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Sembra un test estivo ma è il de profundis per le aree interne

Potrebbe sembrare uno di quei test senza troppe pretese che propongono i magazine estivi da sfogliare sotto l’ombrellone, giusto per trascorrere un po’ di tempo facendo una sorta di introspezione pseudo-scientifica.

E invece è tutto reale ed è contenuto nel Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne (PSNAI), documento edito dal Dipartimento per le politiche di coesione e per il sud della Presidenza del Consiglio dei Ministri nel mese di marzo 2025.

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Il documento PSNAI

Al capitolo 2. “Un approccio analitico alle dinamiche demografiche e socio-economiche dei territori delle aree interne”, paragrafo 2.2. “Le prospettive delle Aree interne alla luce delle tendenze demografiche in atto e previste a livello nazionale e internazionale”, c’è il “test dell’estate” per i Comuni delle Aree interne d’Italia, e in particolare del Sud, dove – com’è risaputo – sono particolarmente penalizzate da atavici deficit infrastrutturali e dei servizi disponibili, ancora di più che dalla particolare orografia del territorio.

In sostanza, nel documento si fissano 4 obiettivi a seconda della tipologia dei comuni ricadenti nelle Aree interne: «Obiettivo 1: Inversione di tendenza relativamente alla popolazione», «Obiettivo 2: Inversione di tendenza relativamente alle nascite», «Obiettivo 3: Contenimento della riduzione delle nascite (da diminuzione accentuata a moderata)» e, infine, «Obiettivo 4: Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile»; come dire: recitiamo il “de profundis” e partecipiamo con il dovuto cordoglio alle esequie del “caro estinto”.

Poi – e qui sta il test di cui si diceva – si chiede a ogni singolo Comune di «valutare in quale di queste quattro tipologie si colloca, in base ai dati disponibili sulla situazione demografica e sulle condizioni sociali ed economiche» in modo da «potersi dotare di competenze e di strumenti più adatti al proprio caso per ottenere gli obiettivi specifici».

Infine, si aggiunge che «le specificità locali sono fattori chiave su cui puntare per favorire uno sviluppo endogeno con effetti duraturi nel tempo in grado di limitare lo spopolamento e rendere questi territori attraenti per i giovani». Però si dichiara esplicitamente che ci sono quelli che non ce la possono fare, destinati a perire, che vanno solo accompagnati in questa loro agonia lenta e inesorabile.

L’antropologo Vito Teti

Qui traspare in modo inequivocabile quella «cultura necrofila» di cui parlava l’antropologo Vito Teti a Soveria Mannelli, in chiusura dell’ultima edizione del “Festival del lavoro nelle Aree interne” (11-13 giugno 2025), che per il terzo anno consecutivo mantiene vivo il dibattito – altrove sopito – sulle Aree interne, per merito degli organizzatori: Rubbettino Editore, Fondazione Appennino e RESpro. Una cultura che promuove una «forma di eutanasia, un invito a non tentare vie alternative, a non immaginare altri percorsi, anziché mettere i manifesti a lutto», ed è ancora Vito Teti a parlare come sempre saggiamente.

Ora, pensando ai nostri comuni dell’area del Reventino-Savuto, si può anche sperare che qualcuno si salvi, rientrando in uno dei primi 3 obiettivi… ma c’è anche chi rientra nel numero 4, e che quindi andrebbe lasciato al proprio destino. Per chi ha redatto il documento non c’è dubbio: un paese così va solo accompagnato alla definitiva scomparsa nel suo processo di spopolamento irreversibile.

Faccio solo notare che per Fabrizio Barca, che ha di fatto creato la SNAI (Strategia Nazionale per le Aree Interne) poco più di una decina di anni fa, non era affatto così. Per lui far crescere le aree interne – tutte, nessuna esclusa – era l’unico modo per far crescere l’intero Paese. Le Aree interne rappresentavano una risorsa e non erano mai percepite come un peso morto.

Ma le cose cambiano. Sempre più spesso in peggio!

Raffaele Cardamone

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