Guardando questa foto potremmo pensare di trovarci anche noi in un racconto di fantasia. «In un borgo della Mancia, di cui non voglio ricordarmi il nome» (Don Chisciotte della Mancia, Miguel De Cervantes, cap. I). Ma così non è! Questa è la realtà reale, che viviamo quotidianamente per non aver saputo – intendo come genere umano – programmare le cose, fare in modo che potessimo avere energia pulita senza dover pagare costi inaccettabili per l’ambiente.
Scrive l’autore della fotografia: «Non uno ma cento calvari per l’istmo di Marcellinara». A me, più banalmente, le pale di cui sono disseminate le creste delle montagne sembrano non tanto delle croci, ma dei mulini a vento fuori contesto, si potrebbe dire – in tutti i sensi – “fuori luogo”. Un po’ come il prode Don Chisciotte che, con al fianco il fido scudiero Sancio Panza, immaginava giganti con le braccia lunghe là dove l’amico poteva vedere solo dei mulini a vento che azionavano le macine con il loro continuo movimento circolare.
«In quel mentre scorsero trenta o quaranta mulini a vento che si trovano in quella stessa pianura, e appena Don Chisciotte li vide, disse al suo scudiero: – La fortuna guida i nostri affanni meglio di quanto avremmo potuto desiderare. Guarda, amico Sancio, ecco là una trentina, o poco più, di giganti smisurati, con cui mi propongo di venire a battaglia e di ucciderli tutti. Con le loro spoglie cominceremo ad arricchirci, perché è buona guerra e perfetto servizio di Dio il levar dal mondo così cattiva semenza» (Don Chisciotte della Mancia, Miguel De Cervantes, cap. VIII).
Nulla in contrario a ricavare energia rinnovabile dalla forza del vento. Ho visto, senza disappunto, distese di pale eoliche ad esempio attraversando in pullman la terra di mezzo tra Slovacchia e Austria, con un cambio repentino della loro foggia e del loro colore a segnare la linea di confine delle due nazioni. Ma lì erano plausibili, più che accettabili, in una pianura estesa e senza prospettive, priva di punti di vista minimamente differenti.
Non è così, invece, nell’istmo di Calabria, il punto più stretto della penisola italica, un luogo dove a ogni passo, che sia in avanti o all’indietro o di lato, corrisponde un mutamento drastico dell’orizzonte. Per alcuni è la terra degli omerici Feaci, che accolsero Ulisse nell’ultima tappa del suo peregrinare nel mar Mediterraneo, dove l’eroe racconta le sue avventure e si racconta anche per comprendere meglio se stesso. Qui le pale eoliche rappresentano un disturbo, un avversario difficile da sconfiggere, una “cattiva semenza”, proprio come i giganti di Don Chisciotte.
Nella foto, sullo sfondo, tra le montagne, si apre uno squarcio che fa intravedere il mar Tirreno. Ma dai punti dell’istmo posti più in alto è a volte possibile vedere i due mari: il Tirreno e lo Ionio. Una particolarità che rappresenta un’unicità e una ricchezza paesaggistica di inestimabile valore, che non può essere compromessa dalla vista delle pale rotanti dei parchi eolici o – fate un po’ voi – dalle braccia lunghe dei giganti… dell’energia.
Raffaele Cardamone
