La riforma elettorale è stata approvata l’otto ottobre, promulgata dal Capo dello Stato il giorno dopo, con 227 voti favorevoli e 164 contrari, con voto finale a scrutinio segreto. Tra gli aspetti più controversi, eppure poco discussi dai media, c’è l’aumento delle firme necessarie per presentare le liste da parte delle forze politiche non esentate: si passa da 1.500 a 6.000 per collegio, fino a un massimo di 7.000, secondo quanto previsto dal testo.
Una modifica che rischia di rendere estremamente difficile la partecipazione elettorale dei movimenti civici e delle nuove formazioni politiche, mentre i partiti già strutturati possono contare su una esenzione dalla raccolta delle firme.
Secondo alcune stime, presentarsi in tutti i collegi potrebbe richiedere complessivamente tra 450.000 e 525.000 sottoscrizioni. Una soglia che comporterebbe costi e difficoltà organizzative considerevoli, soprattutto per i gruppi nati dal basso, privi delle risorse e delle strutture dei partiti tradizionali. Per questi movimenti, raccogliere un simile numero di firme rischia di trasformarsi in una missione quasi impossibile. Il confronto appare ancora più iniquo, se si considera che alla stessa premier, è stata sufficiente una media di appena 1.500 firme per collegio per presentare alle elezioni il nuovo partito, nato dalle ceneri di Alleanza Nazionale.
Il problema della raccolta delle firme si era già manifestato nelle elezioni politiche del 2022, svoltesi a settembre dopo la caduta del governo Draghi, con tempi particolarmente stretti, guarda caso, per la presentazione delle liste. Una situazione che, di fatto, mise molti comitati e movimenti spontanei di fronte a ostacoli organizzativi insuperabili.
La domanda, dunque, è inevitabile: quali opportunità restano ai cittadini che intendono organizzarsi e proporre un’alternativa politica? Una democrazia dovrebbe favorire la partecipazione, non rischiare di renderla accessibile soltanto a chi dispone già di strutture e mezzi e finanziamenti adeguati.
Ma c’è un’altra domanda, ancora più inquietante, che continua a insinuarsi nella mente come un tarlo: in un momento segnato dalle tensioni internazionali, dal sostegno militare all’Ucraina e dal timore di un ulteriore coinvolgimento europeo nei conflitti, mentre si torna a parlare con insistenza della necessità di riarmare e militarizzare il Paese, quale spazio avranno le forze politiche che chiedono una diversa politica estera e una soluzione diplomatica delle controversie?
Sembra di rivivere pagine di storia già lette, appartenenti alla prima metà del secolo scorso. E questo dovrebbe indurci a riflettere.
È legittimo domandarsi se regole elettorali più restrittive possano finire per limitare anche la possibilità di portare in Parlamento istanze di dissenso, comprese quelle contrarie alla guerra. La trasparenza delle regole e la parità effettiva di accesso alla competizione elettorale sono questioni che riguardano tutti i cittadini.
Resta infine una riflessione sul rapporto tra potere politico e poteri meno visibili, tema che da decenni alimenta il dibattito pubblico. Una questione che richiede attenzione, documentazione e spirito critico, affinché la democrazia non si riduca al solo momento del voto, reso ormai sterile, ma rimanga una possibilità concreta di partecipazione e cambiamento.
Salvo il caso di elezioni anticipate, per le quali sarebbe comunque prevista una riduzione della metà del numero di firme richieste, la nuova normativa è destinata ad applicarsi alle prossime elezioni politiche. È quindi importante discutere fin da ora le possibili conseguenze delle nuove regole sulla partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese.

