La recente pubblicazione del libro Transumando di Mario Greco, della Rubbettino Editore, offre un’ottima occasione per approfondire uno dei fenomeni più singolari della storia umana: la transumanza. Ha riguardato in forme rilevanti anche lo sviluppo dei Casali-Comuni dell’area interna appenninica calabrese, della Sila, Grande e Piccola. L’autore non è nuovo al genere di fotografia che assume un valore storico-sociale. Dopo L’Ape regina, un libro dedicato al mezzo a tre ruote, della Piaggio, per il trasporto di uomini e cose, un mezzo che incise notevolmente e positivamente nei ritmi del lavoro e delle fatiche nei campi, e delle vendite ambulanti al minuto, si è dedicato a seguire il fenomeno caratteristico delle mandrie, in particolare di bovini, in viaggio stagionale dalla Sila alle Marine e viceversa.
Ed ecco, la bella pubblicazione, un album di foto affascinanti, ci può aiutare a capire cos’è stata ed è davvero la transumanza. Solo se ci poniamo alcuni perché. Curiosi, tentiamo di sapere di che fenomeno si è trattato, arrivato in parte fino a noi, ora di molto cambiato. Solo se le belle immagini ci sollecitano ad accrescere memoria storica funzionale. Se cioè ne diveniamo consapevoli, in grado di valutare gli andamenti delle vicende per comprenderne le incidenze. Giusta qual’ è la funzione della fotografia sociale. Chiamatele radici. Oppure identità. È solo il percorso storico di come gli avvenimenti, transumanza compresa, hanno favorito i mutamenti progressivamente, dell’ambiente sociale, economico politico, istituzionale, in cui siamo nati e siamo. Quest’arte, che si identifica con la passione di ciascun autore, com’è in Mario Greco, ha un’enorme valenza. Doppia per la verità: 1- Da una parte, la bellezza artistico-estetica delle foto, che rendono fantastici i visi, i luoghi e gli oggetti; soprattutto se in bianco nero.; 2- Dall’altra, è un irripetibile documento che dà conto di quanto la Storia non racconta. Vi sono infatti avvenimenti che rivestono grande importanza, vissuti da territori e da popolazioni di cui la Storia riporta poco o niente. Sono fenomeni che non trovano mai giusto spazio nei libri di Storia. Quella grande, dei libri di Scuola. Scomparendo i protagonisti, mutate le modalità e trasformate le condizioni, tendono a scomparire. Rischiano di restare sconosciuti ad intere generazioni. Nessuno potrà più raccontarli. Tuttora, se c’ è ancora qualcuno in grado di farlo, ci sono pochi col desiderio di ascoltarli. Sono avvenimenti che hanno per secoli scandito la vita di migliaia di famiglie e di numerose popolazioni delle montagne e delle fasce costiere. Ma non fanno più memoria. Rischiano di venire solo percepiti e, quando va bene, trasfigurati, come fossero dipinti oleografici di tempi belli. Non è così. Si verifica una naturale trasposizione di tempi e di sentimenti negli stati d’animo di ciascuno per cui, specialmente con le foto, divenute immaginifiche, quei tempi sono stati felici. Una bella foto sveglia il sentimento del tempo. Il presente desta preoccupazioni, senso di pericolo, incertezze e forme di angoscia. Oltretutto, nei nostri giorni, i contesti internazionali di guerra non ci stanno risparmiando niente: dalle farneticazioni di dominio a scene di orrida disumanità. Il futuro è davanti e alimenta speranze e attese …l’anno che verrà sarà il migliore. Così si vorrebbe. Il passato si è portato dietro gioie e guai. Abbiamo bisogno, per natura, di pensare che le cose del passato siano state migliori. È uno scambio di vedute che rischia di non far cogliere l’essenza dell’avvenimento. Dei mutamenti anch’essi legati alle vicende che apprendiamo dai libri di Storia: guerre, rivoluzioni, invenzioni, nuove forme di Stato, nuove Leggi che modificano gli assetti sociali, l’economia, le istituzioni, comprese quelle che chiamiamo le proprietà. Nuovi conquistatori nuovi padroni nuove condizioni. La transumanza è un avvenimento che a sua volta ha seguito gli avvenimenti più grandi e le trasformazioni dei tempi.
