
Stiamo parlando di una Lametia città antica, che un gruppo di politici, amministratori, intellettuali e professionisti ha violentato, nascosto e poi ucciso, arrivando a oscurarne la memoria fino a negarne persino l’esistenza.
Lametia città antica, dunque, che una scuola di pensiero oggi imperante ha abbandonato, cancellato, quasi rimosso dalla memoria storica, portando avanti l’idea che i Lametînoi sono – è vero – un popolo che ha abitato il territorio, però la città che sorgeva nella Piana non era Lametia, ma era Terina.
«In epoca remotissima (VI-V secolo a.C.) sorgeva nella nostra Piana, tra l’Amato e il S. Amatore […] la città di Lametia, che dovette avere indubbia importanza, se dette il nome di Lametinus o Lameticus al nostro golfo», scrive Enrico Borrello, e poi continua: «Ma dove sorgesse precisamente Lametia, nessuno ha mai saputo indicare. Noi ci soffermeremo a sentire cosa dicono i nostri più insigni storici e archeologi, a cominciare dai più antichi. Ecateo (549-496 a.C.) la ricorda semplicemente come città enotria; Stefano Bizantino (V secolo d.C.) la dice tenuta dai Crotoniati e chiamata Lametia dal vicino Lamato o Lameto; Licofrone (poeta greco del III sec. a.C.) la colloca semplicemente vicino a detto fiume, dal quale prese il nome; e Marafioti, in tempi a noi più vicini (XVII sec.), la fa sorgere nelle vicinanze di S. Eufemia Marina (Terravecchia-Cirzito), dov’era senza dubbio una importante città antichissima, che moderni storici e archeologi vogliono invece identificare con Terina.»
Di acque Lamezie parla Licofrone nella sua Alessandra. E, in tempi più recenti, ne parlano Corcia nel 1843 («A S. Eufemia, posta a breve distanza dal mare e che dà il nome al golfo, tutti i topografi assegnano la città dei Lametini») e Grimaldi nel 1845 («Dal Savuto al Caposuvaro sonvi circa quindici miglia e alla distanza di altre dodici ha foce il fiume Lamato, che anticamente chiamossi Lameto. Ivi dappresso esser dovea Lametia…»). Per finire con Filippo Masci, nel 1940: «Lamezia sorgeva nelle vicinanze del fiume Lameto, città fabbricata dagli Enotri e poi posseduta dai Crotonesi.»
E ancora. Giovanni Vivenzio, nell’opera dedicata al terremoto del 1783, dice: «Dopo Terina, ed il fiume Savuto vi era la Città di Lampetia, chiamata anche Lametia.» Mentre Domenico Romanelli, nel 1815, è più dettagliato: «Al promontorio, ed alla città dobbiam unire anche il fiume Lameto, o Lametio, di cui parlarono parimenti gli antichi. Ecateo antichissimo storico presso Stefano, nominando questo fiume col nome di Lameto, affermò, che da esso il nome derivasse alla città di Lametia: Lametia urbs Oenotriorum Lameto fluvio dicta […] Tutti i geografi, e gli storici della Brezia han riconosciuto questo fiume nell’odierno Lamato poco distante, ed a sinistra di s. Eufemia. Esso ne porta ancora l’antico indigeno nome, e ci conferma, che quì esser doveva, e non altrove, il promontorio, e la città di Lametia.»
Una cosa però non è messa in discussione: nel territorio di Lamezia Terme è esistita una città antica. E lo dice pure Orazio Lupis (Pubblico Professore di Storia, Cronologia e Geografia ne’ Regi Studi di Catanzaro) nel 1805. Egli, parlando di Lametia, scrive: «Questa adunque giaceva lì, o da presso a quel luogo, ove ora è la Terra detta S. Eufemia; dalla quale ha oggi quel Seno il nome di Golfo di S. Eufemia […] Quello che può dirsi con sicurezza è solamente, che dal medesimo fiume Lameto, sulla cui dritta riva eran poste, abbian tolte un medesimo nome e l’antica Lametia (oggi S. Eufemia), e la recente Amato.»
Nel 1891, i lavori di costruzione del tratto ferroviario in prossimità della stazione di Sant’Eufemia – e precisamente in località Bosco Amatello – fanno emergere una necropoli del IV sec. a.C. formata da dodici sepolture con corredi semplici. Ritrovamento fortuito, così come fortuita (perché legata ai lavori di ampliamento dell’autostrada) è la scoperta avvenuta più di un secolo dopo, ed esattamente nel 2009, di oltre cento tombe integre in località Portavecchia di Nocera Terinese, dove è emersa una necropoli di età greca, come dichiarato dalla Soprintendenza.
Di una città dell’Italia che prende il nome “Lametînoi” dal fiume Lámetos e che si trova verso Crotone parla il più volte citato Stefano di Bisanzio, grammatico greco della prima metà del VI secolo dopo Cristo. Ed è proprio lui – Stefano Bizantino – a citare direttamente Ecatèo di Mileto (storico greco, e primo geografo che fornisce una visione della regione calabra), il quale, in sostanza, verso la fine del VI secolo prima di Cristo afferma: «Dove c’è il fiume Lameto, là sono i Lametini.»
Come Scidro, per esempio: importante sbocco di Sibari sul Tirreno, non si conosce nulla e se ne ignora completamente la storia; eppure di essa parlano Erodoto e Lico da Reggio, ma l’ubicazione resta incerta, sospesa tra una serie di congetture che comprendono Sapri, Belvedere Marittimo e Cetraro.
Come Cleta, dalle origini mitologiche perché fondata da una Amazzone che si perde nei mari alla ricerca della sua regina: in guerra con Crotone intorno alla metà del VI sec. a.C., trasmette il nome all’odierno comune di Cleto ma di essa restano solo poche fonti letterarie e nessuna traccia materiale che ci riporti alla Magna Grecia.
E come Macalla, che la leggenda vuole fondata da Filottete, il capo dei Tessali che combatterono sotto le mura di Troia e la cui identificazione è tuttora incerta.
Ma non solo. Non solo città scomparsa. Lametia città dimenticata. Volutamente dimenticata. E queste celebrazioni per il cinquantesimo anniversario della fondazione di Lamezia Terme non avranno di certo in programma l’obiettivo di risvegliarne la memoria. Perché – come abbiamo detto – bisogna portare avanti l’idea che i Lametînoi sono – è vero – un popolo che ha abitato il territorio fino alla foce del fiume Lámetos, però la città che sorgeva nella Piana non era Lametia. No, cari lettori. Era Terina!
di Armando Orlando
