
Ebbene dentro tante notizie “rilevanti” riprese e discusse a ripetizione in un seguito infinito di salotti televisivi compare di tanto in tanto qualche riferimento alla Scuola. Per l’inizio delle lezioni. Per la polemica sulle vaccinazioni. Per le preoccupazioni sulla sicurezza degli stessi edifici. Per il trambusto delle nomine e la girandola di incarichi e supplenze. Per il progressivo costo dei libri. Per l’enormità disfunzionale di tanti Istituti senza Dirigente Scolastico. Dati “a reggenza”. Senza personale ATA. Senza DSGA.
Il primo è legato al dibattito sulla “ripresa economica”. Boccia, presidente Confindustria, ha detto che: “…c’è, è lenta, è poca e rischia di restare congiunturale” (cioè: dura poco e deriva da fattori temporanei). Rizzo, editorialista del Corriere della Sera ha invitato a guardare dentro i numeri dei cosiddetti “900 mila” (?) posti in più, per scoprire che, non solo la gran parte di essi sono a tempo determinato, ma riguardano una fascia di lavoratori di età tra i 45 e i 55 anni e, soprattutto, per occupazioni che richiedono prestazioni di competenze medio-basse (lavori esecutivi, manuali e con “scarso valore aggiunto”). Mentre 110-120 mila giovani ben formati ogni anno continuano ad emigrare.
Il secondo, ben correlato con il primo, per le prospettive del futuro, è lo stato della Scuola. Ce lo dicono i dati dell’OCSE. Il nostro sistema scolastico, invece di venire rafforzato, sta divenendo più debole. E continua a mantenere una duplice grave contraddizione: in Italia vi sono percentualmente meno Giovani diplomati-laureati rispetto agli altri Paesi europei sviluppati (mentre abbiamo la più alta percentuale di Giovani disoccupati) e si destina alla Scuola percentualmente, tra Paesi europei, il più basso tasso di investimenti, tranne che in Turchia.
I dati che “Save the Children” ha pubblicato in un recente “Rapporto” dimostrano che il “servizio mensa” in Italia viene fruito dal 52% della popolazione scolastica (si parla di Scuola dell’obbligo, Primaria (ex Elementare). Cioè del primo Segmento obbligatorio, fondamentale dell’intero sistema. Vuol dire che il 48% dei bambini-ragazzi non frequentano “normalmente” una Scuola a tempo pieno. Ma con orario ridotto. Soprattutto nelle Regioni meridionali: Campania, Puglia, Sicilia, Sardegna, Calabria.
Ora, al di là di ogni polemica strumentale, sull’efficacia del “tempo pieno”, non vi è dubbio che una “Scuola a tempo pieno” è in grado di offrire una programmazione didattico-culturale più ricca e più articolata, in grado di favorire un processo di socializzazione ben consapevolizzato e un percorso di istruzione-formazione meglio finalizzato e più completo.
La Scuola a tempo pieno corrisponde ad un’esigenza sociale e culturale ed anche economica dei nostri tempi. Essa comporta certamente due scelte complementari:
- Una rimodulazione sul piano didattico-pedagogico, perché non costituisca un allungamento di tempo scuola a parcheggio, ripetitiva e noiosa (è compito della Scuola riprogrammare e aggiornare attività e interventi);
- Un’adeguata politica di servizi scolastici: trasporto scuolabus e servizio mensa. I due servizi sono indispensabili in tutte quelle aree di pendolarismo, dove gli alunni affrontano tempi-distanze rilevanti per la frequenza, sia che risiedano in territori con nuclei rurali e/o in zone interne, sia in quartieri entro aree urbane di difficile percorrenza. E’ compito del Comune!
Anzi si confondono i reali problemi della Scuola lanciando annunci su sperimentazioni vacue (Licei a 4 anni) allungamento dell’obbligo a 18 anni (!), revisione a ribasso dei momenti-prove di esame. Sarebbe un bel traguardo almeno fino a 16 anni con il biennio unico, che non si è riusciti ad istituire, finendo per accontentarsi dell’ibrido doppio canale di istruzione e di formazione.
Infine, è urgente considerare l’obbligatorietà della scuola dell’infanzia. Un segmento che va valorizzato al massimo sotto il profilo anche degli apprendimenti, oltre che nelle giuste finalità di socializzazione educativa. Qui la mensa è ancor di più indispensabile.
E senza consentire battibecchi sulla libera scelta dei “panini”. Sono inaccettabili le posizioni di chi ritiene che sulla base di “una libera scelta” vi siano alunni che si possano appartare a mangiare un panino, perché non vogliono fruire del servizio mensa. Se non possono per questioni economiche bisogna che i Servizi sociali facciano intervenire il Comune. Se vi sono opposizioni sul servizio si istituisce una vigilanza in grado di assicurare un giusto controllo sul rispetto delle tabelle adeguatamente e competentemente articolate, dei pasti giornalieri, per quantità e qualità.
Nient’altro. Un buon servizio mensa garantisce una migliore e più produttiva frequenza: la Scuola ci “guadagna” perché funziona meglio, la Società ci “guadagna” perché avrà cittadini meglio preparati e meglio formati.
di Angelo Falbo
