’Unione Sportiva Catanzaro, che speriamo un altro anno di vedere dove merita di stare, in Serie A. Quando gli amici di Maida gli chiedevano «Totò, com’è l’America? E i presidenti?», lui rispondeva con quel sorriso ironico che era il suo biglietto da visita: «Peppino, mangiano pasta e fagioli come noi.» Una frase che conteneva tutta la saggezza di un uomo che aveva girato il mondo senza mai dimenticare da dove veniva.
E c’è Giuseppe Donato, il ragazzo di Maida nato il 14 marzo 1881 che a dieci anni attraversò l’Oceano e divenne uno dei grandi scultori d’America. Allievo di Auguste Rodin a Parigi, vincitore dell’Edmund Stewardson Prize, finito sul TIME Magazine nel 1936, autore del Cristoforo Colombo di Easton e del Thomas Fitzsimons a Logan Square, Philadelphia. Un uomo che non tornò mai a Maida ma che non smise mai di scolpirla in ogni opera, in ogni mano di bronzo, in ogni piega di vestito. Perché le sue mani, come disse alla nipote Florinda, «vengono da Maida. Vengono dalla terra che i miei antenati hanno lavorato per secoli. Le mani non dimenticano mai da dove vengono.»
Ecco: forse è anche questo che ha chiamato Jordan Ciliberto. Forse è la somma di tutti questi maestri, di tutti questi figli che Maida ha mandato nel mondo e che il mondo ha restituito come grandezza. Come scrisse Giorgio Bocca, con quella lucidità spietata che lo rendeva unico: «L’Italia che funziona è quella che non si vede, quella dei piccoli paesi, delle famiglie che resistono, delle radici che non si tagliano.» Maida è quella Italia lì. Quella che non si vede dalle autostrade e dai telegiornali, ma che tiene insieme il mondo con la forza silenziosa delle radici.
“La Dimoranza”, ovvero: Maida non ti lascia andare
Qualche giorno fa, su queste pagine, ho introdotto un pensiero nuovo, nato dalla ricerca sulla Cicerata e sulla forza del rito maidese: la “Dimoranza”. A differenza della “Restanza” del grande professore Vito Teti, che descrive la scelta consapevole di chi decide di non partire, la “Dimoranza” descrive qualcosa di più radicale e di più universale: la capacità di un luogo di continuare ad abitare coloro che lo hanno lasciato. Non è il soggetto che dimora nel luogo; è il luogo che dimora nel soggetto, ovunque questi si trovi.
Jordan Ciliberto è la prova vivente della “Dimoranza”. Quest’uomo è nato e cresciuto in California, tra le highway e i grattacieli della modernità più avanzata del pianeta. Non ha mai messo piede a Maida prima d’ora. Non parla il dialetto. Non ha mai sentito le campane di Santa Maria Cattolica che fa suonare Don Antonio. Eppure è venuto. Ha attraversato un oceano con la moglie e tre figli piccoli. Ha ricreato a casa le ricette calabresi della nonna. Ha mescolato peperoncini californiani e calabresi in una polvere che porta il suo nome, come a dire: io sono questo, sono la fusione di due mondi, e nessuno dei due può esistere senza l’altro.
Umberto Eco scrisse che «noi siamo la nostra memoria: siamo questo chimerico museo di forme instabili, questo mucchio di specchi rotti.» Jordan è venuto a Maida per rimettere insieme i suoi specchi. Per vedere, finalmente, il riflesso intero. Per dare ai suoi figli non un viaggio, ma un’identità. Come racconta il Dottor Francesco Pileggi, che lo ha accompagnato: Jordan è molto legato alla sua famiglia che proveniva da Ambler, in Pennsylvania. Ha ricordi vividi della cucina di sua nonna, e prova a ricreare a casa i piatti calabresi. Ha sempre voluto ritrovare Maida, per riscoprire le sue radici.
Hanno visto la casa della loro ultima antenata maidese, che morì nel 1985. Una casa ormai totalmente diroccata, come tante nel centro storico dei nostri borghi. Ma Jordan non l’ha guardata con l’occhio freddo dell’immobiliarista: l’ha guardata con l’occhio del nipote. E si è parlato della possibilità di acquistarla, di rimetterla a nuovo. Di restituire alla pietra la vita che la storia le aveva tolto. Sarebbe il gesto più bello: un figlio che ricostruisce la casa dei padri, chiudendo un cerchio lungo centosedici anni.
Il legame arbëreshë e la rete dei cognomi
C’è un’altra dimensione di questa storia che merita di essere raccontata, perché aggiunge profondità e complessità al mosaico. La ricerca genealogica ha rivelato che la famiglia Ciliberto-Braccio ha legami con la famiglia De Cicco, storicamente radicata nella frazione di Vena di Maida, una delle più importanti comunità arbëreshë d’Italia. Gli albanesi di Vena, giunti al seguito di Demetrio Reres nel XV secolo, hanno mantenuto per secoli lingua, tradizioni e riti, intrecciandosi con il tessuto sociale di Maida attraverso generazioni di matrimoni e di scambi.
