
Fin dalla dedica, si percepiscono alcuni tratti della sua personalità complessa ed estremamente lucida nel saper leggere la realtà: << Alla mia Terra martirizzata e mercanteggiata oltre che dai Capitolini, anche da molti dei suoi figli. >>
E riprende, a conclusione della sua introduzione: << La mia Calabria è una terra dove la nequizia cerebrale si manifesta in tutte le sue sfaccettature. Fino a quando essa dovrà soffrire e scontare le conseguenze di un immobilismo verboso e mortificante? Se ritornasse in auge la migliore tempra della tradizione letteraria ed artistica ellenica, i Greci ci considererebbero barbari e non a torto. Senza voler fare retorica, è il caso di chiudere con uno sprazzo di eloquenza ciceroniana: “O tempora! O mores!” >>
Già, quindi, negli scritti prodromici all’opera in sé, Raffaele Proto dispiegava tutta la sua erudizione e il suo modo di esprimersi, impreziosito da un lessico ricercato e contraddistinto da una meticolosità estrema con cui costruiva la frase. Ma si percepisce forte anche la sua visione del mondo: una visione disincantata, di “sdegnosa sofferenza”, come afferma lui stesso sempre nell’introduzione, profondamente delusa da un “Uomo nel suo ruolo indiscusso di animatore ed attore della Commedia Umana”.
Però, non inganni questa tendenza al pessimismo, peraltro perfettamente giustificata dai suoi tempi così come dai nostri, che dimostrano solo quanto siamo stati incapaci di cambiare il nostro destino, ignorando proprio l’accorato appello che tra le righe Raffaele Proto rivolgeva ai suoi lettori con “i più fervidi auguri di una proficua rinascita”. La sua opera poetica è, infatti, perfettamente godibile, spaziando tra elegie dedicate alla figura femminile, principalmente proprio in Sicille che è un gioioso inno alla donna e all’amore, irresistibili ritratti di personaggi meschini messi per lo più alla berlina, quadri di vita semplice e agreste, sempre intessuti di suggerimenti morali e comportamentali più o meno espliciti, e intuizioni politiche sulla pochezza di alcuni personaggi cui abbiamo negli anni affidato le nostre sorti.
Raffaele Proto, ad essere onesti, non fu compreso immediatamente e completamente dai suoi conterranei e forse neppure dal mondo della cosiddetta cultura. Le mode dell’epoca non lo aiutarono: scrivere in versi, e per di più in vernacolo, nei rutilanti anni ottanta, quelli dell’edonismo e del particolarismo, che egli coglie perfettamente come elemento negativo e inquinante della società, era una scelta coraggiosa e controcorrente.
Ma siamo in tempo per rivalutare ancora di più la sua figura, che sta in effetti riprendendo piede anche tra quei giovani che non lo hanno mai conosciuto: che si ispirano magari ai suoi versi per comporre una canzone o che semplicemente provano a rileggere la sua opera, apprezzandola come lui avrebbe certamente sperato.
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