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Sciagure, catastrofi e ruoli istituzionali: “morti civili” facciamo che non siano lacrime vane

di Angelo Falbo * – 

Decidiamoci. Se uno dice le cose prima viene chiamato “gufo” (termine abbondantemente in uso presso coloro che disdegnano di ascoltare le considerazioni degli altri quando non sono coincidenti con le proprie)

Se uno dice le cose dopo (quelle che si sarebbero dovute dire in tempo) viene considerato “sciacallo” (giusto per rifiutare dispregiativamente le critiche postume). Se uno dice le cose durante? Generalmente non viene preso in considerazione!  E allora ?. Allora, contrariamente a come si afferma, la “storia si ripete”.

Lo vediamo accadere dopo ogni “disgrazia”. E’ vero: alcune disgrazie non siamo in grado di fronteggiarle, nel senso di riuscire a conoscerne prima il tempo di accadimento. Come i terremoti. O come in altre volte certe eruzioni. Ma alla luce di millenni di ripetuti accadimenti di natura sismica e/o eruttiva siamo in grado di misurarne le conseguenze. Perciò stesso dovremmo essere in grado di contrastarle efficacemente, riducendone la gravità degli effetti sempre di più. E’ evidente che se si costruisce alle pendici di vulcani silenti, quando essi si svegliano distruggono tutt’intorno. E’ evidente che se si individuano faglie sismiche “attive” e poi si insiste a costruirvi sopra come se nulla dovesse mai accadere, allora dobbiamo solo sperare ….. che vada bene a chi ci vive e a chi si ci trova (cioè ad  un possibile ognuno di noi ).

Le alluvioni, le nevicate, le esondazioni, le mareggiate, le frane e le valanghe appartengono ad altri generi di “disgrazie”. Molto più prevedibili e molto di più riducibili le loro conseguenze a minimi danni. Purché ci si comporti rispettando i principi elementari di rispetto delle leggi naturali – fisiche: se tu costruisci case, strade, strutture balneari, ferrovie lungo alvei di fiumi, sulle sabbie marine, sui pendii vallivi geologicamente segnalati come a rischio di “scivolamenti”, allora sei esposto a “naturali “distruzioni. 

Poi ci siamo noi con le istituzioni, gli enti di servizio (luce, telefono, acqua, gas) con le moderne tecnologie. Frequentemente si stanno mostrando assolutamente inadeguate le prime e male impegnati i secondi e male utilizzate le tecnologie. E’ vero, questa volta si sono sommate due “disgrazie”: il terremoto, con scossa di 6,5° e una valanga di elevatissima portata.

Ora, il terremoto, dopo le rilevanti distruzioni delle scosse precedenti non ha comportato danni letali, ma solo il crollo di altre poche parti di edifici già a rischio. Mentre la valanga, concausata quasi di sicuro dalla scossa, ha determinato un vero disastro umano. Con la perdita di numerose persone. Salvo la bella e confortante azione di due persone scampate prima e di altre nove persone “riportare a vita” dopo, tra cui quattro bambini, grazie alla formidabile opera di scavo di una catena di soccorritori che ha incessantemente prestato la nobile e ammirevole attività di “protezione civile”. Diversi intervenuti sono “professionalmente istituzionalizzati”, tanti sono invece “volontari aggregati”.

Mentre tutti, in attesa speranzosa di buoni annunci, siamo stati indotti a partecipare a discussioni ripetute e continue in vari studi televisivi con interviste e collegamenti, commentati in libertà, spesso forzatamente e fuori luogo. Come per la patetica vicenda di enfatizzare la ridicola assegnazione di 25 casette non abitabili, nel mentre tutt’intorno restavano famiglie senza luce, senza farmaci e senza viveri di prima necessità. Soprattutto, senza affrontare le cause della somma di coincidenze-negligenze che hanno provocato, aggravato, il bilancio del dramma.

Cominciamo dalla constatazione della grave generale sottovalutazione dell’arrivo della stagione invernale e dalle sue inevitabili conseguenze, prima fra tutte  la ulteriore limitazione di agibilità in una vasta area già devastata dal terremoto, con oggettive rischiose percorribilità nei collegamenti tra le tante frazioni e le case- aziende abitate, con singole famiglie e pochi animali, lungo i dorsali montani dell’appennino centrale .

Quante parate, quanti via vai inutili e strumentali, quanta  insulsa esposizione mediatica anche nel volere rendere-fare apparire “normale” una condizione che normale non poteva più temporaneamente  essere. Cosi, nel mentre nei pochi spiazzali resi agibili si allestivano autobus per trasferire le famiglie di interi nuclei abitati si voleva a tutti i costi far finta che la “Scuola“ avrebbe potuto funzionare “normalmente”: e giù parate, interviste e scampanellate!

Mentre dappertutto si inneggiava alla “matriciana” ci si è scordati dei tanti piccoli casali dispersi nelle pendici appenniniche in tutta l’area del cratere sismico: con gli anziani contadini-pastori e le loro singole “ricchezze” di una vita: due mucche, le tredici capre, un maiale, le dieci galline, con qualche coniglio e con i loro cani e i gatti. Unici presidi sociali di versanti montani in crescente abbandono e desolazione. (Come da noi…). E delle difficoltà logistiche di raggiungerli. Ambienti belli e apprezzati dai turisti che vi si inerpicavano nelle belle stagioni alla ricerca di uova fresche, di formaggi e salami e altri viveri genuini. Ma difficili da percorrere nei mesi invernali.

