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Home » Genius Loci: a Monte Condrò, dove i faggi custodiscono l’anima

Genius Loci: a Monte Condrò, dove i faggi custodiscono l’anima

Un’iniziativa nata da Marika Mazzeo e Giuseppe Samuele Vasile, promossa dalla nuova amministrazione comunale di Serrastretta

La redazione di La redazione
25 Giugno 2026
in COMUNI
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Genius Loci: a Monte Condrò, dove i faggi custodiscono l’anima
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Genius Loci è un’iniziativa nata da Marika Mazzeo e Giuseppe Samuele Vasile, promossa dalla nuova
amministrazione comunale di Serrastretta, che ha voluto dare alla Festa di Radici e Futuro –
organizzata in occasione dell’elezione del nuovo Consiglio comunale – un significato legato al
rispetto della natura, all’arte e alla valorizzazione del territorio.

    Mazzeo e Vasile hanno tradotto questa intenzione in un laboratorio a cielo aperto durato l’intera
giornata del 21 giugno 2026. Gli adulti hanno modellato maschere antropomorfe in argilla cruda,
componendo volti in stile Arcimboldo naturale con elementi raccolti sul posto: foglie di faggio, licheni
e piccoli rametti.

Marika Mazzeo

Come sottolinea l’intervento dell’artista e curatrice Eva Fruci: «Un luogo può coltivare la memoria, ma può anche perdere i ricordi», scriveva James Hillman ne L’anima dei luoghi. In questa riflessione è racchiusa una domanda fondamentale: è possibile annullare l’anima di un luogo? Per Hillman no. Un luogo può essere ferito, dimenticato, attraversato dall’abbandono, ma la sua anima continua a manifestarsi nelle tracce, nelle memorie sedimentate, nei gesti di chi lo abita e lo attraversa. Non si tratta di nascondere le ferite, bensì di imparare a convivere
con esse, ascoltando ciò che hanno da raccontare.

Hillman ci invita a osservare come le comunità reagiscano ai segni del tempo, perché è proprio nel
sintomo che si rivela l’anima del luogo. Il compito diventa allora quello di evocarla, custodirla e
proteggerla. I luoghi ci parlano, sostiene il filosofo, e ciò che chiedono è attenzione, bellezza e cura.
Gli abitanti di Serrastretta sembrano conoscere profondamente questo linguaggio. Hanno compreso
quanto sia essenziale il legame tra luogo, memoria, corpo e natura; un rapporto che non si fonda sul
possesso, ma sull’ascolto. Lasciarsi attraversare da un luogo significa riconoscerne la storia,
accoglierne la presenza e contribuire alla sua continuità.

Non è un caso che Genius Loci si svolga nel giorno più lungo dell’anno, quando la luce raggiunge il
suo apice e la natura si manifesta nella sua massima intensità. L’evento diventa un rito collettivo di
riconoscenza verso la terra: un gesto di restituzione, un modo per riconoscere il valore di ciò che ci
sostiene e ci ospita. La realizzazione delle trenta maschere, il lavoro condiviso, l’immersione nella
faggeta di Condrò, le narrazioni e le leggende tramandate ai bambini non sono semplici attività, ma
pratiche di relazione. Sono modi per abitare poeticamente un luogo, per entrare in sintonia con il suo
respiro.

In questa esperienza la natura non è uno sfondo, ma una presenza viva, un’interlocutrice. La faggeta
diventa uno spazio di incontro tra generazioni, memoria e immaginazione, dove il sapere antico si
intreccia con nuove forme di partecipazione e consapevolezza.

Seguendo una traiettoria che richiama il pensiero di Martin Heidegger, Genius Loci ci ricorda che
costruire non significa semplicemente fabbricare. Costruire è anzitutto custodire. È un atto di cura
che nasce dall’abitare consapevole. Abitare un luogo significa riconoscerne la fragilità e la forza,
accettarne la complessità, contribuire alla sua esistenza senza pretendere di dominarla.
In un’epoca segnata dalla velocità e dalla progressiva perdita del rapporto con i territori, Genius Loci
rappresenta un invito a rallentare, ad ascoltare e a riconoscere che l’identità di una comunità nasce
anche dalla sua capacità di prendersi cura dei propri luoghi. Perché ogni paesaggio custodito, ogni
storia raccontata e ogni gesto condiviso sono forme di resistenza all’oblio e atti concreti di
appartenenza al mondo.»

