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Il pensiero del giorno dopo le celebrazioni della Giornata contro la violenza sulle donne

di Maria Marino –

Una riflessione postuma alla giornata mondiale appena trascorsa. Quest’anno non ho scritto nulla sulla Giornata contro la violenza sulle donne del 25 novembre, volutamente ho aspettato ‘il giorno dopo’, un pò perché disgustata dai fatti di cronaca di Gizzeria che hanno provocato anzitempo il disgusto verso un essere tanto deplorevole e generato forti dubbi sul mio concetto di “essere umano”; l’eliminazione totale dalla categoria mi ha permesso di tutelare la mia convinzione di fede, nella bontà della creatura data l’origine del suo Creatore: la guerra tra bene e male è sempre esistita. Nella vicenda è facile distinguerne i due estremi esempi di bene (la vittima e i suoi due bambini) e di male (il carnefice e l’omertà in cui il dramma si è consumato per anni).

Altro motivo per cui non ho voluto scrivere nulla prima di oggi è stato il voler osservare cosa accade in questi giorni “prima e durante” il 25 novembre.

Ho assistito ad innumerevoli tavoli in cui si è celebrata, spiegata, approfondita e rielaborata la violenza perpetrata contro le donne, da tanto e oramai troppo tempo: adulti e studenti hanno elaborato splendide performance, tanto incisive da stringere lo stomaco in una morsa di emozioni, mettendo in evidenza pregiudizi e sentenze di colpevolezza sociale e morale sulla donna, sui suoi modi di vestire e sulla storia delle sue lotte per il suo riconoscimento sociale, ancora troppo poco nella forma e ancor meno nella sostanza; sulla speranza ancora possibile di un “darsi la mano” tra donne per poter giungere ad un corale NO ALLA VIOLENZA, tanto unitario quanto univoco con un uomo-maschio che sa interiorizzare le regole e la convinzione di una uguaglianza di genere, rigettando l’idea e la pratica del “possesso” e della sopraffazione.

Ho assistito a tavoli propositivi di un’informazione completa sulle forme della violenza alle donne, da quella sessuale a quella psicologica o a quella economica, sulla base di dati raccolti tra le fasce d’etá adolescenziali, dalle quali emerge una conoscenza parziale e alcune volte anche errata del fenomeno. La testimonianza diretta delle vittime, ha fatto da sfondo, seppur tra luci soffuse, a volti indignati, ad orecchie tese, ad occhi persi ( e forse pure a mani gelide e sudate) alla ricerca di ipotetiche cause di un tale comportamento, che ha poco o quasi nulla di umano. Le proposte? Un indirizzo e-mail della Polizia di Stato disponibile ad accogliere ed ascoltare (spazioascolto.cz@poliziadistato.it) per quando un aggancio può trasformarsi in aiuto concreto.

E poi ancora convention istituzionali di organismi preposti che, tra il macabro racconto e l’interpretazione teatrale dei particolari, ha raccontato il fenomeno di una società di omertosa e vergognosa complicità col carnefice e di quella ferita indelebile che la violenza sessuale prima e quella sociale dopo, lasciano nell’anima e nella personalità della vittima; ferita che, passata la rabbia (forse), trascorso il senso di sporco, finito anche l’odio e asciugate oramai le lacrime, tra i possibili sorrisi e l’orgoglio della propria forza ritrovata negli anni, nei silenzi della solitudine dell’anima, ancora ritorna l’opulenza ed il sangue di una ferita che non sarà mai risanata del tutto.

Altro focus su cui si è concentrata l’attenzione nella città di Catanzaro è stata la prevenzione e la presa in carico di un aspetto ancora sottovalutato: il maschio maltrattante e la recidività dei suoi comportamenti violenti, nonostante le misure sanzionatorie e repressive previste dalla legislazione esistente.

Purtroppo pare che gli strumenti giuridici disponibili non siano capaci di prevenire “il ritorno” alla vittima da parte del carnefice: prevedono il reato, (finalmente verso la persona e non più verso la morale) ma non permettono una rieducazione del carnefice, perché la sua ossessione per la sopraffazione e la sua concezione di possesso della sua vittima, non sono ancora considerate “patologie”: lui non è considerato un “patologico” ma solo un “reo”. Pertanto solo tre sportelli di ascolto in Italia (Firenze, Ferrara e Catanzaro) su iniziativa dell’associazionismo locale, sono capaci di accogliere e prendere in carico i casi di Uomini che SCELGONO spontaneamente di voler affrontare il Mostro che li divora e andare verso un nuovo e diverso rapporto relazionale di genere.

Tante altre sono state le convention che si sono tenute sul tema, compresa un’adunanza delle “donne impegnate sul tema” convocata alla Camera dei deputati dalla presidente Laura Boldrini, alla quale una rispettabilissima rappresentanza del catanzarese ha preso parte.

La domanda del “day after” che mi sorge spontanea però è: e adesso che si fa? Le luci della ribalta si spegneranno o il lavoro lento e certosino delle donne andrà avanti, e ancora chissà per quanto, senza che l’altra metà del genere umano si senta coinvolto o minimamente toccato dal problema? Perché fino a quando la tematica coinvolgerà soltanto una metà del cielo, fin quando il problema sarà soltanto relegato al colore “rosa”, la strada verso la cultura di una sana relazione tra Donna e Uomo è ancora lontana da venire!

Il mio sogno da Femmina indignata? …Ben venga un Percorso Rosa… ma io sogno, un giorno, una PASSEGGIATA VARIOPINTA!

Maria MARINO
Consigliere Nazionale CDU

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