
Le elezioni, per quanto ultimamente piuttosto snobbate dall’elettorato in ogni angolo del Paese per via di una sempre crescente disaffezione per la politica, vanno sempre considerate come un’opportunità e un’arma (certamente metaforica), l’unica di cui disponiamo per far pervenire dei messaggi che possano in qualche maniera essere presi in considerazione dalle nostre classi dirigenti, normalmente sorde a qualunque sollecitazione e proposta che viene dal basso.
Un atteggiamento, quello del “familismo amorale”, individuato dal sociologo americano Edward C. Banfield nel suo studio “Le basi morali di una società arretrata”, fin dal lontanissimo 1958, e di recente ben spiegato da Francesco Bevilacqua che lo ha così sintetizzato: “E’ familista amorale chi è interamente votato a conseguire gli interessi della sola propria famiglia nucleare (genitori e figli)”.
Ciò che bisognerebbe prendere seriamente in considerazione nello scegliere o confermare un’amministrazione comunale dovrebbe quindi essere esclusivamente la sua capacità di pensare al bene comune e non a quello di pochi, anche perché dovrebbe risultare evidente che migliorando le condizioni socio-economiche di un’intera popolazione (nessuno escluso) non possono che migliorare anche quelle dei singoli. Al contrario, è dimostrato che in un contesto sociale in cui solo pochi singoli stanno bene e tutti gli altri male, non ci sarà mai quel clima sociale positivo che possa far godere a quei pochi il loro benessere fino in fondo.
Non guasterebbe poi avere la possibilità di cogliere nei futuri candidati un pizzico di “visionarietà” e cioè di quella capacità di prevenire e non semplicemente adattarsi ai cambiamenti che incombono sulla nostra società e che ci riserva il futuro, di provare a essere almeno un po’ in vantaggio sui tempi…
