Sul “documentario” oggi possiamo dire di sapere qualcosa più di prima. Sappiamo che è possibile rivalutarlo come genere cinematografico, forma di espressione artistica e documento storico.
Considerato spesso come il fratello minore della fiction, quasi un qualcosa da sopportare con benevola pazienza, ci sono stati momenti nella storia del cinema in cui è assurto a un’importanza primaria e da tutti riconosciuta.
Uno di questi momenti, che ci riguarda da molto vicino come calabresi e popolo mediterraneo, è stato la stagione dei primi documentari di Vittorio De Seta, siciliano di nascita e calabrese d’adozione, che dal 1955 al 1959 ha ridato un senso e una dignità a un genere che all’epoca serviva solo come proiezione riempitiva prima del film in programmazione. Quando magari si gettava un’occhiata distratta sul grande schermo, mentre tutti gli altri spettatori si sistemavano nei rispettivi posti a sedere o si attardavano a comprare una bibita alla buvette del cinema.
Vittorio De Seta, invece, sorprese critica e spettatori con i suoi capolavori che sapevano unire ricercatezza nell’immagine e ricerca antropologica, gli elementi che sono stati i cardini del suo cinema. Una vera e propria filosofia che ha determinato delle scelte stilistiche e produttive precise e inconfondibili.
Con le dovute proporzioni, Antonio e Mattia Isaac Renda, padre con una vita da fotografo alle spalle e figlio d’arte, hanno provato a riproporre quella stessa filosofia nel loro documentario Il pastore grecanico, un medio metraggio di 25 minuti per la realizzazione del quale si sono avvalsi della preziosa consulenza di Orlando Sculli, che ha scritto anche i brevi testi a supporto delle immagini e nel finale dialoga con il pastore del titolo, vero protagonista del film.
Oggi sono passati sessant’anni dal periodo aureo di De Seta e sono cambiate le tecniche di ripresa e di montaggio, e quindi aumentate a dismisura le possibilità realizzative.
De Seta doveva portarsi dietro attrezzature pesantissime, inventarsi trucchi e ricorrere ai più vari espedienti per realizzare le sue riprese. Doveva girare in pellicola, risparmiandola il più possibile, e montare alla moviola. I Renda hanno a disposizione le tecnologie digitali e si possono concedere il lusso di fare riprese aeree con il drone, che però sanno utilizzare con oculatezza e misura.
Di desetiano c’è sicuramente il sonoro, sempre in presa diretta, con in evidenza i suoni della natura e del lavorio del pastore che attende alle sue mansioni quotidiane. E poi alcune immagini che rappresentano dei “topos” del cinema di De Seta, come le inquadrature durante la mungitura, quelle delle braci attizzate in un camino e poi del fuoco con sopra il pentolone del latte, le mani che lavorano, i luoghi dalla presenza umana rarefatta.
Il contadino grecanico, nelle campagne di Staiti, sulle pendici più meridionali dell’Aspromonte, sovrintende a tutto il processo di lavorazione del formaggio, dalla cura del gregge al rito della cagliata, in cui il latte si trasforma magicamente in formaggio, fino alla manipolazione sapiente del prodotto finale, ma anche all’autocostruzione degli attrezzi di lavoro. E fra tutti spiccano le forme artistiche in legno che si usano nella produzione del “musulupu”, un tipo di formaggio che ha antichissime origini bizantine.
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Con questi presupposti, il film, prodotto da Archivi del Mediterraneo, ha tutto il merito di recuperare una memoria che va perdendosi e di conservarla per i posteri. È una sorta di “capsula del tempo” audiovisiva che farà scoprire ai giovani di oggi e di domani un altro mondo possibile, vissuto in piena simbiosi con la natura. Ma sempre tenendo ben presente la frase di Corrado Alvaro che fa da chiosa all’opera: «Come al contatto dell’aria le antiche mummie si polverizzano, si polverizzò così questa vita. È una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere, ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie».
Raffaele Cardamone è nato a Soveria Mannelli, dove vive da sempre, lavorando in prevalenza nella città di Catanzaro.
Da giovanissimo ha realizzato, per Radio Soveria Uno, programmi musicali di nicchia (“Radio on” e “Rock in motion”) e trasmissioni sportive sulla squadra di calcio locale.
Ha la qualifica di “Tecnologo della comunicazione formativa”, acquisita al termine di un corso biennale di formazione professionale sulle applicazioni in ambito formativo delle tecnologie informatiche, audiovisive e multimediali, e quella di “Coordinatore di attività di progettazione formativa”, acquisita sul campo, lavorando per oltre dieci anni nell’équipe di Coordinamento didattico dell’Enaip Calabria (Ente di formazione professionale delle ACLI).
Ha avuto l’opportunità di viaggiare molto in Italia e in Europa, prima per motivi di studio e poi di lavoro.
La sua attività lavorativa si svolge nei settori della formazione professionale, del sociale e della comunicazione (editoria, multimedialità e internet).
È tra i fondatori e redattori della testata on-line ilReventino.it. Collabora stabilmente con Gazzetta del Sud, Cineteca della Calabria e l'Editore Rubbettino.
Alcune sue opere letterarie sono presenti sulla piattaforma digitale di self publishing ilmiolibro.it. È autore dei testi del libro "Calabria. Un racconto a colori tra bellezza e identità", edito da Touring Club Italiano nel 2020.