A distanza di decenni e secoli il passato è dipinto, raccontato e riproposto in una luce da rimembranza. E nella rimembranza anche le sofferenze più dolorose sono passate. Il passato, in certe forme, produce nostalgia. In chi guarda o ascolta, senza averle realmente vissute quelle condizioni, produce stati d’animo evocativi, con emotività ricreate. Anzi. La trasposizione attribuisce il sentito al reale, evocando. A seconda delle sensibilità. Così il fenomeno rischia un travisamento.
Cos’è e perché intorno alla a transumanza si stanno destando varie attenzioni? Si vuole valorizzare una storia? Si vogliono sollecitare opportunità?
Di per sé non è altro che lo spostamento di mandrie, specialmente di bovini, o di ovini e caprini, per riferirci alle nostre aree sub alpine e appenniniche dell’intera penisola, calabresi comprese. Se giriamo lo sguardo su altre aree e su altri Continenti le specie di animali cambiano, l’essenza del fenomeno resta. Perché la transumanza appartiene all’umanità e data millenni con lo stesso rituale, variato da popolo a popolo, ma anche da tribù a tribù. Una sorta di pellegrinaggio laico. È dovuto, alla base, alle necessità economiche di sfuggire alle ostilità di luoghi in cui non è più possibile far pascolare il bestiame. Fonte primaria per l’alimentazione e la vendita e lo scambio, di e prima dei prodotti dell’Agricoltura.
Si va alla ricerca di luoghi, di prati pascoli. Secondo le stagioni. Seguendo il ciclo naturale vegetativo. Nelle aree montane gli Inverni coprono i territori di gelo e. neve. In Sila le nevicate erano lunghe e belle cariche. La mia generazione le ricorda di metri e metri con monti innevati per lunghi mesi. Nelle aree marine, costiere o pianeggianti climaticamente temperate, no. E si va lì Durante le stagioni estive nelle zone marine, nelle distese vallive, climaticamente più calde, i territori si rendono secchi e aridi. Si fa il cammino inverso.
Uomini e animali in carovana. A piedi con tanti fardelli appresso, tra pericoli, sofferenze e spirito di avventura. Chi il cammino l’ha già fatto è più sicuro e incoraggia. Chi è nuovo ha la speranza di migliorarsi, pur tra timori e la malinconia di allontanarsi da casa per molto tempo. La transumanza delle nostre aree interne ha contato migliaia e migliaia di capi. Le singole mandrie, centinaia e centinaia. Le più numerose erano possedute da Casati nobiliari. Si incamminavano varie maestranze. Seguivano o precedevano anche alcuni nuclei familiari. C’era pure la presenza di donne.
Si accompagnavano cani e animali da trasporto, asini e muli, a volte carri tirati da buoi. Cavalli mai, quelli, più avanti negli anni sono serviti ai mandriani esperti, per perlustrazioni al pascolo. Altri cavalli, facendo strade diverse, arrivavano trainando la carrozza con il proprietario, che si recava nella dimora marina. A volte veri e propri fortini. Si seguono tratturi attraversati nei secoli. I preparativi iniziati da giorni. Si usavano i sacchi di iuta, di ginestra con cui trasportare tutto l’occorrente per le nuove dimore. Pagliericci dentro capanne innalzate con pali e copertura di fascine di erbe essiccate, in marina. Baracche più ampie, sempre palificate, con coperture più solide, in Sila. Si sa, nelle marine durante la permanenza bisogna ripararsi dal caldo e dai raggi pungenti. Le maggiori minacce vengono dagli insetti; pericolose le zanzare. Alle quali è legata una pestilenza dolorosa e pure mortale, vinta con la somministrazione del chinino: la malaria (1) Nei tempi ai quali più intensa e numerosa era la transumanza le zone marine erano in parte paludose e infestate. I mandriani tornando a casa, nei loro Casali montani, dove zanzare non ce n’erano, se già punti, trasmettevano la malaria alle mogli. Se queste si trovavano incinte, oltre alle sofferenze della malattia, vivevano con la paura di aborti e di eventuali gravi malformazioni del feto.
