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L’attualità del pensiero di Aldo Moro: dalla «non sfiducia» all’alternanza – PRIMA PARTE

PRIMA PARTE – Nel pieno dell’avvio del quarantennale del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione del maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, dell’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, del  vice brigadiere di polizia Francesco Zizzi, degli agenti di polizia Giulio Rivera e Raffaele Iozzino, desidero offrire ai lettori alcune riflessioni sugli avvenimenti che sono accaduti e sul pensiero di Moro, che oggi trovo quanto mai attuale.

Sono trascorsi tanti anni, da quei giorni, siamo passati dalla Prima alla Seconda Repubblica, ed oggi qualcuno proclama già l’inizio della Terza Repubblica, quella dei cittadini… o della gente, come si usava dire un tempo. Ma in tutti questi anni, un problema non è stato mai risolto. Moro diceva: «La nostra democrazia è zoppa fino a quando lo stato di necessità durerà…», e lo diceva nel corso di un colloquio con Scalfari avvenuto 28 giorni prima del rapimento di Via Fani, dove si parlava del governo trentennale della DC che operava «in stato di necessità, perché non c’è mai stata la possibilità reale d’un ricambio che non sconvolgesse gli assetti istituzionali e internazionali».

Cos’è oggi, la situazione politica del nostro Paese? Siamo finalmente entrati nella fase del ricambio al governo senza il rischio di sconvolgere gli assetti istituzionali e internazionali, come auspicava Moro? Oppure i partiti si trovano ancora nella necessità di dare un governo al Paese, e l’andamento della crisi che precede la formazione di un nuovo governo si svolge senza una visione comune del ruolo e del rispetto delle istituzioni?

«O questi signori vengono a parlare con noi per fare un governo o la prossima legislatura neanche parte. Perderanno la poltrona e torneranno a casa», dice uno. «Chiederemo sostegno in Parlamento al nostro programma senza accordi con i partiti», dice l’altro. E dimenticano – oppure non importa – il fatto che nessuno dei due ha i numeri sufficienti per dare la fiducia ad un loro eventuale governo.

Nel mezzo c’è un signore – condannato in primo grado a tre anni di reclusione per corruzione, poi in appello vicenda chiusa per prescrizione – sul quale i giudici di secondo grado scrivono che «ha pacificamente agito come privato corruttore e non certo come parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni». Vicenda non marginale, se si considera che al centro c’è un parlamentare passato nel 2007 al centrodestra e diventato poi tra gli artefici della caduta del secondo governo Prodi. Un signore che continua ancora oggi, visto che i capigruppo del M5s hanno avvertito l’esigenza di scrivere che questo signore «avrebbe detto ai suoi di convincere quanti più deputati e senatori del MoVimento 5 Stelle a passare con lui. All’ex premier diciamo subito una cosa: i nostri parlamentari non sono in vendita».

Iniziamo il nostro ragionamento soffermandoci su alcune vicende della vita politica italiana, per evidenziare gli elementi di riflessione e per capire in quale misura il percorso ha portato la democrazia italiana ad acquisire gradi di maturità rispetto al passato. E questo ragionamento ci porta inevitabilmente ad Aldo Moro e al suo pensiero. Partiamo, dunque, dalla ricostruzione del clima politico dell’epoca.

Le difficoltà della Dc

Erano i cosiddetti anni di piombo, delle stragi e degli attentati terroristici quotidiani. Le condizioni della Dc erano tra le più difficili della sua storia. Il partito, sconfitto sul divorzio nel 1974 e poi nelle elezioni amministrative del 1975, era stato abbandonato anche dal Psi: il 31 dicembre 1975, Francesco De Martino aveva dichiarato che i socialisti non avevano più alcuna ragione per appoggiare il governo.

Benigno Zaccagnini, nominato segretario dello scudo crociato il 25 luglio 1975, consapevole dell’isolamento della sua formazione, aveva dichiarato: «Io penso che si debba dire apertamente che il tempo delle rendite è finito, che ora siamo in campo aperto, dinanzi ad una società nuova, più articolata ed esigente, di fronte alla quale i consensi o ce li guadagniamo per la nostra capacità politica o non ce li meritiamo».

Nel luglio del 1976 era nato il primo governo monocolore democristiano sorretto dalla «non sfiducia» e il Pci di Berlinguer si era avventurato nel «governo di solidarietà nazionale». Il 17 novembre 1977 Ugo La Malfa aveva incontrato Moro e gli aveva manifestato la sua idea di inserire il Pci nella maggioranza. «La situazione del Paese – scrive La Malfa nei suoi appunti – mi pareva di una gravità estrema e il governo Andreotti assolutamente non in grado di affrontarla».

Dc e Pci si avvicinano

LaPresse – Archivio Storico Politica

Nel frattempo Berlinguer era tornato da Mosca dopo aver preso le distanze dal «socialismo reale», ed i comunisti avevano accettato un documento della maggioranza in cui la Nato veniva indicata come «punto di riferimento fondamentale» della politica estera italiana.

