Di seguito proponiamo l’intervista alla dott.ssa IdaPaola Cerenzia, componente del Comitato Direttivo del Movimento Nazionale Fusione dei Piccoli e Medi Comuni d’Italia e Coordinatrice del Gruppo Sviluppo Savuto-Reventino, rilasciata per le due testate giornalistiche ilReventino e L’Eco della Valle.
Negli ultimi mesi il dibattito sul futuro degli enti locali è tornato al centro dell’attenzione. Sempre più spesso si parla di zone omogenee e di pianificazione sovracomunale come risposta alle difficoltà dei piccoli e medi Comuni d’Italia.
Ma è davvero questo il traguardo? Oppure le zone omogenee rappresentano soltanto il primo passo verso una riorganizzazione istituzionale più profonda?
Ne parliamo con la dott.ssa IdaPaola Cerenzia, componente del Comitato Direttivo del Movimento Nazionale Fusione dei Piccoli e Medi Comuni d’Italia e coordinatrice del Gruppo Sviluppo Savuto-Reventino, da anni impegnata nello studio delle dinamiche di sviluppo locale, della governance territoriale e dei processi di riorganizzazione amministrativa. Profonda conoscitrice delle realtà del Savuto-Reventino, sostiene una visione del governo del territorio fondata sulla programmazione unitaria, sulla sostenibilità amministrativa e sulla valorizzazione delle identità locali.
Dottoressa Cerenzia, negli ultimi giorni si è riacceso il confronto sulle zone omogenee. Ritiene che questa impostazione rappresenti una novità importante?
Assolutamente sì. Finalmente si riconosce una realtà che cittadini e imprese vivono quotidianamente: i territori non coincidono più con i confini amministrativi dei singoli Comuni. Le persone lavorano in un Comune, abitano in un altro, usufruiscono dei servizi in un terzo. Le economie sono integrate, così come le reti infrastrutturali e le relazioni sociali. Le zone omogenee hanno quindi il merito di fotografare un territorio reale, superando una lettura ormai non più adeguata alle trasformazioni avvenute nel tempo.
Lei, però, sostiene che le zone omogenee non possano rappresentare il punto di arrivo. Perché?
Perché rischierebbero di trasformarsi nell’ennesimo contenitore amministrativo. Sono utili soltanto se vengono considerate uno strumento di transizione. Se riconosciamo che più Comuni costituiscono già oggi un unico sistema territoriale, economico e sociale, allora dobbiamo avere il coraggio di domandarci quale debba essere l’approdo finale di questo percorso. Per me la risposta è evidente: costruire amministrazioni più forti attraverso la nascita di un unico Ente capace di governare realmente quel territorio.
Quindi il Movimento Nazionale guarda oltre le semplici forme associative?
Esattamente. La gestione associata rappresenta un’esperienza importante. Le zone omogenee costituiscono un laboratorio di collaborazione. Ma il vero obiettivo deve essere un altro. Occorre arrivare, laddove gli studi di fattibilità lo dimostrino conveniente, alla fusione dei Comuni oppure ad altre forme di riordino istituzionale che consentano di costituire un unico soggetto amministrativo. Solo così sarà possibile programmare sviluppo, infrastrutture, servizi e investimenti con una visione complessiva e non frammentata.
Qual è oggi il principale limite della frammentazione amministrativa?
La mancanza di una regia unica. Ogni Comune programma secondo esigenze locali, spesso senza coordinarsi con quelli confinanti. Il risultato è che si moltiplicano progetti simili, si disperdono risorse pubbliche e, talvolta, si realizzano opere che finiscono per competere tra loro invece di integrarsi. Non è un problema di buona volontà degli amministratori. È il sistema che oggi produce inevitabilmente questa frammentazione.
Può fare un esempio concreto?
Penso immediatamente a Piano Lago, una delle realtà più dinamiche dell’intero Savuto-Reventino. Qui insistono competenze amministrative appartenenti a diversi Comuni. Eppure il territorio vive già come un unico sistema economico e produttivo. Le imprese non distinguono i confini comunali. I cittadini li percepiscono soltanto quando devono rivolgersi a uffici diversi. Chi percorre l’area urbanizzata di Santo Stefano di Rogliano, Mangone, Figline Vegliaturo, Paterno Calabro, Belsito e Rogliano difficilmente riesce a capire dove termini un Comune e inizi l’altro. Le attività produttive sono integrate, l’edificazione è continua e le relazioni economiche sono unitarie. Eppure ciascun Comune continua a pianificare autonomamente. È una contraddizione che merita una riflessione seria.
La pianificazione del territorio dovrebbe essere maggiormente condivisa?
