Mentre il Consiglio dei ministri approva le intese con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto nell’ambito del percorso verso l’autonomia differenziata, in Calabria si consumano emergenze che mettono a rischio la vita delle persone. Il caso delle dialisi a Reggio Calabria, con le difficoltà che coinvolgono numerosi pazienti, è l’ennesimo campanello d’allarme di una sanità sempre più fragile. Per chi ha bisogno di dialisi, non si tratta di un servizio rinviabile, ma di una prestazione salvavita. Quando viene meno una struttura di riferimento, il ricorso al pronto soccorso rischia di diventare l’unica alternativa, con tutte le difficoltà di un sistema dell’emergenza già gravato da carenze e disfunzioni.
Dopo la chiusura di ospedali e presidi sanitari, comprese importanti strutture montane, intere comunità sono state progressivamente private di servizi essenziali. Chi vive nei piccoli centri, lontano dai grandi ospedali e con una viabilità sempre più precaria, è spesso abbandonato al proprio destino. In una regione segnata dall’emigrazione e dall’invecchiamento della popolazione, la situazione diventa ancora più drammatica. E mentre il servizio pubblico arretra, cresce il ricorso alla sanità privata, in un contesto nel quale le politiche dei diversi schieramenti non sono riuscite a garantire un’assistenza adeguata e uniforme. Il rischio è che il reddito e il luogo di residenza finiscano per determinare la possibilità di curarsi. Per questo l’autonomia differenziata, senza avere prima colmato le disuguaglianze territoriali, rischia di consolidare un sistema nel quale i diritti non sono più uguali per tutti.
Miliardi per la guerra, sacrifici per i cittadini
Intanto, la politica continua a mobilitare risorse per il sostegno all’Ucraina, mentre per sanità, servizi pubblici e sostegno alle famiglie si invocano spesso vincoli di bilancio e sacrifici. Una contraddizione che alimenta il malcontento e impone una domanda: quali sono le vere priorità di chi governa?
Dopo anni di guerra, morti e distruzioni, è legittimo chiedersi se si stia facendo abbastanza per arrivare a una soluzione diplomatica. Il sostegno militare non può diventare un fine in sé, né giustificare il silenzio sulle violazioni dei diritti umani e sulle condizioni di chi viene mandato al fronte. Le immagini del reclutamento forzato e degli abusi legati alla mobilitazione in Ucraina, quando documentati, mostrano ancora una volta quanto spesso siano i figli del popolo a pagare il prezzo più alto.
È legittimo chiedersi se si stia facendo davvero abbastanza per raggiungere una soluzione diplomatica a una guerra che continua a provocare morti e distruzioni. Ma è altrettanto necessario interrogarsi sulle responsabilità dell’Occidente e sulle strategie geopolitiche che hanno contribuito pesantemente ad arrivare al conflitto, senza trascurare gli interessi economici legati all’energia. La rottura dei rapporti energetici con la Russia e il conseguente venir meno di forniture a basso costo hanno pesato sulla competitività dell’Europa. Non ci vuole un genio per comprendere chi avesse interesse a tarpare le ali all’Europa, e a pretendere il trasferimento degli impianti produttivi per evitare i dazi.
La rivolta degli autotrasportatori
A rendere ancora più teso il clima sono le proteste degli agricoltori e degli autotrasportatori, schiacciati dall’aumento dei costi e dalla difficoltà di mantenere sostenibili le proprie attività. Per gli agricoltori pesano il gasolio, i fertilizzanti e le spese di produzione; per chi trasporta le merci, il carburante, la manutenzione dei mezzi, i pedaggi e gli altri costi di gestione
Tutti costi aumentati a causa di una guerra che non è nostra e che viene mantenuta artificialmente in vita, alterando le regole del gioco e inondando di soldi e armi, pagati con il denaro dei cittadini, una nazione che, senza questo sostegno, avrebbe forse già capitolato. Risorse sottratte, direttamente o indirettamente, a servizi essenziali un tempo garantiti, che oggi vengono sacrificati sull’altare di strategie geopolitiche lontane dai bisogni reali della popolazione.


La mobilitazione degli autotrasportatori rappresenta un segnale forte: quando trasportare le merci diventa economicamente insostenibile, a fermarsi rischia di essere un’intera filiera. In Calabria, dove le infrastrutture e i collegamenti presentano criticità storiche, le conseguenze possono essere ancora più pesanti. Un blocco prolungato dei trasporti potrebbe rallentare le consegne, creare difficoltà negli approvvigionamenti e ripercuotersi sui prezzi, aggravando ulteriormente il peso del caro vita sulle famiglie.
La protesta, dunque, non riguarda soltanto una categoria professionale. Dietro ogni camion fermo ci sono aziende, lavoratori, merci da consegnare e prodotti che devono raggiungere negozi e consumatori. E quando la distribuzione rallenta, il problema finisce per coinvolgere tutti.
Calabria in protesta: i presidi segnalati
Mentre si moltiplicano le segnalazioni di stazioni di servizio rimaste senza carburante già dalle prime ore del pomeriggio, la mobilitazione degli autotrasportatori interessa diversi punti della regione. La situazione è in evoluzione e l’elenco dei presidi, sulla base delle segnalazioni disponibili, comprende:
REGGIO CALABRIA
- Porto di Gioia Tauro
- Grotteria Mare – svincolo SS 682
VIBO VALENTIA
- Raffineria
- Svincolo di Sant’Onofrio
- Vazzano
CATANZARO
- Aeroporto di Lamezia Terme
- Marcellinara
- Vena di Maida
- Falerna
- Caraffa di Catanzaro e S. Floro
COSENZA
- Uscita di Sibari
- SS 18, Santa Maria del Cedro
- Montalto Uffugo
- San Lucido – rotonda
- Guardia Piemontese
CROTONE
- Località Passovecchio




























