
Lei, come molti altri, ha rispettato pienamente le regole e quindi è rientrata in Calabria solo dopo la fatidica data del 4 maggio, da quando è iniziata la cosiddetta “fase 2” che consente lo spostamento per incontrare i propri congiunti. Si è regolarmente registrata sul sito della Regione e si è fermata ben volentieri ai “controlli” (stazione ferroviaria, aeroporto e stazione di servizio autostradale di Lamezia Terme, per la provincia di Catanzaro) in cui era possibile sottoporsi al “tampone” per riscontrare eventuali soggetti positivi al covid-19. E infine è rimasta in quarantena e perfino, per quanto possibile, in isolamento dai suoi stessi familiari fino a quando avrebbe dovuto ricevere il risultato del “tampone”.
«Gli operatori sanitari che hanno effettuato il “tampone” sono stati molto gentili ed efficienti – continua la nostra interlocutrice – e ci hanno assicurato che il risultato, in caso di positività, e dunque di rischio per gli altri, sarebbe arrivato via e-mail immediatamente, mentre per i negativi ci sarebbe voluto un po’ più di tempo ma non oltre le 72 ore».
Ma non è andata così! A conferma di quanto la sanità calabrese non navighi certo in buone acque, perché vi regnano ancora approssimazione e superficialità. Tant’è che la nostra interlocutrice si è dovuta mobilitare di persona per cercare di ottenere il risultato dell’analisi cui si era sottoposta, ma le sarebbe stato risposto, solo oralmente, che se non aveva ancora ricevuto nessun avviso urgente si doveva considerare negativa al virus, quindi perfettamente sana, ma che avrebbe dovuto restare in quarantena secondo le norme vigenti. E d’altra parte, delle circa quattromila persone sottoposte a “tampone” a seguito degli spostamenti consentiti dalla “fase 2”, solo in rarissimi casi si sarebbero riscontrati dei soggetti positivi.
Insomma, è verosimile che questi risultati non arriveranno mai, ledendo così un sacrosanto diritto di chi si è sottoposto con senso civico all’esame. Impedendogli di poter dimostrare la propria condizione di “negativo al test” nei confronti di familiari e vicini, che magari temono un contagio. Perché c’è anche questo aspetto psicologico che ci fa notare la nostra interlocutrice: non è piacevole essere visti come degli “untori”, soprattutto quando si sono rispettate le regole e osservati tutti gli accorgimenti necessari per evitare, nel dubbio, contatti pericolosi – lo ribadiamo – anche in quanto persona competente.
Insomma, sarebbe il caso di far sapere alla governatrice Santelli che «la priorità forse non è riaprire qualche bar, ma assicurare a dei cittadini che hanno fatto in pieno il proprio dovere, e tutto il possibile per rispettare le regole, il diritto di avere notizie certe, e certificate ufficialmente, sul proprio stato di salute».
di Raffaele Cardamone
