

Dopo aver tracciato, nella prima parte, un breve profilo delle abitudini di vita quotidiana e raccontato un po’ di storia della comunità nomade dell’area lametina, in questo secondo appuntamento, con la Vescio entreremo nei percorsi formativi e nella vita quotidiana degli “zingari” di Scordovillo.
…E poi, come scrive nel suo libro, cominciò davvero un’avventura…
“Sì, cominciò davvero un’avventura. I Rom li si conosceva forse solo per quanto di negativo traspariva dal loro modo di fare nel rapporto con la società civile e non certo per i risvolti umani che comunque risiedono ,alla fine, in ogni individuo. Avventurarsi in un cammino di cui si ignorava il percorso significava accettare una sfida, partire da zero , significava dover intavolare un rapporto di fiducia con loro per acquisire informazioni e conoscenze utili ad ipotizzare eventuali piani di intervento”.


“Si cercò inizialmente – ci racconta Ninfa Vescio – di approfittare di ogni occasione per incamerare quante più immagini e informazioni possibili per ricucire delle storie, progettarne altre e poter costruire percorsi di crescita e di integrazione. Bisognava impegnarsi a trovare le strategie per creare motivazione ad apprendere. Nel caso specifico pensammo che sarebbe stato molto importante portare la cultura dei Rom nella scuola: attraverso l’oralità sarebbe stata possibile la conoscenza e il reciproco “riconoscimento” come valore, e quindi loro, i Rom, come parte di una cultura e portatori di identità e valori come i “non zingari”o gagè. Ci prefiggemmo però di non dimenticare che ciascuna persona è portatrice di una sua storia e di una sua identità peculiare e sarebbe stato sbagliato cercare di ricondurre la personalità di ognuno a ciò che sapevamo del loro contesto culturale. Nessuna cultura, per di più, è monolitica e immutabile. Tanto meno quella rom che si basa da secoli sulla convivenza, pur conflittuale, con società maggioritarie dalle quali loro, i Rom, hanno sempre preso una varietà di elementi”.
“Pertanto, anche nel caso dei Rom lametini, – prosegue la nostra interlocutrice – si è trattato di un processo di assimilazione che ha visto nel tempo di permanenza sul territorio uno snaturamento lento, naturale ma progressivo e inconsapevole della cultura e del sistema di vita rom, al quale anche per loro è stato difficile opporre resistenza. E allora si è partiti dalla necessità di recuperare e valorizzare quanto della lingua e della tradizione dei Rom fossero rimaste in vita e/o ormai pure trasformate dalla convivenza con altra cultura, per riconoscere in esse un fattore di integrazione socio-culturale, trovare nuove strategie per l’apprendimento e lo sviluppo delle competenze linguistiche, per superare le difficoltà di espressione, per arrivare ad una maggiore fluidità nella produzione orale in lingua italiana e per passare dal racconto orale alla produzione scritta“.


Si è lavorato prioritariamente con le donne perché portatrici di cambiamento all’interno delle famiglie e le stesse sono state coinvolte in un programma di crescita personale e culturale partendo anche dalle naturali predisposizioni proprie della loro peculiare etnia, la quale benché assimilata ormai alla cultura lametina o come da loro definita “italiana”, come sopra detto, mantiene ancora alcune nette e radicate differenziazioni, sintetizzabili un po’ sommariamente nell’innato senso del ritmo e della musica e in una straordinaria abilità nel saper mescolare ed accostare i colori. Partendo proprio da questa inconsapevole ricchezza, si è pensato di affiancare, ad alcuni percorsi a loro rivolti, alle attività più propriamente scolastiche un percorso etnico musicale che ha quasi scavato nelle origini di quest’arte presente, sin dalla nascita anche nei bambini, e si è valorizzata la fantasia dei colori, con l’apprendimento di tecniche manuali, di produzione di variegati manufatti, finalizzati allo sviluppo di quella manualità sconosciuta alle donne Rom. Loro non erano avvezze ad usare le mani per “creare.” Man mano che si andava avanti, rimuovendo ostacoli e difficoltà, i primi risultati positivi ci rincuoravano, si era nel pieno dell’avventura e il cammino sembrava più agevole, la meta, però, ancora lontana”.
Idee e progetti che hanno dato anche libero sfogo alla fantasia e alla creatività.
“Intorno ad un tavolo ci si conosceva: – rivela Ninfa Vescio – alcune erano impacciate e silenziose, altre più amanti di iniziative tentavano in tutti i modi di partecipare alla discussione , qualche altra : “ non conosco i numeri, non so leggere, non conosco l’orologio”. Si partiva, praticamente, da un livello zero, occorreva porsi i primi obiettivi minimi da raggiungere: imparare a fare la propria firma, riconoscere, leggere e scrivere i numeri, conoscere e leggere il calendario, usare l’orologio, memorizzare la propria età, collocarla nel tempo e nella successione dei giorni e degli anni, tradurre in lingua italiana i nomi degli oggetti, tradurre verbalmente concetti e racconti del vissuto del loro vissuto in lingua italiana, fare semplici operazioni di calcolo servendosi anche della conta delle dita”.


