
È una di quelle storie che intrecciano, come in un vortice, emozioni, sentimenti, fatica, incertezza, duro lavoro e voglia di riscatto. Un mix che appartiene a chi si allontana dal luogo natio per cercare fortuna altrove. Quell’altrove che, come dice il noto antropologo Vito Teti, è più proprio dei calabresi che, a differenza di altri popoli, si sentono già spaesati e senza un preciso senso di appartenenza nella loro terra; esuli ovunque. E forse i protagonisti di questo nostro racconto, hanno saputo vivere al meglio questa condizione e ne hanno saputo trarre il massimo profitto lasciando, soprattutto nella memoria collettiva, una eredità ancora tangibile.
Il breve ritratto che ilReventino.it vuole proporre ai propri lettori, è quello di due persone che hanno dato il la all’avvento della pizza e ad un certo tipo di ristorazione non solo a Decollatura, dove sono nati e hanno poi lavorato da adulti per la maggior parte della loro vita, ma un po’ a tutto il Reventino.
Ecco perché ci sembra giusto narrare delle vicende umane, prima ancora che professionali, di Edo e Mario Scalzo.
SULLA NAVE A CERCARE FORTUNA NEGLI STATES
Non era facile per nessuno in quegli anni di un dopoguerra che aveva lasciato tante, troppe macerie. La famiglia dei due fratelli, in particolare la mamma Angelina nata in America (ma non vissuta lì) e, quindi, cittadina americana, facilitò la partenza di Edo verso gli States che, infatti, avvenne nel 1952 quando, ancora ragazzino di appena 15 anni, si imbarcò per New York dove lo attendeva lo zio Michele. Non fu affatto facile per lui che restò solo per un mese e dovette davvero cavarsela facendo i lavori più diversi e frequentando le scuole serali per imparare la lingua inglese.
Edo e Mario nel periodo giovanile in America
Un’avventura in piena regola, insomma. Lavorò anche, tra gli altri, come facchino finché nel 1955, arrivato in America anche papà Vito, venne costituita una ditta la “Vito Scalzo and Sons” a tra il ‘57 e il ’58, quando arrivò, anch’egli ragazzino, il fratello di Edo, Mario. Questa ditta e qui è evidente la versatilità della famiglia Scalzo nel mondo del lavoro, faceva giardinaggio. Fra l’altro in America si era trasferito anche un terzo figlio di Vito, Giosi nel 1965 e, in generale, tutta la famiglia ha avuto, da sempre, strette connessioni con Usa e Canada visto che anche due nipoti di Edo e Mario, da piccole, vissero per alcuni anni in quei luoghi.
L’INCONTRO FATALE
Tornando ai Nostri l’incontro fatale per la carriera e l’attività di una vita, era prossimo a venire per Edo e, a catena per Mario. Verso la fine degli anni ’50, conobbe un pizzaiolo siciliano che gli insegnò l’arte della pizza e, lo abbiamo potuto sperimentare direttamente degustandola molteplici volte, anche più di un segreto per farla tanto buona!
Edo in cucina a Villa Palma
La poliedricità degli Scalzo nel saper ben svolgere tanti mestieri si fermò però alla ristorazione che scoprirono essere la loro vera vocazione. Infatti, dal ’65 al ’70, più o meno, i tre figli di Vito presero a lavorare presso un famoso locale italiano a Flushing – luogo noto a livello mondiale per essere la sede degli US Open di tennis, uno dei quattro tornei del Grand Slam, nel famosissimo parco denominato Flushing Meadows – «Villa Palma», di proprietà di Natale Petrone, anch’egli calabrese.
IL MANCATO INCROCIO CON LA DIVINA SOPHIA
C’è un aneddoto davvero curioso del periodo americano che riguarda Edo. In un ristorante di New York si svolse un concorso culinario che riguardava un tipo di cucina davvero particolare: quella dei fiori, da quelli spontanei a quelli da giardino. Madrina di quella manifestazione era niente meno che l’immensa Sophia Loren, stella indiscussa del cinema internazionale.
Edo cucinò i suoi piatti a base di gladioli con grande enfasi sapendo dell’illustre presenza nel locale, ottenendo un prestigioso secondo posto. Alla fine, grande delusione. La Loren andò via e Edo non riuscì neanche a stringerle la mano. Una cosa che oggi, con il moderno concetto di show cooking e talent show televisivi, non sarebbe mai successa, anzi il web sarebbe stato invaso di immagini con gli chef protagonisti, ma allora chi preparava piatti per clienti o ospiti restava dietro le quinte, relegato nel perimetro della cucina. Così va il mondo, tant’è che Scalzo, quella sera, non riuscì neanche a incrociare lo sguardo della diva.
IL RITORNO IN ITALIA
L’esperienza americana contribuisce alla formazione professionale di Edo e Mario e dà loro la consapevolezza di poter proseguire il loro cammino anche autonomamente e, soprattutto, di tornare in Italia. Detto fatto, il rientro tra la fine degli anni ’60 e l’inizio del decennio successivo, coincide con l’inizio di una lunga avventura lavorativa che, per certi versi, darà un nuovo input alla ristorazione di Decollatura e di tutto il territorio circostante.
Mario in America ai tempi della pizzeria “Capri” oggi “Gloria Pizza”
LA PIZZA DI MARIO
Dopo il ritorno in Calabria, Mario, in particolare, a cavallo tra il ‘68 e il ‘69, aprì una sala giochi che gestì per 3 anni, in Piazza a San Bernardo. Dopo aver chiuso nel ’71, andava e veniva dall’America tra il ‘72 e gli inizi del ‘76 dove aveva cominciato a fare stabilmente il pizzaiolo. Sempre nello stato di New York.