I bambini hanno poi realizzato giardini zen con sassi e materiali naturali, guidati dall’artista Pina
Cerchiaro, per essere successivamente accompagnati dalla stessa alla scoperta della Pietra dei
Margari, attraverso racconti e leggende locali. La giornata si è svolta tra attività partecipate e momenti
di intrattenimento, con la faggeta vissuta non come scenografia, ma come luogo attivo di creazione.
Cerchiaro sottolinea: «Fin dall’inizio sono arrivati molti bambini, con i quali ho pensato di realizzare un giardino zen, uno spazio meditativo per il ricongiungimento dell’anima. Questa antica arte nasce in Giappone e consiste
nel creare uno spazio magico e spirituale. Dopo una breve spiegazione del progetto, i bambini si sono
prodigati nel raccogliere rametti, pietre, felci e muschio, tutto ciò che la fantastica faggeta ci fa dono,
con i suoi 200 ettari di vegetazione e le fresche sorgive. I bambini hanno voluto dare al giardino una
forma circolare, creando una sorta di mandala, al cui centro hanno posto un piccolo guscio d’uovo
contenente un pezzettino di vetro triangolare di colore marrone, a simboleggiare la rinascita e la
speranza.

Con loro e con altri gruppi mi sono resa disponibile per una visita guidata alla Pietra dei Margari. Lì
ognuno ha poggiato la testa e le mani sulla pietra esprimendo un desiderio, secondo una delle tante
misteriose leggende che arricchiscono il patrimonio immateriale di Serrastretta. È stato meraviglioso
osservare come le persone siano rimaste colpite da questo luogo così intriso di memoria.»
Al termine dell’evento, le maschere non sono state rimosse. Sono state lasciate ai piedi dei grandi
faggi, dove si trovano tuttora. Opera di land art effimera e apotropaica, sono destinate a trasformarsi
nel giro di circa due mesi sotto l’azione della pioggia e del vento, fino a tornare alla terra da cui sono
nate.

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Come sottolinea infine il critico d’arte Giuseppe Antonio Bagnato:
«È chiaro che nell’uomo si annidano impulsi insopprimibili che lo legano alla materia arcaica,
viscerale e primigenia. Ritrovarsi in luoghi mistici come la faggeta di Monte Condrò costituisce per
l’anima un sentiero privilegiato verso una catarsi esistenziale, nella quale ciascuno, attraverso la
paradossale composizione di una maschera antropomorfa, suggella le proprie paure. Liberandosi
dagli orpelli superflui e inutili, l’uomo tende verso uno stato di ascesi, di unità e di armonia con ciò
che lo circonda. Qualcuno potrebbe dedurre che si tratti di mera superstizione; io credo
profondamente, invece, che esista un’energia che ci tiene legati a un suolo ricco di memorie e di
radici.
Le maschere, collocate tra le resine e i tronchi degli alberi, è come se assorbissero l’entità spirituale
di chi le ha composte. Rimangono lì, in modo site-specific, come presenze mute e silenziose delle
anime che le hanno modellate. Arriveranno allora le afose giornate d’estate, calerà la nebbia sui faggi,
il suolo si impreziosirà di rugiada tra muschi e licheni, compariranno i funghi in autunno, l’inverno
busserà improvvisamente sulla cima dei monti; eppure le maschere continueranno a essere lì, o forse
no. Ciò che certamente rimarrà sarà il loro ricordo, la loro anima che continuerà a pulsare. L’argilla
si fonderà con la terra, si riunirà con ciò che l’ha formata, e così si compirà il miracolo della natura.
Questo panta rei, che non risparmia neppure la bellezza, ci rende consapevoli della nostra fragilità
ma, al tempo stesso, suscita una riflessione su ciò che siamo: viandanti immersi in un oceano di
domande irrisolvibili, se non accettando il nostro naturale ciclo di vita.
Infine c’è l’entusiasmo dei bambini nella raccolta dei legni, dei rami, dei muschi e delle pietre per la
realizzazione del giardino zen. È quasi come se in quel gioco si rifugiasse la spensierata frenesia
munariana del toccare gli elementi, del percepire l’odore dell’umido e del costruire una forma arcaica
come quella del cerchio. Jung parlerebbe di inconscio collettivo; forse si potrebbe pensare a una forma
di redenzione e a una possibilità di rinascita dell’anima.

Queste maschere, questi giardini, sono stati realizzati in un giorno al tempo stesso pregno di
misteriose fascinazioni: il solstizio d’estate. Fin dalla notte dei tempi, il 21 giugno coincide con
allineamenti solari e astronomici che non possono che suggerirci la presenza di qualcosa di sacro ed
esoterico proveniente dal suolo, dalle acque sotterranee di cui è ricca la faggeta e dalla presenza di
pietre, come quella dei Margari o delle Quaderelle, dal valore mistico, propiziatorio e ancestrale. Nel
suo salire oltre le fronde degli alberi, il sole bacia le maschere d’argilla, osserva il giardino zen e, nel
suo eterno migrare, ci ricorda lo scorrere inesorabile del tempo. Alla fine di tutto, quando il sole e
l’uomo si ritirano lasciando la faggeta avvolta nel silenzio silvestre, mormorano le civette e le ombre
si risvegliano. In un attimo di mirabile incertezza, ecco comparire il tremolio lontano delle stelle.
L’angoscia cede così il passo alla luce». (nella foto in evidenza Samuele Vasile)

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