L’Europa ha paura della libertà? Tra censura e Chat Control cresce il controllo sui cittadini
Francesco Damiano
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La sentenza del 2 luglio 2026, causa C-67/25, della Corte di Giustizia dell’Unione Europea chiarisce la portata del divieto di diffondere i contenuti dei canali informativi russi oggetto di censura europea, stabilendo che tale divieto può applicarsi anche ai siti Internet accessibili gratuitamente al pubblico, compresi i blog gestiti da singoli cittadini.
Secondo la Corte, la qualifica di “operatore” non riguarda esclusivamente imprese o soggetti che svolgono attività economiche, ma può estendersi a chiunque renda disponibili i contenuti vietati, indipendentemente dall’assenza di fini di lucro, dalle modalità di finanziamento del sito o dalla sua natura amatoriale.
La Corte ritiene, inoltre, irrilevante l’ampiezza della diffusione o il numero di persone raggiunte, ciò significa che anche la pubblicazione di un contenuto visualizzato da pochissimi utenti può violare la normativa, qualora ricorrano gli altri presupposti previsti dalla legge.
La pronuncia nasce da un procedimento penale avviato in Germania nei confronti di tre persone accusate di aver ripubblicato, su un sito liberamente accessibile, video provenienti dal canale RT Germany. Una decisione destinata inevitabilmente ad incidere sulla tutela della libertà di informazione. L’Unione Europea giustifica tali restrizioni richiamando il contesto delle sanzioni adottate nei confronti della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, ma resta aperta la domanda su dove debba essere tracciato il confine tra sicurezza e libertà di espressione.
A questa vicenda si aggiunge un’altra decisione destinata a far discutere.
Il 9 luglio 2026 il Parlamento europeo ha approvato una proroga temporanea del cosiddetto “Chat Control 1.0”. La misura, valida fino all’aprile 2028, consente alle piattaforme digitali di continuare ad analizzare volontariamente le comunicazioni elettroniche non protette da crittografia end-to-end, con l’obiettivo “ufficiale” dichiarato di individuare materiale pedopornografico e contrastare gli abusi sui minori. L’approvazione è arrivata al termine di un iter particolarmente controverso. Un escamotage a dir poco, poco corretto. Il testo sarebbe stato ripresentato con modifiche formali, dopo la precedente bocciatura, sfruttando le particolari regole procedurali del Parlamento europeo. La proposta, pur ottenendo più voti contrari che favorevoli in una delle votazioni, non è stata respinta perché il regolamento richiedeva una maggioranza assoluta dei membri del Parlamento e non soltanto dei presenti in aula. Praticamente l’emendamento è stato presentato sabato 9 luglio, quando la maggioranza dei parlamentari era già con la valigia in mano per partire o in riva al mare in vacanza. Chat Control è il nome con cui è diventato noto un insieme di proposte legislative europee che prevedono, in forme diverse, la possibilità di analizzare automaticamente le comunicazioni private alla ricerca di contenuti illeciti. Si tratta di una deroga ad alcune disposizioni della direttiva ePrivacy, la normativa europea posta a tutela della riservatezza delle comunicazioni elettroniche.
La prima limitazione viene giustificata come strumento di contrasto alla propaganda russa; la seconda come mezzo per combattere la pedofilia e gli abusi sui minori. Sono finalità che lasciano molti dubbi. Il vero interrogativo, però, riguarda il prezzo che una società che si definisce democratica è disposta a pagare in termini di libertà individuali.
Censura dilagante?
È legittimo sottoporre indistintamente milioni di cittadini a forme di controllo preventivo? È compatibile con lo Stato di diritto trattare ogni comunicazione privata come potenzialmente sospetta prima ancora che esista un concreto indizio di reato? La Costituzione italiana, sotto questo profilo, parla con estrema chiarezza. L’articolo 15 stabilisce che la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili e possono essere limitate soltanto con un provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi previsti dalla legge.
Allo stesso modo, l’articolo 21 tutela la libertà di manifestazione del pensiero e garantisce il diritto di informare e di essere informati, vietando forme di censura incompatibili con i principi democratici.
Nello Stato di diritto il sospetto dovrebbe rappresentare un’eccezione fondata su elementi concreti e sottoposta al controllo di un giudice. Il rischio è quello di capovolgere questo principio, trasformando la comunicazione privata in uno spazio permanentemente analizzabile e la diffusione di informazioni sgradite in un’attività potenzialmente sospetta.
La domanda finale, quindi, resta inevitabile. Perché l’Unione Europea sente oggi l’esigenza di ampliare gli strumenti di controllo dell’informazione e delle comunicazioni private?Si tratta davvero soltanto di esigenze di sicurezza oppure stiamo assistendo a un progressivo spostamento dell’equilibrio tra libertà e controllo?
Qualcuno, nei forum di discussione, oggi anch’essi sempre sottoposti a controllo, richiama scenari già visti nel secolo scorso. Il ruolo della nazione più influente nelle istituzioni europee, la progressiva manipolazione dell’opinione pubblica, il controllo dell’informazione e la costruzione di un nemico esterno, che ancora una volta viene individuato nella Russia.
Come allora l’industria automobilistica attraversa una profonda crisi, con pesanti ripercussioni sull’intero indotto, mentre si discute sempre più spesso della riconversione di una parte della capacità produttiva verso il settore della difesa. A molti, questo insieme di elementi richiama dinamiche che la storia sembrava aver consegnato definitivamente al passato.
Ma la domanda rimane. Perché tutto questo?
Una democrazia è davvero forte quando non teme il confronto delle idee, ma lo considera la propria principale garanzia. Se, invece, per difendere la democrazia si limita la libertà di informare, di informarsi e di comunicare, il rischio è che si finisca per indebolire proprio quei principi che si afferma di voler proteggere.