di Giovanni Petronio –
Il convoglio era composta da un’automotrice e da un rimorchio, a bordo dei quali trovarono posto circa 200 persone, di cui una gran parte in piedi.
Secondo la tesi più accreditata furono l’alta velocità e il sovraffollamento dei vagoni a cagionare la rottura del gancio di trazione che causò il distacco dalla motrice e fece precipitare il rimorchio da un viadotto alto circa 50 metri, scaraventandolo nel greto del torrente Fiumarella.
La sciagura della Fiumarella è una vicenda che il pensiero non può, e non deve, accettare, per molte ragioni, per esempio:
I) Quando si è giovani è impensabile, e inaccettabile allo stesso tempo, che una sorte (?) beffarda e stolta possa prendere la vita di innocenti.
“Per i genitori, sopravvivere ai propri figli è qualcosa di particolarmente straziante (…) La perdita di un figlio o di una figlia è come se fermasse il tempo: si apre una voragine che inghiotte il passato e anche il futuro. La morte, che si porta via il figlio piccolo o giovane, è uno schiaffo alle promesse, ai doni e sacrifici d’amore gioiosamente consegnati alla vita che abbiamo fatto nascere”[1]. Un medico quella mattina disse: “esercito questa professione da 25 anni ed è triste vedere un ragazzo che se ne va… Per l’uomo maturo è un’altra cosa. C’è la rassegnazione dell’imponderabile che vuole la vita umana sconfitta dal tempo. Ma davanti ad un giovane anche un medico incallito diventa un’animella. E davanti a me ne ho visti morire diversi oggi”[2].
II) Fu una vera e propria guerra, soprattutto per Decollatura, una sorta di terzo conflitto mondiale,
La Gazzetta del Sud scriveva: “I morti di Catanzaro sono caduti in una guerra che, con le poche, fugacissime vittorie, non registra che sconfitte. La responsabilità è della sorte. Non è dubbio che la sorte centri. Ma se qualcuno avesse udito, se qualcuno avesse guardato, se qualcuno si fosse occupato della ferrovia della morte, ora avremmo potuto rivolger il nostro augurio natalizio, senza il peso che ci opprime è il dolore che spegne ogni gioia”[3].
III) Inoltre, in guerra non perdemmo una generazione quasi per intero, perché, è vero che ci fu chi morì, ma, è pure vero che ci fu, anche, chi si salvò e riuscì a tornare a casa. Con la Fiumarella invece una generazione per intero fu azzerata quasi completamente.
IV) Fu annichilita proprio quella che avrebbe costituito la classe dirigente del futuro.
Bastò un attimo e nelle strade scomparve la spensieratezza e la gioia, per fare posto a un dolore solitario che divenne un tratto strutturale di tutta la comunità, radicandosi nel tempo.
La vicenda portò nel paese un eterno inverno e un dolore sempre vivo, come se l’oscurità riempì le giornate di Decollatura. La morte di quei ragazzi lasciò tutti increduli e impotenti; costituì l’interruzione di un progetto di vita, del futuro stesso.
Un’interruzione della quotidianità anche per i genitori, per i fratelli, per gli amici, per l’intera comunità; ognuno direttamente o indirettamente venne toccato negli affetti.
A Decollatura, ancora dopo 55 anni, la vicenda si “respira” nei luoghi in cui i nostri ragazzi vissero, in cui passarono le giornate, in cui studiarono, in cui magari si innamorarono… Il dolore è presente negli occhi dei familiari, nel loro quotidiano, nel loro cuore. Per questi motivi qui, chi vi scrive da tempo è impegnato a ricucire le file della memoria e sentendo molto cara la tematica posso anticipare che in primavera presenterò un lavoro sulla tragica vicenda, ritenendolo un dovere etico e morale per il mio amato paese!
Dedico queste riflessioni ai mai dimenticati ragazzi del 23 dicembre 1961, a loro che, in questo tempo, sono divenuti per me, dei compagni di viaggio.
[1] Parole pronunciate da Papa Francesco, in un’udienza generale del giugno del 2015.
[2] Su diversi giornali del 24 dicembre 1961 è presente la suddetta dichiarazione.
[3] Tratto dalla Gazzetta del Sud del 27 dicembre 1961.
