di Raffaele Arcuri –
L’estate culturale a Carlopoli prosegue con un imperdibile appuntamento.
La presentazione di un bellissimo libro alla quale spero non mancherete. Tredici gol dalla bandierina di Ettore Castagna, Rubbettino.

Io ci vado sempre alle presentazioni dei libri di Ettore perché sono uno spettacolo che ti godi senza neppure pagare il biglietto, e mi piace come riesce a mescolare racconto e musica. Ettore è unico, l’ultima volta che l’ho visto suonava una paletta dell’immondizia.
Sì, proprio una paletta (vedi foto): soffiava nel manico e riusciva a far uscire musica anche da lì.
E da uno che si porta una paletta in aereo da Bergamo per presentare il suo libro, la fa suonare in Calabria, in una sala gremita, alla presenza di Massimo Palanca, con la stessa grazia e la medesima convinzione con le quali Severino Gazzelloni suonava il suo flauto d’oro massiccio, devi aspettarti anche una bella storia, perché là sicuramente dimora il genio.
Palanca è un simbolo per chi come me è nato negli anni ’60.
Anche se di calcio non ne capivi una cippa, non puoi aver dimenticato l’atmosfera magica che si creò attorno alla piccola squadra di calcio di una minuscola città.
Palanca, anche per noi ragazzi cresciuti nella provincia, era un santino, di quelli che ritrovi spolverando i libri di preghiere di qualche vecchia zia: insomma il San Francesco di Paola laico di un’intera generazione.
La storia di Vito è un pò quella di tutti noi e io l’ho letta in poche sere. Un affresco della Catanzaro degli anni ’70, un acquerello dai colori tenui: l’impegno politico (io però ero democristiano), i sogni, gli amori dei ragazzi di allora. Ho finito di leggerlo proprio adesso il libro, e non riesco a prendere sonno. C’è qualcosa che non va.
Mi sono appena ricordato che quel 4 marzo 1979 allo stadio di Catanzaro avrei dovuto esserci anch’io: avevo 12 anni, il biglietto per la curva ovest, ma come nu cunnu arrivai tardi alla stazione di Carlopoli e persi la littorina.
Quel giorno Palanca segnò 3 goal alla Roma.
Sono cose che non si dimenticano, bruciano e ti stringono lo stomaco, persino trent’anni dopo, come la ‘nduia a digiuno.
Ad ogni modo, la prossima volta che incontro Ettore, anche senza paletta, una domanda voglio fargliela: ma che fine ha fatto Luisa?
