Nella seconda metà degli anni ’70, decide di tornare definitivamente in Italia ed ecco che comincia da qui la sua avventura ultratrentennale di pizzaiolo a Decollatura. Dal 1978, con l’apertura della piccola pizzeria nel vecchio campo sportivo dove giocava l’Audace, insieme ad Angelo Staropoli. Un locale che funzionava prevalentemente da asporto (un concetto ancora astratto per l’epoca ndr) e che incartava le pizze con la carta oleata non essendoci ancora i cartoni appositi e quell’impasto, quel tipico profumo ha accompagnato davvero tante generazioni.
Lo storico locale del “campo” fu condiviso in seguito con il fratello Edo e, insieme a lui, nel 1982, aprì il bar in piazza della Vittoria, fino all’87 che, proprio per la passione calcistica molto marcata in entrambi, chiamarono «Italia ‘82» in onore degli Azzurri campioni del mondo in Spagna.
Per riallacciarci al titolo di questo breve paragrafo, la «Pizza di Mario» nacque, però, dall’88 al 1994 quando prese le redini del forno ed è da lì nacque questa specie di mito.
Dalla Baracca in poi Mario fece solo la pizza e ha continuato a farla fino al 2002 sempre alla Baracca. Dal 2004 al 2005 in un pub aperto per poco tempo in paese, poi dal 2006 al 2008 presso la pizzeria Ziribba e, infine, negli ultimi anni di lavoro, al Ripa fino al 2013. Gioco della Morra tra i pochi a praticarlo….
DUE ARTISTI DELLA CUCINA DIVENTATI UN CULT E QUEL GIOCO DELLA MORRA UN PO’ COLORITO…
Edo e Mario, due autentici personaggi. Edo con i suoi spassosi aneddoti di gioventù e le sue irresistibili barzellette e la grande generosità. E non dimentichiamo la sua grande passione per le escursioni nel bosco alla ricerca di funghi.
Entrambi, invece, con il gioco della «morra» nel sangue (come testimonia la foto in evidenza insieme al nipote Eugenio), tra i pochi a praticarlo in paese, e una disputa continua in qualsiasi luogo o occasione, con una serie di espressioni non solo al limite della censura, ma anche strane e colorite, a volte davvero esilaranti.
Per quanto riguarda, poi, l’aspetto culinario, Mario che, nel lungo periodo di gestione della storica Baracca di Villaggio Gesariellu, chiudeva il locale il mercoledì per non rischiare di perdersi in tv il “suo” Milan e, con la sua bravura e abilità nel preparare la pizza, generò in quel periodo, in tutto il territorio del Reventino, una vera e propria frase cult: “andiamo a mangiare la pizza di Mario”. Bastava pronunciare il suo nome, ovunque egli fosse, come garanzia assoluta sull’eccellenza del prodotto.
Entrambi con la ristorazione nel Dna, nella loro cucina o sulla loro pizza, c’erano solo ed esclusivamente, prodotti di prima scelta e qualità. Mentre Mario ha vissuto la sua carriera con un approccio più stanziale, Edo invece, con uno spirito più da globetrotter, ha girato in lungo e in largo anche in Calabria, con esperienze in svariati ristoranti tra cui: il San Domenico a Lamezia, il Maris a Nocera Terinese, La Capannella a San Mazzeo e tanti altri. Oltre ad aver fatto la spola, come dicevamo, fin da ragazzo, tra Decollatura e gli States.
UNA PASSIONE A TUTTO TONDO
Quella di Edo e Mario era una passione che andava ben oltre il perimetro del locale pubblico. Essa, infatti, caratterizzava anche la sfera privata. Infatti, nipoti e figli raccontano, ancora oggi e con grande nostalgia, ma anche con estrema allegria, i Natali e Capodanno con le cene e i pranzi che non finivano mai per le troppe pietanze cucinate; la macchinetta per la pasta sempre montata e pronta a trafilare qualche bel formato da cuocere al volo e condire con qualche bel sugo ricco e fantasioso.
A proposito di aneddoti, di calcio e cucina, Edo, grande tifoso del Catanzaro, dopo una memorabile vittoria della sua squadra del cuore contro la Roma all’Olimpico nel 1979, dedicò una ricetta a “’O Rey” Massimo Palanca, autore di una storica tripletta: gli spaghetti alla Palanca, inventati così, al momento con la spontaneità di chi quel mestiere ce l’ha davvero nel sangue.
Chiudiamo questo piccolo omaggio pieno di bei ricordi e, come si conviene in questi casi, anche un bel po’ di nostalgia per dirla con De André, per il bel tempo che non ritornerà e per due persone che tanto hanno regalato con generosità a Decollatura, senza chiedere niente in cambio, proprio con la ricetta “calcistica” di Edo:
Spaghetti alla Palanca
Soffriggere uno spicchio di aglio, tritato finemente, aggiungere olio extravergine d’oliva e fare colorare l’aglio assieme alle acciughe e qualche dozzina di capperi dissalati 50 gr di olive snocciolati 2 foglie di alloro. Cuocere per 5 minuti circa e mettere il sugo da parte.
Nella pentola mettere cinque o sei dadi di spinaci congelati (o circa 400 grammi se freschi), appena sciolti, buttare gli spaghetti. A metà cottura scolare la pasta e tuffare tutto il contenuto nella salsa, lasciandoli amalgamare aggiungendo del Parmigiano. A cottura preferita scolarli e mangiarli ben caldi.
Ricetta Originale di Edo Scalzo