(…Un racconto autobiografico dell’ex staffetta e combattente partigiana Nina, dottoressa Caterina Tallarico, negli anni 1946-47 descrive come a Carlopoli la malaria veniva inutilmente contrastata con unguenti, affascini e preghiere. Mentre la cura per la guarigione a cui ricorse subito fu la somministrazione del chinino… salvando bambini, donne e uomini).
Nelle montagne c’era da difendersi da animali selvaggi, temporali e sbalzi termici. Carovane precedute da chi deve assicurare un andamento agevole e sicuro. Che deve preparare le zone di sosta, perché la traversata può durare diversi giorni. Carovane seguite da personale che deve vigilare contro pericoli alle spalle, agguati e possibili perdite. Ci sono stati decenni di banditismo e brigantaggio. Gli agnelli nati da poco o durante lo spostamento possono essere pure portati a spalla, accompagnati dal belare materno.
I vitellini no. Se nel cammino vengono separati dalle mamme, perché nei mucchi si spinge e si sorpassa, anche per forme di scontro, possono smarrirsi. In un tempo non molto lontano il personale addetto ne era responsabile. Doveva risarcire il proprietario. Anche nel caso di parti infelici, che durante il cammino non mancavano mai. In quel caso il proprietario, accusando di noncuranza penalizzava i mandriani addetti. Quando i capi di bestiame sono molti la carovana è lunga. Alcuni si portano ai fianchi. Erano viaggi affrontati con tensioni, preoccupazioni e fatiche.
Unici momenti conviviali erano le soste che avvenivano in radure vicine a sorgenti. Dopo la mungitura e la distribuzione di erbaggi ci si sedeva intorno a robe stese su cui venivano posati gli alimenti da affettare, pane, formaggi. salumi, frutta e ortaggi di stagione. Si stava attenti ai capi un po’ sparsi, ma a vista d’occhi. Si chiacchierava scambiandosi pensieri e informazioni, fino all’ora stabilita per la ripersa del viaggio.
Le transumanze che si conoscono di più, nella memoria degli allora Casali, oggi Comuni, sono quelle che li hanno attraversati. Nei racconti risuonano, alle prime luci del girono, i frastuoni degli zoccoli e il fragoroso tintinnio dei campanacci appesi ai collari. Hanno lasciato storie, hanno modificato luoghi e demografie, sono quelle avvenute nella nostra Regione dal 700 in avanti. Sono direttamente legate allo sviluppo degli eventi storici, anche solo locali. Si ricorda qui che a Carlopoli venne addirittura spostata la festività patronale della SS Vergine di Monte Carmelo dal 16 Luglio alla prima domenica di agosto. Per consentire la partecipazione delle maestranze che dalle marine salivano in Sila.
Di grande richiamo è stata la Sila con l’estesissimo Demanio Regio, al quale più tardi si accompagnò quello Badiale, iniziato dall’Ordine florense di Gioacchino da Fiore. La transumanza è direttamente collegata all’esercizio degli usi civici. Per tutti i Casali dell’entroterra divenne un fenomeno di grande importanza economico-sociale configurando nelle nostre zone una vera e propria migrazione interna. Si fa riferimento alla nascita dei grandi Casati nobiliari possessori, per vie non sempre chiare e lecite, di vastissime aree silane su cui far pascolare migliaia di capi. Al contempo quei Casati nobiliari, sempre con le stesse modalità, divennero possessori di vasti territori marini. Terre demaniali, terre di Ordini religiosi e delle stesse Curie. Il versante più favorevole divenne quello costiero ionico.
Gli inverni silani duravano sei sette mesi. Bisognava avere prati pascoli per tutti quei mesi. I tre grandi Casati nobiliari che segnarono la vita di intere aree interne e marine furono quelli delle famose tre B: Baracco, Berlingieri e Brutto. Questi Casati li ritroviamo fino a dopo la nascita della Repubblica, ai tempi delle lotte contadine per la terra. Sui fondi considerati usurpati di uno di loro, di Berlingieri, si consumò, dopo quello di Portella della Ginestra in Sicilia, il secondo eccidio a Melissa (29 ottobre 1949) di lavoratori della terra in lotta per il loro riscatto. La via principale della transumanza venne tracciata tra i Casali del Manco a Roccabernarda. Naturalmente quando si scendeva, alla vista del Mare le mandrie di piccoli proprietari che, come affluenti, si erano immesse nella carovana, venivano suddivise. Prendevano diramazioni diverse, su territori che da Belcastro Mesoraca, Petilia P, Marcedusa e per tutto il Marchesato. Questo perché, con lo scorrere dei decenni, si aggregavano anche le mandrie più modeste di altri proprietari. Giorni di viaggi faticosi e pieni di pericoli.
