Soveria Mannelli – La grande novità di questo natale soveritano è stata senza dubbio la nascita del gruppo delle “Le Furracchiole”, un coro formato esclusivamente da donne over 50 che con grande grazie, coraggio e un forte senso di autoironia, evidente sin dal nome, ha deciso di mettersi in gioco offrendo alle comunità del Reventino una serie di concerti nei quali a farla da padrone è il patrimonio musicale e poetico calabrese. Il coro è stato affidato alla magistrale direzione del Maestro Maria Pia Di Salvo, e tra i gli strumentisti, unica nota “azzurra” del gruppo in rosa, la presenza al clarinetto di Pietro Fiorenza.
Il debutto delle giovanissime “old ladies” è avvenuto a Soveria Mannelli lo scorso 20 dicembre allorquando, tra gli stucchi e i decori Rocaille della Chiesa di San Giovanni Battista, un folto pubblico ha applaudito, incuriosito e sorpreso, il gruppo musicale.
Dopo varie tappe nelle diversi Chiese della Parrocchia e in alcuni centri vicini, in cui “Le Furracchiole” hanno presentato il programma “Nostalgie di Natale”, coro e voci narranti su testi e canti della tradizione popolare, l’appuntamento conclusivo con la serie di concerti è previsto il 6 gennaio 2016 presso il Centro di Aggregazione Giovanile alle ore 18:00 a Soveria Mannelli. Nella locandina, nella foto allegata, il programma del Concerto dell’Epifania che oltre ai vari strumentisi vede la partecipazione del coro “Le Furracchiole”.
In occasione del debutto nel corso della presentazione del gruppo, Antonio Cavallaro, appassionato ed esperto di storia e letteratura anche ecclesiale, ha precisato come il repertorio delle “Furracchiole” sia molto vario e comprenda tanto componimenti di origine colta, come il celebre poemetto “La notte di Natale” dello scrittore e patriota acrese Vincenzo Padula, quanto brani di origine popolare diffusi nel territorio del Reventino e in altri luoghi della Calabria. Il nome del gruppo è mutuato proprio da un verso del poema di Padula che, descrivendo San Giuseppe in compagnia della Sposa alla ricerca di un rifugio per la notte, scrive:
Chillu viecchiu… e chi ‘u’ lu seppi?
si chiamava San Giuseppi.
E la bella furracchiola,
chi camina appriessu ad illu,
pe b’ ‘u diri, ‘un c’e’ parola,
sugnu mutu pe’ lu trillu…
Mo, de vua chi si la sonna?
si chiamava la Madonna.
“Furracchiola” non è un termine usato nel dialetto soveritano (che conosce tuttavia il maschile “furracchiuni”), e indica, nei dialetti del nord della Calabria che risentono dell’influenza Osco-Umbra, una fanciulla. Ha spiegato Antonio Cavallaro che , a seconda dell’area linguistica, il termine può assumere sfumature leggermente diverse, colorandosi talvolta anche di una nota ironica. Animatrice dell’iniziativa è stata la professoressa Carla Colombo Marasco che ha inseguito, con successo, ancora una volta la sua grande passione per le storie, le storie piccole che possono apparire insignificanti eppure restituiscono il senso dell’identità di una comunità. Inoltre Cavallaro si è soffermato ad esporre una pregnante riflessione che di seguito riportiamo.
<<Se è vero che la grande storia, quella fatta da papi, re, eserciti e governanti muove il mondo, è altrettanto vero che dietro questo manto che trascina tutto con sé ci sono tante, infinite piccole storie fatte di uomini e donne che lottano, sperano e vivono. Forse è proprio questa dimensione – quella della storia “a portata di mano”, potremmo dire – che ha reso i nostri progenitori così legati al Natale. Dal punto di vista cristiano il Natale non è la festa principale dell’anno. La festa più importante è la Pasqua. All’inizio della storia della Chiesa il Natale non veniva neppure festeggiato. Dal punto di vista cristiano infatti il Natale assume il suo pieno significato solo se illuminato dalla fede pasquale. Basti pensare che il vangelo di Marco, che con ogni probabilità è il vangelo più antico, non fa neppure menzione del parto verginale di Maria, della nascita a Betlemme ed altri episodi. Ciò nonostante il Natale ha da sempre esercitato un fascino enorme tra le classi popolari calabresi (e non solo). Come poteva infatti la storia di una povera donna che partorisce un figlio in una condizione precaria non
ricordare ai nostri progenitori la loro stessa storia? La Madonna del presepio non è la Regina dei Santi, assisa in trono, riverita da schiere angeliche, come le Madonne raffigurate in tante statue e dipinti. È una povera donna costretta a partorire il suo unico figlio in una stalla. Eppure quel figlio è destinato a diventare il Signore del Cielo e della Terra e la sua Mamma a essere chiamata “Beata” da tutte le generazioni. Quale grande fonte di dignità diventa un simile messaggio per generazioni di donne e uomini che lottavano ogni giorno per strappare alla terra il necessario per vivere? Come non vedere in quella storia una storia di riscatto? Era un riscatto possibile, concreto, che faceva sì che le quotidiane ristrettezze fossero non solo vissute meglio e accettate con spirito di pazienza, ma che anzi diventassero uno strumento privilegiato per essere ancora più vicini a Gesù che per primo aveva scelto quella povertà per riempirla di significato. E, ci sia concesso dirlo, quale messaggio lancia quella capanna di Betlemme anche a noi rispetto alle tante torme di disperati che bussano alla nostra porta e per i quali diciamo troppo spesso anche noi che “Non c’è posto nell’albergo”? Ecco dunque che la riscoperta del Natale autentico che questo gruppo con i suoi canti in dialetto soveritano ci invita a compiere non si esaurisce in un rimpianto dei bei tempi andati quando pur stando peggio si stava meglio, ma lancia un messaggio di amore cristiano che, nella riscoperta delle nostre tradizioni, ognuno di noi è tenuto ad accogliere>>.




