“Al fine di coniugare il processo cognitivo con la componente emotiva e ludica, oltre a far apprendere concetti elementari utili ad una civile convivenza con la società accogliente, a portare avanti un percorso di alfabetizzazione della lingua italiana, incontri tematici sulla genitorialità, sull’educazione alla salute e legalità, furono avviati vari e diversificati laboratori creativo/comunicativi, attività teatrale, musica e tessitura, maglia, cucito, ceramica che portarono alla realizzazione di manufatti originali ed esclusivi, punto di partenza per approfondimenti concettuali e cognitivi oltre che essere uno stimolo concreto che spingeva la mente delle partecipanti a capire, riflettere, creare. Meccanismi questi ultimi sconosciuti per chi aveva nel tempo consolidato una forma mentis strutturata prioritariamente sulla concretezza”.


“Il gruppo, – ci racconta ancora l’ex docente – via via che si andava avanti, aveva imparato a lavorare al telaio, ai ferri, a creare oggettistica con l’uso di materiale facilmente reperibile, scrivere e leggere, presentarsi, chiedere ed esprimersi e aspetto importante, sapeva stare insieme e rispettare le regole, gli orari, sapeva ascoltare, fidarsi degli educatori anche affidando loro i propri bambini. Si è cercato infine sempre di calibrare e personalizzare i processi di apprendimento in rapporto alle diverse capacità e ai bisogni di ognuna di loro, che, in quanto adulte avevano già conoscenze consolidate e modi di apprendimento strutturati, spesso in senso limitativo. Il percorso ha richiesto una buona dose di flessibilità e un adattamento continuo ai loro ritmi e ai loro tempi, ma anche e soprattutto l’accettare una diversità che non sempre si riesce a spiegare e a cogliere come elemento proprio della cultura rom. La complessità dell’intervento avrebbe, però, necessitato di un respiro più ampio, di tempi più lunghi, di azioni più durature”.
E quelle mattinate particolari?
“Si trattava di mattinate in cui insieme si usciva per la città, anche per l’espletamento di un laboratorio teatrale che portò poi alla realizzazione di un cortometraggio con la guida di un bravo regista. Alcune scene furono girate all’interno del campo, altre per la città e, camminare in fila indiana, per le vie affollate, chiacchierando allegramente, era un’immagine festosa che, anche ora a distanza di tempo, ricordo con piacere.


Ogni angolo sembrava diverso, quasi che per la prima volta si scoprisse la città. Si guardava con gli stessi loro occhi meravigliati, delle donne Rom…era come entrare nei loro pensieri un po’ timorosi e restii a chiedere, per timore di sbagliare. E’ stata l’occasione per condividere la città, che appartiene a tutti, con persone che ,invece, in genere, ne rimangono ai margini, anche fisicamente. Raccontare queste sensazioni può anche sembrare poco significativo ma, in realtà, penso che, proprio le piccole cose, il nostro intreccio quotidiano di esperienze, sono state un passo per accorciare le distanze e un tentativo di superare differenze e ingiustizie”.
I Rom hanno un mondo tutto loro, dalla lingua alla religione: se dovesse raccontarlo a chi non ne sa niente?
“Riguardo alla lingua, – sottolinea ancora la Vescio – i Rom lametini sono ormai stanziali, gravitano sul nostro territorio da oltre sessant’anni e hanno ormai assorbito il dialetto locale, ricordano solo qualche parola sparsa qua e là della lingua originale che si va perdendo con la scomparsa delle vecchie generazioni. Hanno mantenuto invece una certa intonazione lamentosa che si accentua in relazione al maggiore o minore bisogno della loro richiesta e al desiderio di vedere la stessa soddisfatta. Relativamente alla religione, anche i Rom lametini, com’è uso per tutti gli altri Rom insediati su un qualsiasi territorio, hanno adottato la religione praticata dalle popolazioni fra cui vivono; per la grande maggioranza sono cristiani, cioè cattolici. In mezzo alla loro più assoluta ignoranza, hanno come la maggior parte degli uomini, un’anima naturalmente religiosa”.
“I Rom credono nell’ aldilà e nel Paradiso e frequentano con molta pietà il cimitero, anche durante l’anno e il giorno dei morti è un giorno di pellegrinaggio alle tombe dei propri cari, portano fiori e lumini. Hanno una visione del mondo divisa fra bene e male cioè fra forze benefiche e forze oscure (malocchio), inteso come invidia verso una persona che sta meglio dal punto di vista economico e portano con loro” cose sante”, cioè immaginette di un santo, come fonte di protezione e difesa. Credono difatti ai santi e agli spiriti dei defunti (mulè)“.


“Tra i Santi venerati vi sono SS. Cosma e Damiano festeggiati a Riace dal 25 al 27 settembre. Ogni anno, fin dalle prime luci del 25, giungono in gran numero da ogni parte della regione, per venerare i Santi medici Cosma e Damiano, riconosciuti loro protettori. Per questo motivo, tale festa a Riace è detta dagli abitanti del circondario “a festa di zingari”. La loro presenza alla festa ha radici molto antiche, infatti, in quanto grandi mercanti di bestiame, essi giungevano per la tradizionale fiera del bestiame che veniva fatta in passato in occasione della festa e che purtroppo da lungo tempo è stata interrotta. Anche i Rom lametini partecipano alla festa dei Santi che viene vissuta come un’ occasione per uscire dal campo, come una sorta di “gita scolastica” anche perché alcuni arrivano in pullman, altri con le macchine e un sacco pieno di viveri per affrontare il viaggio e la permanenza a Riace. Altri Santi presi in considerazione dai Rom lametini sono: S. Francesco di Paola e S. Antonio, venerati e pregati per ottenere “Grazie”, per la famiglia, per la buona salute, per il lavoro”.





























