martedì , 17 Settembre 2019
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Parole di foglie. Riflessione autunnale di un NEET a colori

L’autunno sembra generare da sempre inquietudine nell’animo umano. La natura cambia, il ciclo della vita si arresta. Ripartono le piogge, le città; ripartono le rondini, come ci veniva insegnato a scuola nella fase più magica della nostra vita. E come si disegnavano i funghi, gli animali in letargo, le foglie di colore strano, rossiccio; in tal modo si riusciva a smuovere con i pastelli la complessità della vita nel sonno come nel risveglio, nell’attesa come nella nascita.

Tale capacità di smuovere gli animi ingenuamente apparterrà per sempre ai bambini e rare sono state le volte in cui è straripata anche nel mondo degli adulti. Tuttavia la sensazione del cambiamento autunnale, le preoccupazioni legate al nuovo governo e alla legge di bilancio 2019, la condizione in cui si trova la mia generazione precipuamente nell’entroterra calabrese, mi ha spinto a riflettere e a colorare questo foglio, seppur a colori spenti.

La prepotente “modernità”, che dal dopoguerra si è progressivamente imposta nel nostro Paese riuscendo a portare la società dei consumi là dove ancora non c’erano simbolicamente nemmeno le “strade”, oltre che a trasformare e diversificare gli squilibri sociali da tempo assestati, ha contribuito, soprattutto nei territori “più ingenui” come il nostro, a creare una frattura culturale di quei saperi connessi alla sopravvivenza della stessa comunità.
I palliativi concepiti per favorire tale acculturamento, o meglio ancora di quello che si potrebbe chiamare “addomesticamento contemporaneo”, portarono gradatamente ad eliminare la collaborazione orizzontale e quella plurisecolare capacità di bricoleur presente nella componente contadina, e a sostituirla con una serie di programmi assistenziali, stili e modelli di vita, validi per ambizione e standard, ma incompatibili con le caratteristiche e le sperequazioni sociali dei nostri paesi presepi. I paradossi che si vennero a creare, potremmo dire che appartenevano già ai nostri nonni: chi si inserì in loco nella nuova società, vuoi per virtù, vuoi per retaggio, finì inevitabilmente per applicare una sorta di familismo amorale, perdendo il nesso causale tra il fine e l’agire, giustapponendo inconsciamente il proprio status al modello propugnato di benessere; d’altro canto chi per cognome o per condizione (o semplicemente per una comprensione più dettagliata del modello “benessere”) non riuscì a fare tutto ciò, nell’incompatibilità intrinseca dovuta al suo retaggio, cercò di contribuire al benessere comunitario per induzione, quindi senza generare ricchezza, ma importandola al pari delle merci, mediante il fenomeno emigratorio.

Beninteso, entrambe le reazioni non furono altro che il duplice adattamento al “cambiamento”, e furono possibili grazie alla particolare congiuntura economica. Ora, finita la fase espansiva – finita oramai da qualche decennio – e avendo rimosso le dinamiche sociali antecedenti al boom economico, entrambe continuano a sopravvivere, drasticamente ristrette nei numeri, poiché vengono strascinate e rese inoppugnabili dai ricordi collettivi. E continuano nei ricordi di quei genitori che, avendo dimenticato il sistema di vita dei padri, confidano nella sua (di)sperata ripetizione; e sovente sono costretti, non avendo null’altro, a insegnare ai loro figli soltanto la casualità del proprio vissuto. Così, ancora una volta, inconsapevolmente, sopra le fondazioni delle loro abitazioni costruite con gli attrezzi della bottega di famiglia cementati nel massetto, si rinnova il monito a emigrare, anche quando la realtà cozza con la precarietà, ai loro occhi inconcepibile perché non vissuta.

Il fatto di non essersi creata nel nostro territorio un’alternativa “vera e duratura” al sistema sociale agrario, che è ben lungi dall’essere la realtà bucolica talvolta ostentata, è sicuramente dovuta alla velocità con cui tale processo si è forzatamente innescato: imporre cambiamenti culturali, sia con mezzi autoritari alla stregua del Giappone, costretto dopo la seconda guerra mondiale a sublimare il concetto di “imperatore” con quello di “Stato”, sia con mezzi democratici, contribuisce alla creazione di società ibride socialmente e culturalmente disadattate. Non servono slogan, non serve il marketing, se non per camuffare e vendere agli occhi degli altri il nulla; e programmi come “Garanzia Giovani”, “Resto al Sud”, vanno a mio avviso letti attraverso questa riflessione sommariamente esposta e inquadrati nelle difficoltà appena enunciate. Ciò nonostante, da sempre l’autunno è futuro, soprattutto per la terra arida.

di Michele Ruperto

di: Michele Ruperto

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Sono nato a Soveria Mannelli e vivo a Motta Santa Lucia. Dopo la maturità scientifica, ho frequentato il corso di laurea in Lettere presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale (sede di Vercelli) laureandomi con lode nel 2014 con una tesi in storia medievale (relatore Alessandro Barbero). Successivamente ho continuato i miei studi conseguendo la laurea Magistrale in Quaternario, preistoria e archeologia presso l’Università degli Studi di Ferrara con una tesi dal titolo “La Via Annia Popilia. Da Consentia ad Turres” premiata il 04.01.2019 dal “Comitato Lamezia 4 gennaio 2018” nel concorso “Miglior Tesi di Laurea” del comprensorio lametino. Ogni tanto scrivo qui senza impegno per cercare di essere più spontaneo.

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