Site icon ilReventino.it

La storia di Salvino, di Valentina e del Covid. E poi le campane non suonarono più (prima)

di Giovanni Petronio –

Salvino e Valentina sono originari, uno di Soveria Simeri, l’altra di San Pietro Apostolo, hanno abitato a Marcellinara e adesso da alcuni anni, per motivi lavorativi, si sono trasferiti a Bergamo. La storia che voglio raccontarvi (divisa in due parti, questa e la prima e la seconda la pubblichiamo a seguire nei prossimi giorni) inizia il 22 febbraio di quest’anno, cioè del 2020.

Era sabato il 22 febbraio, nell’aria la tensione si poteva toccare. Si capiva che stava per esplodere qualcosa di vasta portata. Ho realizzato che il peggio sarebbe arrivato… Uscito dalla scuola dove insegno, lungo il tragitto per arrivare a casa, mi sono fermato in ben 5 farmacie per recuperare mascherine, ci sarebbero servite di certo! Non potevamo farne a meno. Sfortunatamente tutto era saturo, non c’era rimasto più nulla… zero! Domenica 23 febbraio un po’ per ignoranza, un po’ per errore, all’oratorio abbiamo fatto una festicciola di Carnevale con tutti i bambini… Molto probabilmente ed inconsapevolmente non abbiamo compreso che c’era una potenziale bomba… La nostra paura aumentava, ci sentivamo circondati, il 25 febbraio a Bergamo c’è stato il blocco della scuola con i morti e i contagi che aumentavano. Non c’era ancora il lookdown, quindi nella maggior parte dei casi si è continuato a lavorare, i genitori dunque hanno lasciato dai nonni i loro bambini, che involontariamente hanno portato avanti l’infezione… In poco tempo siamo arrivati a non riuscire a controllare più nulla, la situazione era allo sbando, l’onda d’urto ha colpito tutti…

ADVERTISEMENT

Il racconto del professore quarantenne diventa sempre più forte: “giovedì 5 marzo mia moglie stava male, aveva una tosse strana. Ho chiamato la sua dottoressa, c’era una sostituta che ci ha fatto capire di non potere o peggio di non volere incontrarci per un consulto medico. Forse ha avuto paura, non so… La sua tosse era brutta, allora che fare? Ho sentito il mio dottore che ha voluto visitarla, le ha detto che aveva una brutta bronchite e che avrebbe dovuto prendere un antibiotico. Poi, mi guarda in faccia e mi dice: <per precauzione prendilo anche tu> Non ci ha fatti allarmare. La notte stessa mi sveglio alle 2 in un lago di sudore, ero tutto bagnato. Mi rendo conto di non stare bene. La febbre era a 39, riesco a farla scendere a 38, non di più! La febbre mi ha accompagnato costantemente per oltre una settimana, insieme a forti dolori in testa.

Risento il medico che mi dice di tenere la casa areata e di prendere anche tachipirina… Arrivo al 7 marzo, peggioravo sempre di più, chiamo il numero verde messo a disposizione. Descrivo i sintomi e mi invitano a contattare il 118 se peggioro. Allora dopo un po’ di ore li chiamo. Mi tocca dire che a causa di protocolli non idonei, hanno sottovalutato che potessi avere il Covid. Domenica 8 marzo sto ancora più male, li ricontatto, mi dicono se riesco a respirare, gli rispondo si, che ce la faccio <allora non possiamo intervenire> aggiungono. Solo se fossi stato in blocco respiratorio avrebbero mandato un’ambulanza… Un’assurdità! Aggiungono nuovamente che devo stare isolato in casa e di usare la mascherina, chiedo all’operatrice: <dove la trovo?> lei mi risponde che non possono fornirmene, di sentire eventualmente la guardia medica se fossi stato più male. Li contatto e mi indicano di presentarmi da solo alle 17 nello studio. Siamo andati, il dottore era bardato, solo gli occhi vedevo… Poi mi esclama: <Secondo me lei ha il Covid. Ce la farà. Ma non vada in ospedale>. Mi ha dato altre medicine e mi ha esortato a indossare una mascherina, gli dico che recuperarla era impossibile. Lui mi ha guardato, ha pensato qualche secondo, poco dopo infila la mano nella sua borsa e me ne regala due! Mi sono commosso perché era un gesto di speranza in quella guerra che stavamo vivendo… I giorni seguenti sono stati devastanti, mi sentivo come se qualcuno mi stesse tirando contemporaneamente tutti i capelli. Solo dopo 9 giorni la febbre è scesa a 37,5! Ho perso il gusto e l’olfatto, quando mia moglie mi ha preparato un caffè l’ho sputato, mi ha disgustato, non capivo se fosse carbonizzato o cosa. Un regalo che mi ha lasciato è che la sera divento afono… La voce scompare”.

Per fortuna la moglie non ha avuto il suo steso decorso: “sono andata a migliorare, non ho avuto la stessa cosa sua. Anche nostra figlia è stata male, i bambini sono state vittime inconsapevoli. Ricordiamocelo! Avendo il sentore di qualcosa di negativo, a più riprese ci siamo recati al supermercato per fare la spesa, prima insieme, poi andavo da sola. Ogni volta era sempre di meno quello che negli scaffali era a disposizione. Era sconcertante! Una mia amica che prestava servizio come amministrativa in una casa di riposo, ogni sera mi faceva il resoconto dei morti quotidiani. Sono arrivati al punto in cui non avevano a disposizione più oggetti sacri, mio marito allora le ha regalato delle coroncine del rosario. Non ne avevano più… Non hanno avuto neppure i conforti religiosi. Povera gente. Da quello che mi hanno raccontato, alcuni medici hanno dovuto fare delle scelte… Se i posti in terapia intensiva erano quelli, è evidente che si è data la possibilità ad un giovane, rispetto ad un anziano, di essere attaccato ad un respiratore. Mi rimane impresso anche il fatto che persino delle agenzie di pompe funebri hanno chiuso perché non avevano più bare! Ci rendiamo conto?”

Testimonianze raccolte da Giovanni Petronio
(fine prima parte)

Exit mobile version