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Un mondo al crepuscolo!

Un mondo al crepuscolo, al capolinea, griderebbe un capotreno che ha accompagnato il convoglio fino alla sua ultima fermata.

E quale immagine iconografica potrebbe rappresentare meglio questa fase terminale? Da una parte un Papa vestito di bianco, dall’altra un personaggio enigmatico e controverso, Bob Dylan, vestito di nero. Il cappuccio gli copre parte del volto, mentre un ombrello, impugnato quasi fosse un bastone, completa la sua singolare e oggi oscura figura. Il bene e il male, il bianco e il nero, apparentemente contrapposti, eppure insieme, come le due facce di una stessa medaglia. L’unità che contiene gli opposti e rappresenta il tutto. Sembra una scenografia uscita da Star Wars, uno di quei tanti lungometraggi che ci hanno propinato per prepararci a questo momento, probabilmente per abituarci al futuro prossimo.

Proprio lui, Bob Dylan, più volte accusato di aver stretto un patto con il demonio. Un’ipotesi che ha alimentato per decenni leggende e interpretazioni intorno alla sua figura e che lo stesso artista non ha mai smentito chiaramente, anzi ha contribuito ad alimentare. In un’intervista dichiarò: «Ho fatto una specie di patto di ferro con lui, sai, un sacco di tempo fa». E, incalzato sul significato di quelle parole, precisò: «Con il Capo, il comandante di questa terra e del mondo che non possiamo vedere».

Ed eccolo adesso, in fotografia, con il suo abbigliamento insolito, tutto in nero, il cappuccio nero e l’ombrello utilizzato quasi come un bastone, davanti al Papa, in un’apparizione che sembra sfidare ogni convenzione del protocollo vaticano, uno dei più rigorosi al mondo. Un’immagine che, al di là delle intenzioni del protagonista, si presta a molteplici interpretazioni.

Incontro in Vaticano del Papa con Bob Dylan

Ma non è soltanto il simbolismo della scena a colpire. È il mondo reale, quello che ci scorre davanti agli occhi ogni giorno, e l’indifferenza dei più di fronte a quanto accade. Eppure, in un mondo ormai assuefatto a tutto, anche l’inimmaginabile sembra aver perso la capacità di suscitare indignazione. Tutto scorre, tutto viene rapidamente dimenticato. Tutto diventa normale.

Vengono ignorati persino i file di Epstein, che hanno portato alla luce una rete di relazioni e comportamenti inquietanti, coinvolgendo ambienti dell’alta finanza, della politica e del Red Carpet. La rete criminale emersa attorno alla vicenda Epstein, come il fenomeno del turismo di morte e violenza a pagamento, non può essere liquidata come una semplice successione di reati. L’esistenza di un mercato sotterraneo della crudeltà, destinato alle classi dominanti e del quale nessuno sembra volerne prendere atto, è il sintomo di qualcosa di ben più profondo.

Viene costantemente ignorato il genocidio di un intero popolo, mentre il mondo prosegue la propria corsa indifferente e chi protesta pubblicamente nelle strade viene arrestato.

Presidenti di potenze imperiali che, dopo essersi fatti pubblicamente ungere dai presenti nello Studio Ovale, davanti alle telecamere, arrivano a evocare l’utilizzo delle armi nucleari come strumento di pressione per convincere una nazione ad accettare la propria sconfitta.

Moltitudini di persone che ricoprono interamente il proprio corpo di tatuaggi e piercing, arrivando persino a tatuarsi i bulbi oculari, superando le scenografie post-apocalittiche di Mad Max. Forse alla ricerca di un’appartenenza tribale in un mondo sempre più individualista e ipertecnologico.

Atleti transgender ammessi a competere ai giochi olimpici nelle categorie femminili delle competizioni, rimettendo in discussione i criteri stessi di equità sportiva e i confini tra identità, biologia e competizione.

Professionisti facoltosi che pagano, in Bosnia, per sparare contro civili in una guerra che non appartiene loro, soltanto per il piacere di uccidere.

La pirateria commerciale che ricompare, dopo secoli, nei mari di mezzo mondo, praticata da nazioni cosiddette civili, in barba a ogni principio e mandato internazionale.

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E poi ci sono i figli sottratti ai genitori della cosiddetta famiglia nel bosco, perché cresciuti lontano dalla televisione e dai cellulari, secondo uno stile di vita alternativo, a contatto con la natura e distante dal modello attualmente dominante. Proprio in un’epoca in cui la famiglia del Mulino Bianco rappresentava il modello rassicurante di una normalità che forse non è mai esistita.

Potrei continuare per ore a elencare i tanti segnali di questo decadimento, spesso invisibili o, peggio ancora, ignorati dai più. Forse è proprio questo il segnale più inquietante del nostro tempo, non tanto la presenza del male, della violenza, della corruzione o della follia, quanto la progressiva incapacità di riconoscerli, di indignarsi e di reagire.

Il mondo non finisce di colpo con un’esplosione, una guerra mondiale o una catastrofe annunciata. Prima arrivano i segnali, si manifesta la possibilità, forse, di correre ai ripari. Ma quando le sue fondamenta culturali, morali e spirituali si sgretolano sotto gli occhi di tutti, nell’indifferenza dei più, la fine diventa inevitabile. E noi, nel frattempo, continuiamo a guardare lo spettacolo, come passeggeri di un treno che corre verso il capolinea.

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