giovedì , 20 Febbraio 2020
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Ospedale del Reventino: incontri al vertice, schermaglie, parole prive di significato

l'ospedale si è rottoSull’Ospedale del Reventino si intensificano gli incontri con i vari decisori (perlopiù “commissari”, neanche ci fosse bisogno della polizia vera o di un Montalbano di fantasia…), così come proseguono le schermaglie tra questi stessi commissari, i sindaci dei comuni interessati e i comitati di cittadini; ma alla fine di tutti questi movimenti ci sembra, ogni volta, che il punto d’arrivo sia fatto solo di parole prive di significato.

Di cosa parliamo quando parliamo dell’Ospedale del Reventino? Di un piccolo ospedale di paese: esattamente quel tipo di ospedale che tutti i sedicenti “esperti” di sanità, ma in realtà solo di spending review (revisione della spesa pubblica), sia a livello nazionale e sia regionale, hanno preso di mira da tempo.

Infatti, a detta degli “esperti”, i piccoli ospedali figurano tristemente tra le prime cose che devono essere abolite per produrre risparmi nel settore sanitario. Questo tendiamo a darlo un po’ tutti per scontato e, quindi, per difendere il nostro ospedale ci appigliamo al fatto che si tratta di un ospedale di montagna e che i collegamenti con gli ospedali più grandi e più vicini (strade o ferrovie) sono precari o pressoché inesistenti.

Ma non ci sarà invece qualcosa di sbagliato in questo modo di pensare? Un po’ di anni fa, non si tratta di secoli ma solo di decenni, diciamo al tempo della così vituperata prima repubblica, i piccoli ospedali non si chiudevano, si aprivano!

Si aprivano perché davano lavoro a molte persone in aree in cui il lavoro non c’era e non c’è ancora, creavano ricchezza diffusa con il loro indotto (negozi, servizi associati, ecc.), ma soprattutto erano il primo presidio per la salute dei cittadini.

L’ospedale è un posto che serve a farsi curare se si sta male, a fare prevenzione, a salvare vite umane che, come siamo sempre pronti ad affermare, “non hanno prezzo”. Ma gli “esperti” ci dicono che per prima cosa, per risparmiare sulla sanità, bisogna chiudere i piccoli ospedali. Anche se non sta scritto da nessuna parte che bisogna risparmiare proprio sulla sanità e proprio chiudendo i piccoli ospedali. E’ solo una decisione tra le mille possibili.

Se solo pensassimo al valore sociale di un piccolo ospedale, se questo contasse davvero qualcosa, ci guarderemmo bene solo dall’idea di poterlo chiudere. Un piccolo ospedale è a misura d’uomo e di donna, di bambino e di bambina. L’ammalato vi si sente protetto e a suo agio, proprio “come a casa sua”, e vi può guarire meglio che in altri posti. Beninteso, non per le malattie più gravi. Per quelle i calabresi sono da sempre abituati a “emigrare per salute”, oltre che per studio e per lavoro.

Ma gli “esperti”, quasi come se si trattasse di fabbriche di elettrodomestici, ci spiegano che i piccoli ospedali sono improduttivi. Del resto, non molto tempo fa, si è mutata la denominazione di “Unità Sanitarie Locali” (USL) in “Aziende Sanitarie Provinciali” (ASP), e la parola “azienda” è assai pericolosa quando si tratta di salute o più in generale di prestazioni sociali.

Ma i cittadini pagano la tasse, al netto dell’evasione che è ancora altissima, proprio per avere servizi primari: scuola, trasporti, sicurezza, sanità. E in che stato sono, in Calabria, questi quattro pilastri che stanno alla base di una sana convivenza civile? Vogliamo dire ancora all’anno zero? Non mi pare, da vent’anni a questa parte, di poter riscontrare quei miglioramenti che ci si attendava dall’ingresso nel nuovo millennio.

C’è dunque qualcosa che non va in questo modo di pensare? Se consideriamo i tanti sprechi, l’inefficienza della pubblica amministrazione, le risorse buttate via in inutili prebende, il malaffare imperante, i mega stipendi di politici e affini, possiamo accettare che i risparmi si facciano proprio e solo sulla pelle dei cittadini?

Riflettiamo bene prima di considerare incontrovertibile ciò che ci dicono gli “esperti”: manager della sanità, politici, commissari, gli stessi media che spesso avallano le loro ragioni. Questo loro modo di pensare, il modello che ci propongono, sta  migliorando o peggiorando le nostre vite?

Eppure è il pensiero dominante dei nostri tempi. Quindi, è facile ipotizzare che vi sia qualcosa di sbagliato proprio nei nostri tempi.

di: Raffaele Cardamone

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Raffaele Cardamone è nato a Soveria Mannelli, dove vive da sempre, lavorando in prevalenza nella città di Catanzaro. Da giovanissimo ha realizzato, per Radio Soveria Uno, programmi musicali di nicchia (“Radio on” e “Rock in motion”) e trasmissioni sportive sulla squadra di calcio locale. Ha la qualifica di “Tecnologo della comunicazione formativa”, acquisita al termine di un corso biennale di formazione professionale sulle applicazioni in ambito formativo delle tecnologie informatiche, audiovisive e multimediali, e quella di “Coordinatore di attività di progettazione formativa”, acquisita sul campo, lavorando per oltre dieci anni nell’équipe di Coordinamento didattico dell’Enaip Calabria (Ente di formazione professionale delle ACLI). Ha avuto l’opportunità di viaggiare molto in Italia e in Europa, prima per motivi di studio e poi di lavoro. La sua attività lavorativa si svolge nei settori della formazione professionale e della comunicazione (editoria, multimedialità e internet). È tra i fondatori e redattori della testata on-line ilReventino.it. Collabora con Gazzetta del Sud e l’editore Rubbettino. Alcune sue opere letterarie sono presenti sulla piattaforma digitale di self publishing ilmiolibro.it. Ha curato l'editing o collaborato ai testi di volumi pubblicati da Calabria Letteraria Editrice e Cineteca della Calabria. È autore dei testi del libro "Calabria. Un racconto a colori tra bellezza e identità" edito da Touring Club Italiano nel 2020.

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