Si sapeva o no che c’erano diecine di frazioni semi distrutte e di case sparse anche pericolanti? Abitate da anziani e qualche giovane, attaccati alle loro piccole proprietà dalle quali non si sono voluti distaccare perché fortemente identificati con i loro animali “vissuti” come appartenenti allo stesso nucleo familiare?  

Certo, esaminandoli alla luce delle moderne relazioni affettive e delle convenienze economico-commerciali, sembrano comportamenti assurdi e da seppellire. Eppure la “comunità” e perciò generazioni intere hanno potuto raggiungere le moderne conquiste ora in godimento perché sono state radicate nei sacrifici e nella esistenza di tali nuclei agro-pastorali.

Chi avrebbe dovuto presiedere alla loro sicurezza? Le istituzioni.  Ora, sappiamo che il Comune negli ultimi tempi ha accresciuto le competenze e i compiti. Ma in realtà è rimasto debole e con scarse risorse di uomini e di mezzi. Particolarmente vale per i piccoli comuni montani. (Come i nostri…). Pur tuttavia si è capito che di fronte agli eventi, sia pure eccezionali, ma prevedibili e annunciati ripetutamente dalle comunicazioni meteo , sono apparsi non solo inadeguati, ma spiazzati. E la Provincia? Ecco, in questi tragici giorni si è evidenziato come il territorio non fosse istituzionalmente presieduto. Si è visto quanto grave sia stato l’errore di ridurre la Provincia ad un simulacro con un Presidente appena in grado di ricevere qualche telefonata per poi smistarla, o sbrigare pratiche di scarso rilievo e con a disposizione poche risorse di uomini e di mezzi. (Sulle nostre strade è possibile incontrare uno-due volenterosi coraggiosi (e ci vuole molta accortezza!) dipendenti spargere il sale a mano per far sciogliere le lastre di gelo ).

La colpa? Tutta nostra. Presi da schizofrenia siamo passati in un decennio dalla moltiplicazione delle Province (da noi si rincorrevano i deliberati per Lamezia Terme Provincia) alla loro abolizione, in ossequio ad un fenomeno qualunquista che ha confuso il valore delle istituzioni con gli sprechi e il malaffare di chi indegnamente le stava rappresentando. Lo sta scrivendo uno che da sempre si è opposto alla loro abolizione, perché convinto della loro insostituibile funzione istituzionale sul territorio. Salvo il necessario contenimento dei costi con riduzione del loro numero, di limitazione dei loro organismi e delle prebende. Con una semplice legge ordinaria!

Della Istituzione Regione non parliamo… poche si salvano per avvedutezza e determinazione amministrativa. Non quelle che sono state interessate dalla nevicata, rimaste senza da anni senza aggiornamento dei piani di rischio e dei necessari interventi. Si sente il ritornello giustificazionista sulla enorme quantità di neve caduta e della impossibilità delle percorrenze. Il punto è proprio qui. Dal primo giorno bisognava sgombrare la neve impedendo che si accumulasse sulle strade fino a due-tre metri, spazzando in continuità. E non è un “sapere del giorno dopo”. E’ dottrina contadina e paesana vista esercitare nel passato in ogni ruga e in ogni nucleo in campagna da quegli abitanti che reciprocamente si davano da fare mattina per mattina a spalare lungo le vie e a liberare i tetti. E per tutto il giorno, se la nevicata era continua.

Migliaia e migliaia di persone per giorni senza luce e chiusi in casa. Il dramma vero si è però consumato al “Rigopiano” il resort rimasto sepolto sotto una enorme valanga. Personale e ospiti che avevano capito di essere a rischio, (anche per le continue scosse), ma che per un convulso intreccio di negligenze e di incomprensioni non sono riusciti ad allontanarsi in tempo. Ora, dopo la felice messa in salvo di nove persone, contiamo di ora in ora i morti, le persone che vengono trovate ormai senza vita. E restiamo ammutoliti. Mentre si scatenano adesso le tante recriminazioni sull’accaduto e sulla stessa esistenza della struttura, già in passato sotto inchiesta e imprudentemente edificata in più tempi, ampliandola, in una zona a rischio di possibili valanghe.

Guardiamoci in faccia. Quante volte abbiamo sentito inveire contro l’abusivismo, contro l’uso incontrollato del territorio. Però è prevalso il preteso e malinteso concetto che si può e si deve costruire comunque e ovunque. Perché?

Ebbene, siamo sicuri di non aver incentivato una tale sottocultura con i continui condoni, aleggiati ancora da alcuni in ogni occasione di campagna elettorale?

Eccoci a piangere ancora una volta i nostri “morti civili” facciamo che, finalmente, non siano lacrime vane.

 

 

* Angelo Falbo, già sindaco di Carlopoli e dirigente scolastico.

 

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