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Il ministro Giuli e quella tentazione di reprimere il dissenso

Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha sostituito qualche mese fa un altro ministro della destra al governo (Gennaro Sangiuliano), il quale poteva apparire come un personaggio vagamente macchiettistico per le sue gaffe quotidiane, eppure aveva già ricoperto nel suo passato incarichi di grande rilievo come quelli di direttore del Tg2 e vicedirettore del Tg1.

Ma anche il ministro attualmente in carica, nei giorni scorsi, non ha esitato a travalicare il proprio ruolo usandolo per “mettere alla berlina”, facendone nome e cognome, alcuni personaggi pubblici che lo hanno criticato o contrariato.

Primi tra tutti l’attore Elio Germano, che ne ha messo in discussione i metodi (Germano, per inciso, ha avuto l’onore di interpretare Enrico Berlinguer nel recente film di Andrea Segre), e l’attrice comica Geppi Cucciari, che ha avuto l’ardire di pronunciare una battuta nei suoi confronti – tra l’altro molto ben riuscita (ha detto che i suoi discorsi, spesso pomposi e involuti, si capirebbero molto meglio se pronunciati al contrario).

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Il ministro se l’è presa con entrambi, quasi come si trattasse di lesa maestà, dimostrando quell’insofferenza del potere nei confronti delle critiche che è tipica della destra e, oserei dire, connaturata al fascismo.

Ma ce n’è anche per lo storico dell’arte Tommaso Montanari, rimosso da un ruolo (peraltro esercitato gratuitamente) per il quale aveva ampia competenza, sol perché “di sinistra”, e sostituito da chi quella competenza non può avercela.

Ai tempi del fascismo era in piena azione l’OVRA che, per chi non lo ricordasse o non lo avesse mai studiato, e sono ormai in molti, era l’acronimo di “Opera Vigilanza Repressione Antifascismo”, un corpo di polizia speciale che aveva il compito di intimorire e dissuadere, se andava bene, fino a pestare o eliminare fisicamente gli oppositori del regime fascista.

Ma anche “mettere alla berlina”, quella pratica di origine barbarica che consiste nell’esporre al pubblico disprezzo una persona, per ciò che ha fatto o che ha detto, è una forma di intimidazione che, nel tempo della comunicazione globale, può fare più male di una semplice esibizione in pubblica piazza.

In origine si trattava di una vera e propria pena per chi aveva commesso un qualche reato, ma per il ministro Giuli il reato sembra essere semplicemente quello di non essere d’accordo con lui o con il governo, conservando una capacità residua di influenza sui potenziali elettori che evidentemente fa ancora paura.

In un regime democratico, o Stato di diritto che dir si voglia, un qualsiasi cittadino, sia esso anche attore, comico o intellettuale, ha appunto il pieno diritto di criticare chi sta al potere. Al contrario, un rappresentante del potere non può e non deve in nessun caso tacitare o dare solo l’impressione che un cittadino possa essere sgradito al governo per quello che dice o che pensa. Lo afferma la nostra Costituzione, che per ora e per fortuna è ancora più potente del capo del governo e di qualunque suo ministro.

Il perché è semplice: le due posizioni hanno un peso diverso e anche le possibili conseguenze delle reciproche critiche hanno un peso completamente diverso. L’una può solo contribuire a far luce su quella che sembra sempre più disvelarsi come reale identità che si nasconde dietro la maschera di un governo che aspira a un totalitarismo pseudo-democratico, l’altra può fare terra bruciata, rovinare professionalmente e umanamente, annientare pur senza dover ricorrere alla violenza fisica.

Raffaele Cardamone

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