A volte ci rendiamo improvvisamente conto di quanto ci manchi il tempo necessario per fare tutto ciò che avremmo voluto fare. In effetti ci vorrebbero molte vite per coltivare al meglio tutti i nostri interessi e purtroppo non ne disponiamo che di una, a meno che non siamo tra coloro che credono nella metempsicosi, nella reincarnazione della nostra anima in un nuovo corpo ogni volta che questo deve sottostare alle crudeli leggi della natura.
Soprattutto per ciò che riguarda la lettura, se questa rappresenta una delle nostre passioni e per me lo è indubbiamente, nonostante si accumulino tanti volumi nella pila dei libri già letti, quelli che fanno bella mostra di sé negli scaffali dei libri ancora da leggere sono sempre in netta maggioranza. Per non dire di quelli di cui abbiamo sentito parlar bene, di cui abbiamo letto una recensione lusinghiera, o di quelli che scoviamo per caso sugli scaffali di una libreria, magari perché attratti da una bella copertina o da un incipit particolarmente efficace, e che ci fanno provare l’irresistibile desiderio di acquistarli per leggerli non appena possibile.
Da giovani pensiamo di poter leggere a oltranza e acquisire tutto lo scibile umano attraverso l’esperienza della lettura. Ma poi, col trascorrere della vita, ci rendiamo inesorabilmente conto di quanto sia limitato il tempo a nostra disposizione rispetto alle montagne di libri che esistono sulla faccia della Terra.
Pensiamo di poter realizzare il sogno di Jorge Luis Borges: quello di creare una biblioteca universale contenente tutti i libri e tutto il sapere del mondo. E in parte, ma solo in parte, l’Internet è riuscita a realizzare questo sogno, centrando l’obiettivo dell’interattività e della ricerca veloce delle informazioni da parte dell’utenza, ma restando ben lontana da quel senso di completezza e di fruizione approfondita che Borges avrebbe voluto dare, lasciandosi troppo sedurre dal mito dell’immediatezza che però reca in sé l’inevitabile limite della superficialità.
Ora, se ci pensiamo bene, leggere è in fondo vivere. Nei libri ci sono più storie di quante potremmo mai viverne in prima persona o sentirne da altri, più luoghi di quanti potrebbe vederne in tutta la sua vita il più incallito dei viaggiatori, più persone di quelle che potrebbe incontrare il più socievole degli esseri umani.
E’ per tutte queste ragioni che dobbiamo essere grati a Francesco Bevilacqua per il grande regalo che ci ha voluto fare con la sua ultima opera, monumentale e preziosissima, soprattutto per chi come me è interessato alla Calabria, ma ha anche molteplici altri interessi e non avrebbe mai avuto il tempo di “sfogliare” cento libri sulla nostra regione. Si tratta di “Lettere meridiane, Cento libri per conoscere la Calabria”, Rubbettino Editore, 2015.
Il libro è suddiviso in due parti ben distinte; quindi, appena ho cominciato a sfogliarlo mi si è aperto un mondo, anzi due: il mondo interiore di Francesco Bevilacqua, nella prima parte (“Viaggio nell’ombra”), e il “mondo Calabria”, che senz’altro è un mondo a sé, nella seconda parte “”Cento libri”).
Il mondo di Bevilacqua è fatto di una sensibilità speciale per la natura e per il bello; ma anche di una visione, utopistica e minimalista, come lui stesso la definisce, che è capace di cogliere le falle e le potenzialità di un territorio e della cultura che gli fa da corollario.
Il “mondo Calabria”, o meglio quello dei tanti che ne hanno scritto nel corso del tempo, compreso lo stesso Bevilacqua, è fatto di analisi attente e mai banali. Un’antologia di sguardi a volte immaginifici dei narratori calabresi e non (più o meno noti), altre volte di sguardi indagatori degli studiosi (storici e sociologi, in prevalenza) e altre ancora di sguardi oggettivanti degli osservatori esterni (i mitici viaggiatori stranieri del settecento e ottocento). Ma tutti, nessuno escluso, scelti con estrema cura dall’autore, funzionali a un meta-racconto più complessivo che si va disegnando pagina dopo pagina, descritti in modo rapido ma sempre esaustivo.
All’autore, a Francesco Bevilacqua, non possiamo che augurare, come misera ricompensa per i suoi sforzi letterari e di analisi profonda della realtà calabrese, di poter un giorno realizzare la sua “utopia minimalista”, issando alfine, in quel luogo nei pressi del lago Ampollino che sembra aver innescato un processo ineluttabile quanto virtuoso, quell’insegna di legno massiccio, in stile grande parco americano, con su scritto: “Villaggio Montenero. Lontano dal mondo. Nel cuore del Mondo”.




























