Quando sorsero, in pianta stabile, i villaggi nel territorio che è ora di Soveria e Mannelli, nel XVII secolo, i punti di approvvigionamento d’acqua in centro urbano erano pochi ed erano interminabili le code alla fontana del barone Micciulli, a Mannelli, a San Tommaso e alla fontana della galleria a Soveria.
Bisogna aspettare il XX secolo per vedere giungere nelle case delle piazze e nelle vie del centro l’acqua della condotta comunale. Infatti nel 1932 fu costruito l’acquedotto comunale che portava acqua nelle case del centro di Soveria Mannelli.


Poi a fine anni Cinquanta l’acquedotto fu potenziato e l’acqua giunse in tutte le case del comune. Ma la condotta dell’acquedotto del ventennio fu abolita, le vasche del serbatoio comunale furono vendute a privati e il fascio littorio che vi era scolpito sopra fu divelto.
In quel suo primo periodo, l’Italia Repubblicana si distinse dunque a Soveria per un’operazione di cassa: la vendita delle vasche e della torretta dell’acquedotto del ventennio, opere che forse avrebbero potuto semplicemente integrarsi con l’acquedotto di nuova costruzione.
Così, anche i simboli del fascismo che furono cancellati, oggi sarebbero considerati dei reperti storici, ma in un’epoca ancora troppo vicina agli errori e agli orrori del fascismo risultarono evidentemente insopportabili ai nuovi padroni di vasche e torretta, tanto da essere eliminati privandoci oggi di una testimonianza storica che rimane solo nel ricordo di poche persone.
Filippo Cardamone





























