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Roma, “Anime sospese nell’ombra” quando il carcere interroga la coscienza pubblica

Nella Sala Caduti di Nassirya del Senato un confronto sul libro di Francesco Garofalo tra pena, rieducazione, responsabilità e umanità

La redazione di La redazione
1 Aprile 2026
in CULTURA&SPETTACOLI
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Roma, “Anime sospese nell’ombra” quando il carcere interroga la coscienza pubblica
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Roma  – C’è un punto della nostra Costituzione che, più di altri, misura la qualità morale di una democrazia: l’articolo 27, là dove afferma che la responsabilità penale è personale, che la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e che deve tendere alla rieducazione del condannato.

È da questo principio che bisogna partire per comprendere il significato dell’incontro svoltosi il 30 marzo 2026 nella Sala Caduti di Nassirya del Senato, dedicato alla presentazione di Anime sospese nell’ombra, di Francesco Garofalo. Un appuntamento – come riporta una nota di resoconto pervenuta in redazione – promosso su iniziativa del senatore Fausto Orsomarso e coordinato dal senatore Marco Perosino, che ha assunto fin dall’inizio il tono di una riflessione pubblica sul carcere come luogo decisivo per misurare il grado di civiltà di una comunità.

Il libro nasce dall’ascolto diretto di fatti, racconti e storie di vita vissuta nelle carceri italiane, affidati alla voce di Roberto Falvo, assistente capo coordinatore della Polizia Penitenziaria. Garofalo trasforma poi quel materiale umano in un’interpretazione sociologica, civile e profondamente partecipe. È proprio questa fusione tra testimonianza diretta e lettura delle dinamiche sociali a conferire all’opera una forza particolare, il carcere non vi appare come un altrove separato, ma come un luogo che concentra e rende visibili le contraddizioni dell’intera collettività.

Al tavolo dei relatori si sono alternati, accanto all’autore Francesco Garofalo, sociologo, giornalista e scrittore, il dott. Francesco Faustino, Dirigente Polizia di Stato; il dott. Agostino Sestino, Commissario capo della Polizia Penitenziaria; il professor Renato Pellegrino, direttore del Centro Studi Upter Roma; il professor Sergio Caruso, criminologo e psicologo; e Roberto Falvo, narratore della vita dietro le sbarre. L’apertura, affidata alla lettura della prefazione e di alcuni passaggi del libro da parte dell’avvocato Nicola De Marco, ha fatto emergere fin dalle prime battute la sostanza dell’opera: la volontà di dare forma e voce a una realtà che troppo spesso resta relegata ai margini dello sguardo pubblico.

A rendere ancora più significativa la mattinata è stata la presenza degli studenti della classe 5ª A del Liceo Scientifico “Gabriele D’Annunzio”, quasi a suggellare il valore pedagogico di un confronto che non ha riguardato soltanto il mondo penitenziario, ma l’idea stessa di società. Perché questo libro non si limita a raccontare il carcere: lo interroga, lo espone, lo consegna alla coscienza pubblica come una questione che riguarda tutti.

Il merito dell’opera sta proprio in questo, nel sottrarre il carcere a una doppia deformazione: quella esclusivamente repressiva, che riduce tutto alla colpa e alla sua espiazione, e quella retorica, che finisce per smarrire il peso concreto delle responsabilità, del dolore e della violenza.

Su questo crinale si sono susseguiti gli interventi, ciascuno chiamato ad interpretare una diversa soglia del medesimo universo. Francesco Faustino ha allargato lo sguardo aprendo uno spaccato sul volto contemporaneo della detenzione e sulla devianza carceraria come fenomeno che non può essere letto in isolamento. Il suo richiamo è apparso prezioso proprio perché ha ricondotto il carcere dentro la trama più ampia della società: ciò che oggi abita gli istituti penitenziari non è un residuo separato, ma l’espressione estrema di fratture sociali, fragilità educative, marginalità e carenze nella prevenzione. In questa chiave, il carcere torna a mostrarsi per ciò che è davvero: il luogo in cui si comprende che la prevenzione nasce molto prima della pena e che il fallimento di un sistema non comincia dietro le sbarre, ma spesso molto prima. La stessa impostazione del libro insiste sul fatto che raccontare il carcere significhi assumersi una responsabilità collettiva verso ciò che la società produce, respinge o non sa più governare.

Nello stesso orizzonte si è collocato il contributo di Agostino Sestino, commissario capo della Polizia Penitenziaria, che ha posto l’accento sul lavoro della Polizia Penitenziaria e, più in generale, sul ruolo di quanti operano quotidianamente all’interno degli Istituti carcerari. Ne è emersa una rappresentazione lontana da ogni stereotipo burocratico: l’agente non soltanto come custode, ma come presenza chiamata a misurarsi ogni giorno con la fragilità, con la tensione, con la necessità di tenere insieme sicurezza e dignità, rigore e ascolto, disciplina e prospettiva del reinserimento.

