
Questo enorme masso è il frutto di un contesto geodinamico ancora presente, che, paradossalmente, rende un’area vecchia milioni di anni, geologicamente ancora giovane.
La continua risalita del Monte, con conseguente inasprimento delle pendenze dei versanti, insieme al ruscellamento delle acque piovane su pendii impermeabili, hanno dato vita a fenomeni alluvionali, a volte anche sostenuti, con la messa in posto di prodotti di dilavamento. Questi fenomeni sono stati possibili grazie a processi erosivi, dovuti agli agenti esogeni, che hanno fratturato e degradato le rocce autoctone, riducendole in una coltre detritica, formata da massi di varie dimensioni: questi poi sono rotolati a valle, fermandosi nelle aree meno acclivi.
Questo è stato anche il destino di “Pietra di Fota”, vecchio e affascinante scisto (collocato nel mondo degli scisti filladici) che, nello stabilizzarsi, ha dato origine ad un piccolo incavo nella zona di valle, quasi come una grotta; sul dorso la pietra è stata modellata dalle acque di ruscellamento, formando una piccola depressione che sembra un trono reale.
In funzione di questo (come viene riportato sul sito Italiani.it), è stata tramandata la leggenda popolare per cui “Pietra di Fota” è il luogo di residenza delle fate e della loro regina.
Secondo la leggenda, mista a religiosità naturale, le fate ad un certo punto decisero di costruire una chiesetta: incaricarono un garzone, di trovare dei muratori per edificarla e di portare loro il cibo che loro stesse cucinavano. Cosi fece, ma, dopo un po’ di tempo, la curiosità dei muratori prese il sopravvento, e il malcapitato, che non voleva tradire le fate, trovò la morte. I muratori smisero di lavorare, e le fate si adirarono andando via: sarebbero ritornate quando il Monte Reventino si sarebbe unito a Monte Cocuzzo. Intanto, la chiesetta sprofondò in una fossa (fossa della Chiesa), dove dicono che ancora si riesca ad udire il suono delle campane. Un’altra versione dice che le fate non siano andate via ma si siano trasformate nelle numerose rocce alloctone presenti sul pendio.
Tuttavia, la memoria popolare ricorda le grotte in altra zona, e cioè sempre sul versante occidentale del Monte Reventino, molto più a monte di Campo Chiesa, vicino alla vetta.
In questa zona, sono presenti affioramenti autoctoni e alloctoni di scisti verdi, così come sopra spiegato. Si nota al di sotto di uno di questi affioramenti, probabilmente autoctono, in funzione della sua giacitura, un incavo, che potrebbe essere stato preso dai nostri avi come una grotta. A valle di questo, ci sono tutti affioramenti alloctoni: essi fanno parte di un vero e proprio fenomeno di dissesto, cioè una piccola frana da crollo, impostata in roccia. Se si osserva la vetta si nota come le rocce in posto siano molto degradate e fratturate.
Da questo luogo si poteva dominare la vallata e soprattutto vedere la chiesetta, per cui sembra ragionevole pensare che la seconda soluzione sia quella più razionale.
In quanto alla riunione tra il Monte Reventino e il Monte Cucuzzo, ai posteri (di milioni di anni) l’ardua sentenza. Nell’attuale clima distensivo, risulterebbe a mio avviso un poco complicato.

