Ci sono luoghi in Italia in cui la dignità umana non solo viene ignorata, ma sistematicamente cancellata. Non parliamo di zone di guerra o regimi autoritari, ma delle nostre carceri. Dietro le sbarre non si trovano solo colpe, ma anche abbandono, disattenzione istituzionale e una società che ha smesso di guardare. A ricordarcelo è il nuovo rapporto dell’Associazione Antigone, un documento che – ancora una volta – non lascia spazio ai dubbi: il sistema penitenziario italiano è al collasso. Il sovraffollamento è ormai fuori controllo: il tasso medio è al 134,3%, ma in 62 istituti si supera il 150% e in otto casi si arriva vicino al 190%. Vuol dire che dove dovrebbero esserci dieci persone, ce ne sono diciannove. E non stiamo parlando di hotel, ma di celle, spesso bollenti d’estate, prive di ventilazione, con l’acqua razionata e i materassi a terra. Il carcere non dovrebbe essere un inferno, ma un luogo di espiazione e – idealmente – di rinascita. Invece, in Italia, è un tunnel senza uscita. Un detenuto su tre non ha nemmeno tre metri quadri a disposizione. I diritti fondamentali all’acqua, all’aria, alla salute restano lettera morta. In mezzo a tutto questo, la voce dei detenuti si leva, spesso inascoltata, a volte ignorata come fastidiosa interferenza. In un carcere italiano, su un lenzuolo appeso alle inferriate, qualcuno ha scritto: “Vogliamo vivere con dignità”.
Rita Tulelli
