Per commentare questa foto, devo prima di tutto andare sul personale e lasciare che riaffiorino dai miei ricordi giovanili alcuni momenti intrisi di nostalgia, che mi restituiscono tutta la gioia di averli vissuti, ma con un netto contrappunto di dolore che, come spesso accade, è legato a una perdita.
A Nocera Terinese, durante le celebrazioni della Pasqua, ci sono stato una sola volta, in compagnia dei miei amici di gioventù – eravamo studenti liceali – e, tra questi, uno in particolare cui ero legato fin dalla primissima infanzia, quello che da piccoli si definisce “il migliore amico”: Massimo Critelli, che di lì a poco sarebbe diventato architetto e avrebbe lavorato in uno studio prestigioso della capitale, ma a cui la vita non ha concesso il privilegio di invecchiare.
Lui era molto curioso ed era solito sviluppare delle passioni improvvise che lo portavano a darsi anima e corpo a ciò che lo interessava in un dato momento. Allora c’era la fotografia e forse un po’ anche l’antropologia. E questo lo spinse a trascinarci tutti dentro i riti del Sabato Santo di Nocera Terinese, in questa particolare processione caratterizzata dalla presenza dei “vattienti”, così detti perché si percuotono le gambe con un pezzo di sughero nel quale sono incastonate tredici schegge di vetro, provocando un’abbondante fuoriuscita di sangue.
Nei miei flash di memoria siamo ancora lì, su una specie di balconata delimitata da una brutta balaustra in cemento, Massimo intento a scattare le sue foto rigorosamente in bianco e nero, noi a meravigliarci per quell’insolita situazione, per quell’atmosfera quasi mistica, per quella carica di violenza auto inferta che per tutti noi aveva dell’inspiegabile. Stupefatti, ma grati a chi ci aveva convinti ad andare, già abbastanza consci che per capire il mondo occorre vederlo con i propri occhi, viverlo anche solo per qualche istante.
E pure il nostro fotografo Antonio Renda non ha esitato a raggiungere Nocera Terinese il Sabato Santo, a scattare le sue foto anche lui in bianco e nero, forse per lo stesso pudore di non mostrare quel sangue che scorre sulle gambe, che macchia la superficie delle strade, che potrebbe far correre il rischio di spettacolarizzare troppo l’evento.
Di certo l’avrà fatto più volte nella sua lunga carriera di fotografo itinerante per tutta la Calabria, ma in questo caso si tratta della processione del 2005, di quasi vent’anni fa, quando già forse si insinuavano dubbi e si faceva strada sempre di più quella capacità di analisi che esprimeva ed esprime ancora attraverso l’obiettivo. Così commenta oggi la sua foto: «Una visione che racconta la storia di un luogo, attraverso due figure femminili fantastiche in primo piano, e sullo sfondo una processione, che dà un senso solo alla passione di frequentatori ipocriti/occasionali». Ma non nel nostro caso! Al contrario, quei ragazzi che eravamo noi non erano così. Occasionali, forse, ma ipocriti mai.
Certo, la sua foto mette a nudo il contrasto tra le anziane signore vestite di scuro, coi capelli grigi sapientemente raccolti, composte come le pie donne al cospetto di Gesù morente sulla croce, e un rito che si riproduce stancamente, ogni anno uguale a se stesso, con la folla che si intravede sul lato opposto e che assiste allo “spettacolo” con apparente superficialità. È quello che deve fare un bravo fotografo, smascherare le contraddizioni della società fissandole in un’immagine statica, mettendole davanti agli occhi di chi vuole ancora vedere, quindi comprendere, e non solo guardare.
Il Sabato Santo, Gesù sta per risorgere, come ricordano le altre due madri alla Madonna sotto quella croce, in una scena ispirata dai Vangeli Apocrifi, immaginata e cantata mirabilmente da Fabrizio De Andrè. Nella canzone sono le madri di Tito e Dimaco, crocifissi in quanto “ladroni” assieme a Gesù, le quali dicono: «Con troppe lacrime piangi, Maria, / solo l’immagine d’un’agonia: / sai che alla vita, nel terzo giorno, / il figlio tuo farà ritorno: / lascia noi piangere, un po’ più forte, / chi non risorgerà più dalla morte» (Tre madri, dall’album La buona novella, 1970). Versi che ci fanno riflettere sul tragico destino di tutti noi mortali, sul nostro diritto di “piangere un po’ più forte” di fronte alla morte, nonostante ogni maldestro tentativo di rimozione.
Raffaele Cardamone






