Il libro di Garofalo, del resto, insiste proprio su questo punto: la realtà penitenziaria non è fatta soltanto di detenuti, ma anche di donne e uomini dello Stato, agenti, psicologi, educatori, medici, cappellani, che in quel luogo portano la propria coscienza professionale e umana. Così il carcere cessa di apparire come pura struttura punitiva e si rivela, invece, come banco di prova della tenuta etica delle istituzioni.

Il professor Renato Pellegrino, direttore del Centro Studi Upter Roma, ha colto nel volume un profondo valore sociologico, pedagogico e civile, riconoscendo in Anime sospese nell’ombra la capacità rara di trasformare la testimonianza in una chiave di lettura della società. Nel suo intervento è emerso come il libro non si limiti a raccontare il carcere, ma lo interroghi nella sua verità più profonda, restituendo voce a un’umanità sospesa tra colpa, sofferenza e possibilità di riscatto. In questa prospettiva, l’opera assume il significato di un invito alla riflessione collettiva: comprendere la realtà penitenziaria significa comprendere più a fondo anche le fratture, le responsabilità e le urgenze educative della società contemporanea.

Tra gli interventi più significativi si è distinto quello del professor Sergio Caruso, criminologo e psicologo, il cui contributo ha rafforzato l’idea che il carcere debba essere compreso prima ancora che giudicato in astratto. La sua presenza, insieme a quella di studiosi, dirigenti e operatori, ha contribuito a mantenere l’incontro su un livello alto, non sulla superficie del dibattito pubblico, ma nel tentativo di leggere la devianza, il reato, la pena e le loro ricadute nell’orizzonte più ampio della persona e delle sue fratture. È in questa capacità di restituire complessità che il volume mostra il suo carattere insieme sociologico e pedagogico, non addolcisce il male, non nega il reato, ma impedisce che la persona venga interamente risolta nel suo errore.

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Il momento forse più intenso è giunto con la testimonianza di Roberto Falvo, assistente capo coordinatore della Polizia Penitenziaria e narratore della vita dietro le sbarre, che ha portato in sala il proprio vissuto e, con esso, il peso umano di anni trascorsi dentro il sistema penitenziario. Il suo intervento, scandito da episodi veri, ha avuto la forza rara delle parole che non descrivono dall’esterno, ma nascono da una lunga prossimità con le vite sospese del carcere. Nelle sue parole non c’era alcuna indulgenza, né sentimentalismo: c’era piuttosto la verità di chi ha conosciuto da vicino il dolore, la colpa, la tensione, la fatica quotidiana del servizio e il valore spesso misconosciuto della Polizia Penitenziaria. Ed è in questo senso che la sua presenza ha catturato profondamente la platea, perché ha restituito carne, dignità e spessore morale a una figura troppo spesso osservata solo per funzioni, mai per umanità. Attraverso Falvo si è compreso con maggiore chiarezza che questo non è soltanto un libro sul carcere, ma anche un libro su chi nel carcere vive, lavora, custodisce e resiste.

A ricondurre tutti gli interventi a un filo unitario è stata, in chiusura, la voce dello stesso Francesco Garofalo, che ha restituito al confronto il suo nucleo più profondo: l’umanità. Un’umanità che riguarda i detenuti, ma anche gli operatori; che non cancella il crimine, la violenza o la gravità del reato, ma rifiuta che tutto si chiuda in un’etichetta definitiva. Garofalo ha spiegato che il suo lavoro nasce dall’esigenza di dare voce a un’umanità spesso invisibile e che il carcere non è un mondo separato, ma uno specchio della società. Ha osservato inoltre che, se spesso si legge per evadere, in questo caso la lettura porta a conoscere una realtà in cui evadere non è possibile. È forse proprio qui che si condensa il senso più autentico del volume: non consolare, ma svelare; non assolvere, ma obbligare a capire.

Anime sospese nell’ombra ascolta, osserva, interpreta; costruisce un ponte tra memoria, responsabilità e senso civile; invita a guardare dietro ogni detenuto non un numero, ma una storia, un vissuto, una persona privata del bene più grande, la libertà. Comprendere il carcere, allora, significa comprendere meglio la società; significa restituire luce a una parte della comunità che troppo spesso si preferisce lasciare nel buio. E significa, soprattutto, ricordare che la civiltà di uno Stato non si giudica da come parla dei giusti, ma da come sa guardare anche chi ha sbagliato senza rinunciare, mai, al principio di umanità.

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