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Mattino d’estate nei castaneti di monte Condrò

di Alessandro Mantuano

Il sole è sorto da tre ore, cammino solo nella luce del mattino che illumina il verde intenso degli antichi boschi di castagni che ricoprono la dorsale orientale del monte Condrò, nel territorio di Serrastretta.

All’ombra di giganti mi fermo, farfalle ebbre danzano nell’aria, sul terreno alcune giurrande, i fiori del castagno, sono ormai pulviscolo d’oro, vecchi tronchi cesellati rivelano la loro anima, un cinghiale attraversa le felci, il suono dei campani delle capre irrompe dolcemente nel silenzio, sono le capre di Claudio che vive nella sua azienda agricola di Case Serre, non lontano da qui.

Dialoghiamo, mentre le capre mangiano le foglie lucenti dei castagni più bassi e quelle dei rovi e le felci; grazie ai fruschi il bosco si può mantenere pulito.

Claudio mi spiega di quando un tempo il castagneto era come un giardino, tanto che l’erba sul terreno era bassa, grazie alle cure del padre. Claudio è saggio, sa perfettamente come gestire l’azienda. Accenna a una gestione di tipo circolare, “a circuito chiuso”: nulla si elimina ma tutto viene riutilizzato, reimpiegato all’interno dell’azienda: per esempio il siero che si forma durante la preparazione dei formaggi viene dato ai maiali, ne sono ghiotti; oppure con lo sterco degli animali si concima l’orto.

Riprendo il mio cammino. Intendo scendere fino alla Fiumarella di Serrastretta, passando, su indicazione di Claudio che conosce i vari toponimi di questi luoghi, dalla “cruci du monachiallu”. Forse con riferimento a un luogo dove fu ucciso un monaco in un lontano passato.

Come un fantasma mi addentro nel bosco, c’è una stradella che serve a collegare le diverse proprietà, e rivivo la vita di un tempo qui, quando i calendari delle stagioni governavano il tempo e i tempi degli uomini che qui venivano per lavorare, condividere, pregare con gesti sempre uguali e immutati da secoli: nelle radure dove ricrescono gli ontani e i cerri ancora vivo è l’arancio-mattone delle tegole sui tetti delle pastillare o caselle, dove le castagne, una volta sbucciate, si seccavano grazie all’azione del fumo, diventando pastille.

Sulle ante delle finestre rimaste chiuse ha resistito il legno delle piccole croci un tempo dipinte d’azzurro; altre sono solo rovine, la creta non tiene più insieme le pietre, le travi spezzate giacciono sul terreno tra i coppi in frantumi. Si aprono le porte del tempo di questo universo abbandonato.

Tento di immaginare la lotta per la vita in questi luoghi, prima che tutto finisse, prima delle partenze, quando erano gli altri a venire qui per trattare l’acquisto delle pregiate castagne: durante l’autunno ogni famiglia proprietaria di un castaneto raccoglieva e vendeva diversi quintali di castagne, mentre oggi tutto è cambiato: la produzione è calata drasticamente da quando, dalla seconda metà del novecento, un cancro ha compromesso irrimediabilmente la salute dei preziosi alberi.

Così interi castaneti da frutto sono stati tagliati, ceduati, perché improduttivi e malati. Peccato, oltre agli alberi malati si tagliano anche quelli rimasti sani. Così facendo rischia di scomparire il paesaggio agrario di queste montagne consegnando alle future generazioni la visione di tristi castaneti cedui, non più luoghi di memoria oltre che di piacere estetico.

La situazione si è poi aggravata negli ultimi anni. Un imenottero, un cinipide o vespa del castagno arrivato dall’Asia, sta provocando un ulteriore calo della produzione dal momento che l’insetto, attaccando i germogli della pianta ospite, provoca una riduzione della fruttificazione. Si è intervenuti con un rimedio naturale: si è liberato nell’aria un insetto utile, un cinipide antagonista. Si attendono i risultati; in nord Italia, da dove si è diffuso il cinipide a partire dal 2002, pare che abbia già funzionato.

Spero che in futuro l’economia castanicola possa ritornare ad avere l’importanza di un tempo. Lo scorso autunno ho fatto visita all’azienda di Antonio Fazio, a Viterale. La sua azienda è un presidio Slow Food. Produce e vende oltre alle tradizionali pastille, al pane e alla farina di castagne, le rusarelle: grazie a un particolare metodo di lavorazione inventato da egli si ottengono prelibate castagne morbide e dolci. Il suo esempio di innovazione e continuità con il passato potrebbe essere seguito dai produttori di tutto il Reventino.

Gli antichi castaneti da frutto, se non verranno tagliati ma accuditi e custoditi, potrebbero diventare la meta di quei pellegrinaggi d’autunno tanto cari ad Hermann Hesse, lo scrittore svevo cercatore di quell’ebbrezza sensuale del sud dove noi viviamo.

* Le foto a corredo dell’articolo sono tutte dello stesso autore, Alessandro Mantuano.

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di: La redazione

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