di Giovanni Petronio –
Secondo Eli Wiesel sopravvissuto all’orrore dei campi e poi insignito del premio Nobel per la letteratura: “Dovremo dedicare questa giornata (il 27 gennaio) non solo al ricordo, ma anche alla riflessione, alla presa di coscienza perché il silenzio non aiuta mai la vittima ma sempre l’aggressore. Dal passato abbiamo imparato che l’antisemitismo è un’infamia e il razzismo è stupido ma non dobbiamo consentire che il nostro passato diventi il futuro dei nostri figli”. Queste parole furono pronunciate da Wiesel il 27 gennaio del 2010, quando parlò al Parlamento italiano, riunito in seduta congiunta alla presenza del Presidente Napolitano. Per lui l’accento non deve essere posto sul “sé ricordare” ma, sul “come bisogna ricordare”. Centrale secondo lui è il silenzio che appunto non aiuta la vittima, e i gesti che si usano. Si rischia infatti di fare troppa retorica su questa giornata, limitandosi ad utilizzare il solito linguaggio oramai trito e ritrito e quasi elementare: “Mai Più, Mai dimenticare” ecc, linguaggio spesso fine a sè stesso o legato alla commemorazione rituale di turno. L’atto della memoria infatti deve essere un gesto concreto, che, come afferma il professore Bidussa, “rinvia a una storia culturale che contiene variazioni e modifiche”, una storia che potrebbe ripresentarsi; prima di tutto quindi teniamo presente quanto segue:
Attenzione agli atti e al linguaggio che utilizziamo, evitiamo il turpiloquio ed eventuali parole “malate”, non solo quando si parla di Shoah ma in generale, come può essere l’utilizzo continuo della parola razza, altamente pericolosa! Quindi attenzione a definire, come ci insegna Primo Levi, ogni straniero come nemico, perché quando questo si verifica allora si rischia di ri-aprire le porte al lager. Il turpiloquio è altamente diseducativo, soprattutto quando viene utilizzato da leader di movimenti politici…
Prudenza a non cadere nella zona grigia che è l’oblio, unita all’indifferenza. Essere indifferenti dice Liliana Segre (deportata ad Aushwitz), è molto più grave della violenza; perché l’indifferenza coglie l’essere umano impreparato, la violenza no! Secondo lei gli ebrei da subito divennero vittime dell’indifferenza e per questo umiliati, non solo dallo Stato ma anche da una parte dell’opinione pubblica. La zona grigia si realizza quando la memoria umana tende ad eliminare o modificare i ricordi; quindi è centrale porre l’attenzione per abbatterla, sulla conoscenza del passato che permette agli uomini (ci sia augura), di non ripetere gli stessi errori. La memoria deve essere un lavoro di ricostruzione permanente, deve avere fili interconnessi.
Evitare le stereotipizzazione e la cristallizzazione del ricordo che rendono semplice quello che non in realtà non è; invece di mantenere vivo il ricordo lo incastonano e lo pietrificano, impedendone il dinamismo.
Non considerare la Shoah come un incidente di percorso, riconducendola almeno parzialmente all’antisemitismo e antisionismo da secoli diffuso. Evitare inoltre di enucleare la Shoah dallo spazio e dal tempo, nel quale essa si realizzò, cioè la seconda guerra mondiale. Spesso si fa riferimento alla Shoah come un fatto a sé e questo non ci permette di avere un quadro completo degli accadimenti.
Quando si parla del 27 gennaio si dovrebbe sempre di più sottolineare di quanto il paradigma di italiani brava gente sia da demolire. Sembra essere quasi un mito che noi italiani, non prendemmo parte a questo massacro ma, che furono altri a perpetralo… Per quanto concerne la galassia dei campi di sterminio essi chiaramente non furono costruiti sul suolo italiano ma, vale la pena ricordare che le leggi razziali le abbiamo fatte pure noi. Nel 1938 le disposizioni a tutele della razza, limitarono fortemente la possibilità e la libertà di vivere serenamente ai circa 45 mila ebrei dell’epoca. Noi italiani, così brava gente, facemmo pure un censimento indirizzato a stabilire esattamente quanti e ebrei si trovassero nella penisola; non dimentichiamo neppure che oltre 2000 ebrei furono catturati o segnalati da fascisti o dal neonato esercito salodiano, che non erano certo composto delle legioni straniere!
Infine demoliamo l’altro concetto e cioè che nostri concittadini calabresi non furono deportati nei campi di concentramento; infatti quasi 300 calabresi finirono nella galassia concentrazionaria nazista; circa il 50% vi morì. A questo proposito posso evidenziare che da qui ad un anno, il lavoro di ricerca su questa tematica verrà reso noto dal sottoscritto.
