“La voce del silenzio” è il titolo dell’incontro coordinato da Silvia Camerino e andato in scena sabato 5 novembre al Tip Teatro di Lamezia Terme, all’interno del cartellone di Ricrii 19, la rassegna di teatro contemporaneo diretta da Dario Natale.
Principiando dalle interviste raccolte nel volume Un giorno questa terra sarà bellissima (Iod edizioni), Camerino ha sgrovigliato il filo che lega la strage di via D’Amelio di domenica 19 luglio 1992 in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di Polizia Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Walter Eddie Cosina agli altri attentati e mancati attentati avvenuti successivamente alla sentenza del 30 gennaio 1992 con cui la Corte di Cassazione suggellò gli ergastoli ai boss di Cosa nostra sanciti nel corso del Maxiprocesso.
L’esposizione de “La voce del silenzio” si è focalizzata principalmente sulla strage di via D’Amelio, un attentato che “indignò anche il sole”, afferma Silvia Camerino, “e che incorpora tutti gli avvenimenti stragisti di quegli anni”. Fu un attentato “accelerato” quello del 19 luglio, ché il giudice siciliano aveva oramai aperto la cassaforte che conteneva i segreti della trattativa Stato-mafia, un dialogo tra due forze all’apparenza inconciliabili che non fece in tempo a svelare e che prosegue da allora.

L’assassinio di Borsellino fece piangere l’intero Paese che da quella domenica d’estate, però, si rialzò come non mai per contrastare dal basso la violenza della mafia.
Via D’Amelio, cronache di un depistaggio
La riflessione dell’autrice e attivista del movimento delle Agende rosse si concentra sulle azioni immediatamente successive l’attentato di via D’Amelio: le telefonate ai servizi segreti, i movimenti sospetti attorno all’auto su cui viaggiava Paolo Borsellino e il depistaggio, messo in atto fin da subito, tra le lamiere e i brandelli di corpi ancora fumanti, con il furto dell’agenda rossa del magistrato.
“L’intenzione era quella di depistare”, un intento, dice Camerino, portato avanti negli anni con la creazione di pentiti ad hoc, uomini ricattabili con lingue ricattabili sotto il giogo dei capibastone della mafia siciliana.
Ma cosa conteneva l’agenda rossa di Borsellino? Certamente gli interrogatori e i filoni di indagine in merito alla strage di Capaci del 23 maggio 1992 in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, ma anche ragionamenti e appunti circa le investigazioni sulla trattativa Stato-mafia: pagine pericolosissime per Cosa nostra.
Gli ultimi cinquantasette giorni di Paolo Borsellino
Consapevole che il tritolo per farlo fuori – circa novanta chilogrammi di esplosivo – fosse già arrivato a Palermo, Paolo Borsellino provò a sveltire le indagini, ma Cosa nostra fu più veloce, colpendo appena cinquantasette giorni dopo l’attentato mortale a Falcone.
Silvia Camerino ricorda anche i ragazzi della scorta di Borsellino, periti nello stesso drammatico pomeriggio del 19 luglio 1992, che inconsciamente e innocentemente, sottolinea la relatrice, si sono sacrificati accanto al magistrato, per il futuro del Paese, per prendersi cura del “sogno di Paolo”, per dare un seguito alla sua “rivoluzione gentile”.
1992-1994, gli anni delle sette stragi
La serata è proseguita con lo spettacolo Il Paese nelle mani della compagnia Teatri d’imbarco con Beatrice Visibelli e il testo e la regia di Nicola Zavagli. Lo spettacolo è incentrato sulla pagina cruciale della storia d’Italia di cui la strage di via D’Amelio costituisce capitolo fondamentale, vale a dire il sanguinoso triennio che va dal 1992 al 1994, gli anni delle sette stragi mafiose – da Capaci al fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma passando per la strage di via dei Georgofili e degli Uffizi con obiettivo anche il patrimonio culturale –; anni di guerra in cui la mafia ebbe l’impressione di avere il Paese nelle mani.
Antonio Pagliuso

























