Ci vuole un certo coraggio per garantire a un gruppo di artisti la libera espressione della loro ispirazione e creatività in perfetta simbiosi con la natura, così come per discutere di utopia, o forse meglio di utopie, seduti in cerchio sotto una fitta cupola protettiva creata dai rami intrecciati degli alberi.
E Marika Mazzeo e Giuseppe Antonio Bagnato, assieme a “Sistema Hava” personificato da Eva Fruci e a Matteo Scalise, lo hanno avuto questo coraggio, creando i presupposti per tornare a parlarci tra umani, per comprendere un bosco che è ormai quanto di più lontano percepiamo come luogo dove poter vivere o anche sostare per una sola giornata, dall’alba al tramonto.
Tutto questo è stato possibile nel castagneto di Giannandria a Serrastretta, in un tempo sospeso a metà tra le contrade di Forestella e Viterale, ma anche tra realtà e – appunto – utopia. Un luogo che oltre a garantire questi piccoli e inaspettati miracoli è stato capace di raccontare, con le sue atmosfere e i suoi personaggi, una storia bella e insolita, risalente a un passato che appare fin troppo remoto e che in realtà è tante storie messe assieme.
Una storia, come a volte accadeva a quei tempi e a queste latitudini, di famiglie numerose in cui i figli erano braccia in più e quindi maggiore ricchezza, o più spesso minore povertà. Una storia di fratellanza che nulla ha a che vedere con quel “familismo amorale” teorizzato dal sociologo Banfield che lo studiò sul campo in Meridione a metà anni Cinquanta, ma che anzi vi si contrappone e si potrebbe anche definire di “familismo solidale”. Una storia di relazione con la terra e la natura che va al di là del possesso o, peggio, dello sfruttamento, ma che sa di rispetto e persegue solo un reciproco vantaggio. Una storia di tredici fratelli e sorelle che qui hanno vissuto, lavorato, prodotto, amato e curato il territorio, gli alberi e i loro frutti.
Lo sento come un dovere fare i loro nomi, di tutti e tredici: Giuseppe, Gregorio, Maria, Agostino, Angelina, Rosina, Franceschina, Antonio, Giulia, Serafino, Francesco, Gaetano, Teresina. Così come sono stati trascritti, a futura memoria, su delle assi di legno cui è stata data la forma di un albero all’ingresso di quel castagneto che, grazie a una donazione da parte del nonno, è stato per lungo tempo la loro casa, il loro luogo di sussistenza e d’elezione.
Così come sento il bisogno di citare, uno per uno, i nove artisti che hanno partecipato a questo strano happening, creando le loro opere e lasciandole ai lati di un sentiero dove si trasformeranno nel tempo e vivranno di vita propria: Micaela Arcuri, Domenico Caracciolo, Pina Cerchiaro, Antonino Denami, Nicola Di Domenico, Gennaro Lanzo, Caterina Muraca (Garcìa), Enrico Sirianni, Giuseppe Samuele Vasile.
Le opere sono là, il bosco è là, la storia dei tredici fratelli aleggia nell’aria, come le parole che sono state dette e le utopie che sono state evocate, alla riscoperta di un contatto con la natura, disinteressato da una parte – quella umana – ed elargito con generosità dall’altra, insomma di un ritrovato rapporto privilegiato con le nostre origini ancestrali che oggi è cosa assai rara.
Raffaele Cardamone

