Un Teatro Comunale di Catanzaro partecipe e caloroso ha accolto “Il Malato Immaginario”, il nuovo allestimento della Scuola di Teatro Enzo Corea, interpretato dagli allievi del Gruppo dei Grandi della sede di Tiriolo. Lo spettacolo, con adattamento testo e regia di Pasquale Rogato, ha proposto una rilettura originale del celebre capolavoro di Molière, restituendone tutta l’attualità attraverso un linguaggio scenico contemporaneo, senza mai tradire la forza e il significato dell’opera originale.

Una scena essenziale, costruita su pochi elementi simbolici, ha lasciato spazio agli interpreti e alle loro relazioni, mentre il grande ritratto del protagonista, sospeso sopra il palcoscenico, ha accompagnato l’intera vicenda come presenza costante, rappresentando visivamente il rapporto ossessivo di Adriano con sé stesso e con la propria presunta malattia. Il disegno luci, la musica e gli effetti sonori sono diventati parte integrante della narrazione, contribuendo a costruire un linguaggio teatrale capace di alternare ironia, tensione e momenti di intensa suggestione. Uno degli aspetti più significativi dell’allestimento è stato il lavoro svolto con gli interpreti, coinvolti in un percorso di approfondimento che ha privilegiato la ricerca sul personaggio, l’ascolto reciproco e la costruzione di relazioni autentiche.
Ogni ruolo è stato affrontato come un viaggio di conoscenza, permettendo agli interpreti di andare oltre la semplice esecuzione del testo e di restituire al pubblico personaggi credibili, complessi e profondamente umani.
In scena: Martino Critelli, Maria Grazia Concolino, Natashia De Sio, Cristina Gagliardi, Mara Aloi, Luigi Guzzo, Maria Mangiacasale, Laura Cerminara, Manlio Colosimo, Costanza Lubello, Rossella Mete.


A margine dello spettacolo il Regista Pasquale Rogato racconta il percorso che ha accompagnato la nascita dell’allestimento: «Quando si affronta un classico come Il Malato Immaginario, il rischio è quello di raccontare qualcosa che il pubblico conosce già. La vera sfida è scoprire quanto quel testo abbia ancora da dire oggi. Per questo non abbiamo semplicemente modernizzato Molière, ma abbiamo cercato di costruire un linguaggio scenico capace di parlare al presente, mantenendo intatto il cuore dell’opera. Il lavoro più importante, però, è stato quello svolto con gli interpreti. Ho chiesto a ciascuno di loro di andare oltre la battuta, oltre il costume, oltre la scena. Ogni personaggio è stato studiato, compreso e costruito partendo dalla sua umanità, dalle sue fragilità, dai suoi desideri e dalle sue contraddizioni. Per me un personaggio non è mai un costume da indossare, ma una persona da conoscere. In questi mesi i nostri allievi/attori non hanno semplicemente imparato un copione. Hanno intrapreso un percorso di consapevolezza, imparando ad ascoltare sé stessi, gli altri e il personaggio che erano chiamati a interpretare. È stato un lavoro intenso, che ha permesso a ciascuno di crescere artisticamente e umanamente, portando in scena non delle maschere, ma persone vere. Credo che questo sia il compito più autentico del teatro: non insegnare soltanto a recitare, ma aiutare a comprendere l’essere umano. Se il pubblico ha sorriso, si è emozionato e ha riconosciuto qualcosa di sé in questi personaggi, allora significa che il nostro lavoro ha raggiunto il suo obiettivo. Ed è questa, per un regista e per una scuola di teatro, la soddisfazione più grande».






