La transumanza ha vissuto ogni pericolo: furti, malattie, scorrerie di briganti, conflitti e gelosie padronali, ma anche tra le maestranze. C’erano molti mestieri di quei tempi trascorsi: non potevano mancare il fabbro, il falegname, braccianti e contadini. Perché dove si andava nelle marine c’era da seminare, da coltivare uliveti, vigneti. La figura più importante era il fattore, persona di fiducia dei proprietari, un po’ amministratore. Tra le maestranze il caporale comandava sul personale. Se pure esperto di lavorazione del latte, casaro, assumeva ancor di più prestigio. Diveniva un subalterno, fiduciario del fattore, responsabile di un settore delicato e redditizio della mandria: raccolta, lavorazione, produzione e commercializzazione dei latticini con vendita alle cassettiere. Questi era l’anello di congiunzione tra i prodotti della mandria e i consumatori.
Queste figure nel tempo si affermavano in proprio. Tanti caporali divennero cassettiere e poi negozianti. Mentre tanti che erano partiti braccianti divennero piccoli proprietari e vi rimasero. Ecco perché in ogni paese della fascia ionica, da Squillace a Cirò Marina, vi sono tanti discendenti di famiglie dei Comuni delle zone interne. Ecco perché tante attività di caseificazione e di vendita di latticini sono di proprietà di discendenti di Carlopoli, Cicala, Panettieri: Cimino, Chiellino, Fabiano, Mazza, Mancuso.
Oggi la transumanza è un avvenimento che incuriosisce. Nella Sila grande, da Lorica a Silvana Mansio, dai Paesi del Crotonese arrivano ancora mandrie alquanto numerose. Nelle parti nostre, presilane, quella tradizionale ha ora forme e mete del tutto diverse. È facile vedere intere mandrie caricate sui grossi camion e trasportate su e giù.
Ma è ancora più facile osservare colonne di balle rotonde di fienagione avvolte sotto lunghi teloni poste nelle vicinanze di grandi capannoni che ospitano centinaia di capi. Percorso inverso: non più le mandrie portate ai pascoli marini, ma le erbe imballate a fieno portate nelle stalle. C’è una bella foto che lo testimonia. Perché l’allevamento oggi rende di più se è stanziale, per la produzione e lavorazione del latte. Vicino agli allevamenti sorge quasi sempre un Caseificio. Quello transumante si è molto ridotto. Limitato a capi di bovini liberi tra i boschi con radure a prato pascolo in terreni recintati.
Non c’è più bisogno di spostare le mandrie. Nelle marine i capanni sono scomparsi e certe dimore dei nobili proprietari ridotte in ruderi. Nelle montagne le baracche sono abbandonate. Sono sorte dimore confortevoli dove le maestranze possono vivere con ogni confort.
Non ci sono più i mungitori che si devono alzare alle prime luci, inginocchiati su uno sgabello volante, a premere le mammelle attenti a fare andare gli schizzi di latte nel recipiente da versare nel caccavo dove il caporale-casaro è pronto a riscaldarlo e a girare. Ci sono aspiratori automatici sistemati ai capezzoli che prelevano il latte e lo trasportano direttamente nei contenitori.
Le belle foto di Transumando possono offrirci l’occasione di ripensare da dove veniamo, proprio attraverso la storia della transumanza, perché essa è stata la vita di migliaia e migliaia di nostri antenati. Per la sua parte ha consentito un notevole impulso all’incremento di un certo benessere che ha riguardato tutta la filiera degli operatori di questo secolare su e giù.
Possiamo ricavare la consapevolezza di quanti sacrifici sono stati affrontati e di come e quante condizioni di vita sono migliorate nel tempo.
Dovremmo quindi riflettere sulle difficoltà presenti, senza sfuggirle e senza scoraggiamenti.
Angelo falbo
