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“Pampoglie”: Raccolta di poesie in vernacolo di Petronà, dialetto simile a quello del Reventino

Il libro “Pampoglie” che raccoglie le poesie in vernacolo di Francesco Talarico, di Petronà. Il libro ha la particolarità, per come espone l’autore, di farci scoprire come il dialetto petronese, proviene dallo stesso ceppo linguistico del Reventino, utilizzato, tra gli altri, da Michele Pane. Diamo notizia della presentazione del libro a Petronà (venerdì 14 agosto alle ore 18,00) presso l’aula convegni di Palazzo Colosimo, alla presenza dell’autore proprio per questo legame, che ci rivela Talarico, con l’area del Reventino.

Pampoglie libro Francesco TalaricoIl libro “Pampoglie” letteralmente “foglie secche”, è una raccolta di poesie in vernacolo, scritte a partire dal ritorno dell’autore in Calabria nel 1982. <<La pubblicazione – per come ci fa sapere Francesco Talarico – copre un arco di tempo nel quale le illusioni ed i ricordi dell’infanzia vengono sfumati nell’accettazione di un posto, ormai cambiato e diverso, col quale confrontarsi. La struttura non è organizzata cronologicamente ma tematicamente, cercando di restituire un ritratto geografico e umano degli anni ’80, in un piccolo paese della Calabria, Petronà, disegnato da chi ritorna e vede con altri occhi. La lingua utilizzata, il dialetto petronese, proviene dallo stesso ceppo linguistico del Reventino, utilizzato, tra gli altri, da Michele Pane>>. Per quanto riguarda l’autore, ecco alcune note personali. Francesco Talarico nasce a Petronà, paese catanzarese, nel 1956. Si diploma e parte in cerca di lavoro verso il Nord Italia. dopo varie esperienze nei settori più diversi, sceglie nel 1982 di ritornare a vivere e lavorare a Petronà aprendo uno studio fotografico. Attualmente vive in campagna, si interessa di apicultura e fotografia, e nei momenti d’ispirazione scrive poesie e racconti.

Ecco alcuni passi estratti dal libro che l’autore ci ha inviato e che volentieri pubblichiamo.

Io dicu ca
​cchjù te sbavutti cchjù allarghi,
cchjù stringi cchjù ‘mbùtti,
chi sina chi ppemmu t’abbùtti…
hùrne lla vita…e te hùtti!

Quand’era ‘nnu guaglùne/ era tutta n’atra cosa,
dormìa ‘ntra ‘nu saccune/ ‘e pàmpine de rosa.
‘Un cc’era qquasi nente,/ ma par’ c’avìa tuttu,
e ppuru nu serpente/ ppe mie ‘u’ d’era bbruttu.
‘E sire ‘e vìarnu hùndu/ hore ‘u sse potia stare,
ca ‘u scùru tuttu ‘u mundu/ avìa dde combogliare.
‘Na stizza ‘e deda ardìa/ a chilla cambarella…
ca pàtrimma ‘un potia/ e mme paria ‘nna stella.
‘U viantu chi rugliava/ e mme hacia spagnare
pùe chjanu s’accitava/ e nn’avam’e curcare.
‘U hùacu ancora ardìa/ mma pùacu quadiava…
io ‘e l’ùacchjù ‘u bbidìa/ e lla dèda s’astutava.

( ‘A Dèda )

di: La redazione

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