mercoledì , 26 Febbraio 2020
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Più libri e meno computer. I ragazzi non sanno più scrivere: riflessioni di un “maestro elementare”

Seicento professori universitari chiedono l’intervento del Governo: i nostri ragazzi non sanno più scrivere!

I firmatari di questo appello, indirizzato alla nostra politica, sono il meglio dell’università italiana, tra essi Ilvo Diamanti, Massimo Cacciari, Luciano Canfora ed altri. Fondamentalmente i professori hanno ragione e le motivazioni sono tante. In merito alla recente notizia della lettera che gli accademici italiani hanno inviato al Governo (i ragazzi non sanno scrivere) pubblichiamo la riflessione pervenuta in redazione di un insegnante della scuola primaria, una volta denominata scuola elementare.  

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo smantellamento della scuola pubblica e al taglio degli investimenti: i nostri governi non hanno mai creduto al valore produttivo della scuola. Inoltre, le riforme che si sono succedute nel tempo hanno veicolato l’illusione che la tecnologia e l’informatica fossero la panacea di tutti i mali, la sostanza e non semplici strumenti. Certo è importante la conoscenza informatica, ci mancherebbe; ciò che non serve è l’ubriacatura ideologica che ha investito la scuola italiana: solo il computer non è sufficiente a formare adeguatamente una persona, deve essere un mezzo e non il fine.

Altra conseguenza negativa, prodotta da questa ebbrezza dottrinale, è l’attenzione eccessiva verso l’immagine che la scuola deve dare all’esterno. Si tende a utilizzare categorie di marketing aziendale per infiocchettare l’Offerta Formativa, dimenticando che non si sta facendo una televendita. Inoltre il processo formativo non può essere assimilato alla realizzazione di un prodotto industriale. Per carità, anche in questo caso sono importanti l’immagine della scuola e la misurabilità dei risultati, ma con criteri propri da individuare e diversi da quelli aziendali: dentro al barattolo dei pomodori pelati con una bellissima etichetta devono esserci veramente i pelati. Invece, molto spesso, correndo dietro a suggestioni televisive, e nella logica della concorrenza (il mio prodotto è meglio del tuo), la scuola tende a confezionare offerte formative gonfie di progetti che non guardano all’essenziale.

Col tempo, inoltre, abbiamo assistito ad una svalutazione della figura dell’insegnante: la recente politica scolastica, mi riferisco a tutte le discussioni nate attorno alla Buona Scuola, ha contribuito a diffondere l’immagine dell’insegnante come il classico impiegato statale fannullone. Anche in questo la responsabilità è da ripartire: dobbiamo ammettere che, come in ogni categoria, anche nella nostra ci sono delle perfette “capre”, e mi scuso con i simpatici quadrupedi, che non sono in grado di trasmettere nulla. Ma se le capre continuano a pascolare nella scuola, la colpa è soprattutto di un sistema di selezione e di valorizzazione della professionalità insegnante inadeguato e al quale, nell’ultimo periodo, si è cercato di mettere mano con i maldestri, inefficaci ed ideologici tentativi posti in atto da questa riforma.

La tendenza è quella di spingere alla competizione una comunità insegnante che ha sempre dato il meglio di sé collaborando e condividendo. Detto questo è giusto poter misurare la professionalità insegnante, sanzionare gli insegnanti fannulloni e premiare i migliori, ma senza scatenare sciocche ed improduttive competizioni. Il bravo insegnante, nonostante sia diffusa la convinzione opposta, non ha alcuna paura di essere valutato.

Dimenticavo, ci sarebbe tanto da dire anche sulla trasformazione recente dell’università italiana e sul reclutamento del corpo accademico, spesso intriso di logiche familistiche e clientelari, e che di conseguenza ha prodotto un abbassamento della qualità. Non dimentichiamo che nelle università si formano i docenti che gli alunni si troveranno in classe. Pertanto i nostri intellettuali firmatari prendano anch’essi la propria fetta di responsabilità.

Ma ritorniamo all’argomento di questa riflessione, le vicende che sta attraversando la scuola italiana sono più complesse ed articolate della mia schematica rappresentazione e meriterebbero un diverso e più competente approfondimento. Secondo me i nostri ragazzi non sanno scrivere soprattutto perché non leggono. Basterebbe soltanto farli appassionare alla lettura, senza computer, tablet, lim e altri ordigni tecnologici. Basta un libro “di carta” e insegnanti capaci di far nascere l’amore per “le storie”. 

Ma neanche in questo la scuola italiana ci aiuta. Se ci fate caso, le biblioteche scolastiche sono di solito chiuse a chiave, e appena apri la porta sei investito dall’atmosfera tipica da biblioteca: freddo, buio, umidità e muffa. Se poi hai la fortuna che qualcuno ti apra quella porta, troverai davanti un altro ostacolo: i libri sono chiusi a chiave negli scaffali. Altro mazzo di chiavi, altra barriera che il secondino di turno dovrà aprire.

Insomma per arrivare a toccare fisicamente un libro, il ragazzo deve trovare il “guardiano del tesoro”, spesso burbero e disinteressato, convincerlo ad aprire una cella umida e fredda e poi un forziere con gli sportelli di vetro. Capite facilmente che tutto ciò crea una barriera tra i ragazzi e la lettura: se il ragazzo associa all’idea della biblioteca quella di un carcere umido e ammuffito, o di una cattedrale inviolabile… è finita. In un ambiente del genere nessuno vorrebbe mai entrare.

La lettura deve appartenere alla dimensione del “piacere”, mentale e fisico, non a quella del sacro. Un alunno deve avere la possibilità di toccare, sfogliare un libro in piena libertà. Invece è più facile rapinare una banca che prendere in prestito un libro nelle scuole, ma è terribilmente semplice usare un pc.

Ci preoccupiamo che nessuno rubi i libri e se nessuno li legge e fanno la muffa negli scaffali non ce ne frega nulla. Ma noi siamo contenti perché la missione è compiuta: il Santuario è salvo dall’assalto degli infedeli!

L’importante è che il Piano dell’Offerta Formativa della scuola sia grosso come un dizionario e preveda anche il corso di Sumero o il torneo di Monopoli online. Ma soprattutto è importante che gli “utenti”, ormai si chiamano così, abbiano l’immagine che la scuola dove iscriveranno i propri figli, è proprio una scuola “cool”, con aule informatizzate, registri, libri e water digitali.

Il risultato è che abbiamo ragazzi abilissimi a muovere il mouse ma che non sanno scrivere più. Insomma se i vostri figli non scrivono bene la colpa non è solo di insegnanti e dirigenti incompetenti (quelli purtroppo ci sono), ma anche della politica incapace che, seguendo le mode del momento, delinea gli orizzonti entro i quali la scuola deve operare.

Se proprio volete realizzare la vostra piccola rivoluzione fate togliere le porte alle biblioteche delle scuole, regalate più libri e meno computer.

di Raffaele Arcuri – Insegnante della scuola primaria.

 

di: La redazione

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