Il cortometraggio di Gabriele Muccino, Calabria terra mia, ha ormai una sorta di sottotitolo non ufficiale, adottato da quasi tutti gli organi di informazione: «Il video voluto dalla presidente Jole Santelli». E solo questo potrebbe bastare per indurre a parlarne bene, o tutt’al più a non parlarne affatto. Ma così si rischia di non fare un buon servizio alla Calabria e soprattutto al Cinema, e prima o poi se ne dovrà quindi parlare con la dovuta sincerità. Meglio iniziare subito!
Il film è un’accozzaglia di luoghi comuni sulla Calabria. È quasi sempre il racconto di una Calabria oleografica, che in grandissima parte non esiste più, ma che viene spacciata come attuale.

E anche l’italiano dei dialoghi è approssimativo, fin da subito, da quando Raoul chiede alla sua Rocío: «Dove vuoi che ti porto?» Sarebbe stato decisamente meglio: «Dove vuoi che ti porti?»
La scena che segue, quella in cui Raoul spiega cos’è il bergamotto, sembra una pubblicità mal riuscita di una nota marca di pasta.
Hanno una certa fortuna i due protagonisti nel veder passare un vero contadino con al seguito il suo vero asino. Può ancora capitare, ma per i veri turisti le probabilità che a passare sia invece un suv ultimo modello sono altissime.
La vaga citazione del Titanic di James Cameron, quando Rocío apre le braccia davanti al mare aperto, sull’affaccio di Tropea, lascia il tempo che trova, anche perché il Titanic poi affonda e il messaggio rischia di essere non propriamente positivo.
Tutto appare finto, costruito per un set pubblicitario, come l’inquadratura della coppia vicino a un muretto bianco con sopra un piatto di ceramica ricolmo di tutte le possibili varietà di agrumi, con un’attenzione maniacale all’equilibrio cromatico.
A un certo punto bisogna citare la soppressata e allora come si fa? Si fa dire agli ospiti che i due stanno per lasciare: «La prossima volta vi faccio trovare la soppressata», senza sapere che è del tutto inverosimile una casa calabrese in cui non ci sia almeno una soppressata.
Per finire, dappertutto c’è scritto che si tratta di un video di otto minuti, ma in realtà oltre due minuti sono di titoli, semplicissimi titoli bianchi che scorrono su un fondo nero, quindi il video, come mi ha fatto notare un mio amico addetto ai lavori, dura appena sei minuti.
Qualcosa da salvare? Sì, l’unica battuta che mi è sembrata credibile. Quella della voce fuori campo di Raoul, quando dice che da questa terra «capisci che te ne eri andato senza andartene mai veramente».
di Raffaele Cardamone

