Il 2 dicembre 1977 i metalmeccanici avevano organizzato una manifestazione a Roma. «Perché non vedevano risultati significativi nella politica economica di un governo che pure si reggeva sull’astensione di comunisti e socialisti», scriverà quarant’anni dopo Mario Lavia: «Una delle più grandi e importanti manifestazioni sindacali della storia repubblicana. In un certo senso fu l’ultima grande prova del protagonismo operaio novecentesco». Seguiva la minaccia di sciopero generale, fatta da Berlinguer in televisione la sera del 15 dicembre 1977, ed entrambi gli avvenimenti avevano spianato la strada alla crisi di governo, che si era aperta formalmente quando il capo dello Stato Giovanni Leone aveva accettato con riserva le dimissioni di Andreotti presentate il 16 gennaio 1978.

Dieci giorno dopo, il 26 gennaio, Berlinguer aveva dichiarato: «Bisogna dare al Paese un governo di emergenza per fronteggiare una crisi di gravità eccezionale». Un mese dopo, il 28 febbraio 1978, Moro parlò alla riunione dei Gruppi parlamentari Dc della Camera e del Senato.

Tra Botteghe Oscure e piazza del Gesù era in corso una trattativa che durava da più di un anno, ma il dialogo fra Dc e Pci non era gradito all’amministrazione Usa. Il 12 gennaio 1978 il Dipartimento di Stato americano era intervenuto con una dichiarazione secondo la quale «i recenti avvenimenti in Italia hanno accresciuto la nostra preoccupazione». Le parole successive non lasciavano spazio a dubbi: «Noi non siamo favorevoli alla partecipazione dei comunisti ai governi dell’Europa occidentale e vorremmo veder diminuita l’influenza comunista in questi paesi».

Il disegno di Moro

Archivio storico La Stampa

Il leader democristiano, nel discorso del 28 febbraio 1978, aveva invece affermato che «al sistema delle astensioni, della non opposizione, si dovrebbe sostituire un sistema di adesioni», auspicando una «intesa sul programma, che risponda all’emergenza reale che è nella nostra società». «Perché – spiegò Moro – abbiamo una emergenza economica ed una emergenza politica. Io sento parlare di opposizione, del gioco della maggioranza e dell’opposizione. Sono in linea di principio pienamente d’accordo… Ma immaginate cosa avverrebbe in Italia in questo momento storico se fosse condotta fino in fondo la logica dell’opposizione, se questo Paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno alla prova da una opposizione condotta fino in fondo? Ecco che cosa è l’emergenza ed ecco che cosa consiglia una sorta di tregua e suggerisce di riflettere su un modo accettabile per uscire da questa crisi».

Era la richiesta di un accordo sul programma. E l’operazione – è Moro stesso a riconoscerlo – non comportava «la formazione di una maggioranza politica», perché i membri della Direzione Dc erano stati unanimi nel dire no ad una coalizione politica generale con il Partito comunista. Ma per Moro la Dc non doveva essere solo un partito di testimonianza, bensì doveva proporre un’iniziativa coraggiosa e appropriata alla situazione, sconfinando in un terreno ancora inesplorato: «Questo terreno nuovo e più esposto c’è già, già ci siamo sopra nella vita politica… in molte articolazioni dello Stato democratico… E ci siamo già con altri, nella vita sociale, nei sindacati, nelle associazioni civili, negli organismi culturali, nelle innumerevoli tavole rotonde alle quali siamo presenti».

Tutto questo Moro disse il 28 febbraio 1978, ma già dieci giorni prima egli aveva manifestato gli stessi concetti nel corso di un colloquio con Eugenio Scalfari. Il direttore del quotidiano la Repubblica tenne riservati gli appunti fino al 14 ottobre 1978, giorno in cui li pubblicò «alla vigilia d’un dibattito parlamentare importante, e mentre sono in molti ad arrogarsi la pretesa d’aver capito il Moro di prima e il Moro di dopo, il Moro libero e il Moro in cattività, costruendo castelli di carta, non sempre di buona lega».

Nel corso dell’incontro con Scalfari, Moro affermò: «La Dc marcerà sull’ingresso del Pci nella maggioranza subito. Ma poi credo che ci debba essere una seconda fase, non troppo in là, con l’ingresso del PCI nel governo. So benissimo che sarà un momento “stretto” dalternanza

a superare. Bisognerà superarlo… Soltanto dopo che avremo governato insieme e ciascuno avrà dato al Paese le prove della propria responsabilità e della propria capacità, si potrà aprire la terza fase, quella delle alternanze al governo… La società consociativa non è un modello accettabile per un Paese come il nostro… Dopo la fase dell’emergenza si aprirà finalmente quella dell’alternanza, e la DC sarà liberata dalla necessità di governare a tutti i costi».

Quello che venne dopo è storia: l’agguato di Via Fani del 16 marzo 1978, l’uccisione degli uomini della scorta, il rapimento e poi l’assassinio di Aldo Moro. E la politica di solidarietà nazionale continuò debolmente, tra discussioni e aggiustamenti, fino a esaurirsi nel 1980 con Francesco Cossiga al governo del Paese e Flaminio Piccoli alla segreteria della DC.

di Armando Orlando FINE PRIMA PARTE

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