Questo significa che nel sangue di Jordan Ciliberto scorre non solo la storia di Maida, ma anche quella dei Balcani, dell’Impero Bizantino, della grande migrazione albanese. Il suo viaggio dalla California a Maida non è un viaggio in un luogo: è un viaggio in una civiltà stratificata, multiculturale, meticcia nel senso più nobile del termine. È il viaggio verso un borgo che da sempre accoglie, che da sempre integra, che da sempre fa dell’incontro tra culture diverse la sua forza più grande.
La Gazzetta, la pergamena, e un borgo che non dimentica
La Gazzetta del Sud, con un articolo firmato da Vito Fabio, ha raccontato l’evento con un titolo che dice tutto: «Dalla California a Maida, il lungo viaggio di Jordan alla riscoperta delle radici.» L’articolo riporta le parole del Sindaco Paone: «Questa è e sarà sempre casa vostra.» Non sono parole di circostanza. Sono parole di verità. Perché Maida non è un luogo che ospita: è un luogo che riconosce. Quando un discendente torna, non lo accoglie come un estraneo: lo accoglie come un figlio che era stato lontano.
Questi ritorni, scrive il Comune nel suo comunicato, «non sono semplici visite, ma veri e propri incontri di memoria, identità e appartenenza. Sono ponti tra passato e futuro, che rafforzano il valore della comunità e ci ricordano quanto sia importante custodire e tramandare le nostre radici.» Parole solenni, parole necessarie, parole che dovrebbero essere incise su una lapide all’ingresso del paese, perché chi arriva sappia subito che tipo di luogo sta per attraversare.
Adesso avete capito
A febbraio 2026, Maida è diventata ufficialmente Città. Qualcuno si è chiesto perché. Qualcuno ha pensato che fosse una questione di numeri, di abitanti, di parametri burocratici. Non lo è. O meglio: non lo è soltanto.
Maida è diventata Città perché lo è sempre stata. È una città perché ha generato Gay Talese e Nicholas Pileggi, Tony Pileggi e Giuseppe Donato. È una città perché le sue pietre normanne hanno attraversato l’Oceano sulle navi degli emigranti e si sono ricomposte a Philadelphia, ad Ambler, a San Francisco, nella Silicon Valley.
È una città perché le sue coddare fumano a mezzanotte durante la Cicerata e quel profumo arriva fino in Pennsylvania e in Svizzera, e chi lo sente chiude gli occhi e torna a casa. È una città perché un avvocato della California, che non ci aveva mai messo piede, ha sentito il bisogno irresistibile di attraversare il mondo per venire qui, per toccare queste pietre, per sfiorare quel registro, per portare i suoi figli davanti al gonfalone verde e oro e dire loro: «Questo è il posto da cui veniamo. Questo siamo noi.»
Umberto Eco ci ha insegnato che «non esiste esperienza che non sia, in qualche modo, il prodotto di tutte le esperienze che l’hanno preceduta.»
L’esperienza di Jordan Ciliberto a Maida è il prodotto di centosedici anni di esperienze: di navi e di oceani, di fabbriche e di cantieri, di nascite in terra straniera e di morti senza ritorno, di ricette tramandate a voce e di cognomi pronunciati con accento sbagliato, di fotografie ingiallite e di storie raccontate troppo tardi, troppo piano, a figli che non capivano ancora e a nipoti che un giorno avrebbero capito tutto.
Jordan ha capito tutto. È venuto. Ha portato i suoi figli. Ha stretto la mano al sindaco Paone. Ha toccato il registro dei nonni. Ha camminato per i vicoli del borgo con gli occhi bagnati e il cuore pieno. E quando ripartirà per la California, non porterà via soltanto un certificato e una pergamena. Avrà portato via Maida. Tutta intera. Come facevano i suoi antenati quando partivano con la valigia degli artigiani maidesi: la portavano dentro, nel petto, come un organo vitale che nessun oceano poteva trapiantare.
Adesso avete capito perché Maida, a febbraio di quest’anno, è diventata Città.
Non per decreto. Per destino. Perché un luogo che sa farsi portare nel cuore da un bambino che parte a dieci anni nel 1891 e da un avvocato che arriva a quarant’anni nel 2026, un luogo che attraversa gli oceani senza muoversi e attraversa i secoli senza invecchiare, un luogo dove ogni pietra è un nome e ogni nome è una storia e ogni storia è un ponte verso qualcuno che è lontano ma che tornerà, quel luogo non è un borgo.
di Luca Cervadoro

























