martedì , 10 Dicembre 2019
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Un documentario sulla vita di Giuseppe Gangale al Festival del cinema di Salerno

C’è anche la Calabria cinematografica alla 73° Festival del cinema di Salerno. Quella più rigorosa, che segue le orme dei grandi documentaristi degli anni ’50, i quali intravidero nel Meridione quelli che oggi chiamiamo i giacimenti culturali, da raccontare e da salvaguardare. Uno di questi è sicuramente la lingua e la cultura arbereshe al centro del documentario “Gangale / presenze arbereshe a Marcedusa”, prodotto dalla Fototeca della Calabria, con il sostegno del Comune di Marcedusa per la regia di Eugenio Attanasio e il montaggio di Nicola Carvello selezionato nel concorso documentari al Festival del Cinema di Salerno dove sarà proiettato giovedì 14 Novembre.

Il Festival del cinema di Salerno è uno dei più antichi se pensiamo che annovera ben 73 edizioni, secondo solo alla Mostra del cinema di Venezia che è arrivato quest’anno alla 77° edizione. L’opera racconta, con il supporto di storici e glottologi di livello internazionale, la storia, poco conosciuta, di questo piccolo grande uomo, che ha lasciato un patrimonio di registrazioni sonore, di scritti, di materiali sulle comunità arbereshe della Calabria, di straordinario interesse antropologico.

Giuseppe Gangale, nativo di Cirò, frequentò il Collegio di Sant’Adriano a S. Demetrio Corone, dove si recava per studiare l’intellighentia arbereshe ed albanese, per poi trasferirsi a Firenze, dove divenne saggista ed editore in un periodo in cui la libertà di pensiero era sottoposta a dure censure. Ritornò in Calabria dopo un lungo pellegrinaggio fisico e spirituale che lo aveva portato in mitteleuropa, tra riforma protestante e filosofia. Il documentario ricostruisce alcuni momenti della sua vita  nelle diverse comunità arbereshe , rappresentando  la  mirabile opera condotta nei comuni della Calabria centrale, per recuperare la lingua, l’identità e la cultura di comunità che la società industriale stava massificando.

Partì proprio dal Comune di Marcedusa perché considerava questo come uno dei centri di più antico insediamento degli Albanesi in Calabria, e, distante dalle comunità della Provincia di Cosenza, vi si parlava una lingua diversa, con minori contaminazioni. Con piglio certosino e con metodo scientifico, il professore Gangale, interpretato nel film dall’attore Mario Marascio, registrava le conversazioni con giovani e meno giovani, alla ricerca di vocaboli, espressioni, modi di dire, o più semplicemente racconti, favole, poesie.

A distanza di quasi quarant’anni dalla sua scomparsa, sono stati rintracciati alcuni testimoni del suo passaggio, come Giulio Peta di Caraffa, che  oggi gestisce l’UNLLA  dove si trovano molti materiali interessanti, Carmine Talarico, che ha ricordato i tempi di Radio Macondo a Crotone, Corrado Iannino che ha scritto una interessante pubblicazione, Cesare Marini, che fu uno dei promotori in parlamento della legge di tutela e salvaguardia delle minoranze linguistiche, John Trumper uno dei più importanti glottologi d’Europa.

Nel terzo millennio il linguaggio si è evoluto in altre direzioni, rendendo le problematiche gangaliane assai distanti da una vita frenetica che, piuttosto che ritrovare la fisicità della lingua del passato, cerca nuovi sistemi di comunicazione virtuale. Però questo straordinario lavoro di salvaguardia della lingua oggi dimostra di aver avuto un senso, grazie ad un gruppo rock che pensa, scrive e suona musica arberesehe. Oggi vi sono numerosi istituti che portano il suo nome e che conservano ancora la memoria di questa grande figura della cultura calabrese e internazionale.

di: La redazione

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