Senza dubbio. Quando territori ormai integrati continuano a programmare separatamente, si rischia di perdere opportunità importanti. Se più Comuni condividono sviluppo, servizi, infrastrutture e prospettive di crescita, è naturale che anche la pianificazione territoriale sia sempre più coordinata e unitaria. Non possiamo continuare a progettare una parte del territorio ignorando ciò che accade oltre un confine amministrativo che, nella vita quotidiana dei cittadini, è ormai quasi impercettibile.
Lei richiama spesso il tema dell’efficienza della spesa pubblica.
È un tema decisivo. Quando manca una programmazione unitaria ogni Comune cerca legittimamente di intercettare finanziamenti. Accade così che territori confinanti realizzino opere analoghe senza interrogarsi sul fabbisogno complessivo dell’area. Pensiamo agli asili nido, alla viabilità e ad altri servizi. In territori caratterizzati da un forte calo delle nascite si rischia di costruire più strutture nel raggio di pochi chilometri che, una volta ultimate, potrebbero non avere un numero sufficiente di utenti oppure risultare molto onerose sotto il profilo gestionale. Con una pianificazione condivisa sarebbe stato possibile progettare servizi realmente sostenibili, evitando duplicazioni e garantendo maggiore qualità.


No. È soprattutto una questione culturale. Dobbiamo imparare a sostituire la logica del “mio Comune” con quella del “nostro territorio”. Lo sviluppo non conosce confini amministrativi. Conosce infrastrutture efficienti, servizi di qualità, attrattività economica e capacità di fare sistema.
Qualcuno teme che parlare di fusioni significhi imporre decisioni dall’alto.
È un equivoco che va chiarito. Nessuno propone fusioni calate dall’alto. Al contrario. Prima vengono gli studi di fattibilità, poi il confronto con le comunità, successivamente le valutazioni economiche, sociali e amministrative e, infine, decidono democraticamente i cittadini. Le scelte devono nascere dalla conoscenza, non dalla propaganda.
Quale ruolo dovrebbe assumere la Regione Calabria?
Un ruolo determinante. La Regione dovrebbe finanziare direttamente studi di fattibilità affidati a centri di ricerca e professionalità indipendenti. Non possiamo pretendere che piccoli Comuni, spesso con bilanci limitati, affrontino da soli analisi tanto complesse. Investire nella conoscenza significa mettere le amministrazioni nelle condizioni di scegliere con responsabilità.
Qual è il messaggio che il Movimento Nazionale Fusione dei Piccoli e Medi Comuni d’Italia vuole lanciare?
Noi non vogliamo cancellare i piccoli paesi. Vogliamo salvarli. La loro identità non dipende dal numero dei municipi, ma dalla forza delle comunità che li abitano. Le tradizioni, la memoria, la cultura e il senso di appartenenza continueranno a vivere anche all’interno di amministrazioni più grandi e più efficienti. Le zone omogenee sono un passaggio importante. Ma non devono trasformarsi in un punto di sosta permanente. Devono diventare il laboratorio nel quale costruire il Comune del futuro. Se serviranno soltanto a coordinare qualche servizio, avranno perso gran parte della loro funzione. Se, invece, saranno il luogo in cui matureranno una visione condivisa, una programmazione unitaria e una governance comune, allora rappresenteranno il naturale percorso verso la nascita di Comuni Unici, capaci di pianificare infrastrutture, sviluppo economico, politiche sociali e tutela del territorio con una strategia complessiva. Il futuro delle aree interne non si gioca sulla difesa dei confini amministrativi, ma sulla capacità di costruire comunità istituzionalmente più forti, più efficienti e più competitive. Solo così potremo garantire ai cittadini servizi migliori, maggiore rappresentanza e nuove opportunità di crescita per le generazioni che verranno.
L’intervista alla dott.ssa IdaPaola Cerenzia apre una riflessione che va oltre il dibattito sulle zone omogenee. La proposta del Movimento Nazionale Fusione dei Piccoli e Medi Comuni d’Italia è chiara: utilizzare questi strumenti come fase preparatoria di un più ampio processo di riordino istituzionale, fondato su studi scientifici, partecipazione delle comunità e una visione strategica dello sviluppo. Una prospettiva che invita ad abbandonare la logica dei “campanili amministrativi” per costruire territori più coesi, competitivi e capaci di affrontare le sfide demografiche, economiche e sociali del nostro tempo. In questa visione, realtà come Piano Lago, dove i confini comunali sono ormai percepibili quasi esclusivamente negli atti amministrativi, rappresentano esempi emblematici di come una governance condivisa e una programmazione unitaria non siano più soltanto un’opportunità, ma una necessità per il futuro delle comunità. (FG)
































