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L’ANPI del Reventino discute a Carlopoli sul libro “Rosarno” di Giuseppe Lavorato (di Angelo Falbo)

Ospitati nel giardino dell’Hotel delle Rose, ringraziando la responsabile della struttura sig.ra Giusy Talarico, nella serata del 27 Agosto si è tenuto un interessantissimo incontro di culturale e politico.

Il coordinatore della Sezione dei Comuni del Reventino Corrado Plastico ha introdotto il confronto sottolineando la rilevanza civile delle iniziative dell’ANPI durante l’Estate. Poi ha evidenziato gli aspetti più qualificanti del racconto proposto dall’On. Giuseppe Lavorato nel suo libro dal titolo “Rosarno” facendo emergere quanto fossero attuali e indispensabili da riprendere quei comportamenti vissuti da Lui e dai compagni comunisti della Sezione PCI di Rosarno nella lotta contro il malaffare “‘ndranghetista”.

E’ seguita la relazione affidata ad Angelo Falbo, che si può leggere di seguito.

I temi sono stati ripresi in un appassionatissimo intervento dell’autore che ha tracciato le tappe delle lotte bracciantili degli anni 50 e 60 e lo scontro violento di contrasto all’avanzata dell’intreccio criminal-politico nella Piana, con epicentro Rosarno. Con veemenza e focosa tonalità propria dei più applauditi oratori nei comizi di una volta, ha chiarito i meccanismi di trasformazione dell’azione mafiosa passata, raffinandosi, dalla Sicilia alla Calabria al seguito dell’ingente flusso di denaro pubblico investito con il Pacchetto Colombo. Nel libro sono drammaticamente descritte le infiltrazioni, le compiacenze e le malversazioni che prepotentemente trasformarono le famiglie malavitose della Piana in vere e proprie possenti centrali del malaffare a livello internazionale. Tanto da non “tollerare” in alcun modo il dissenso nei loro confronti, passando all’annientamento fisico degli avversari, culminato con l’uccisione dimostrativa del giovane segretario di sezione Giuseppe Valarioti.

Nel suo intervento conclusivo Mario Vallone ha ringraziato l’autore del libro, che sta accompagnando in numerose iniziative, ed ha ricordato quanto sia grande il valore della memoria di quelle “gesta coraggiose” condotte nella Piana e quanto sia importante che fossero conosciute e riflettute dai giovani, ma anche da tanti sonnolenti uomini di cultura e della politica.

Nella propria relazione Falbo esordisce:
L’incontro conclude una programmazione di iniziative estive che l’ANPI ha realizzato per tenere viva e desta l’attenzione dei cittadini sulle problematiche più attuali e critiche che stanno travagliando la nostra società A Noi è toccato di discutere su un contenuto che le problematiche di crisi le presenta tutte. Sulle spiagge, in montagna, dappertutto si stanno presentando libri e autori. Mi permetto di dire subito che il nostro incontro non è per un libro e con un autore di quelli facilmente caratterizzabili.
Non è un romanzo, non è un’autobiografia, non è un giallo, non è un saggio, non è una raccolta…
Certo nella Storia della Letteratura italiana dei generi sarebbe sicuramente collocabile a pieno titolo tra quelli chiamati della “memorialistica”.
Ma in verità questo non è neppure un libro in senso stretto, ma è piuttosto un “documentario narrato”. Invece delle immagini commentate ci sono solo le parole e le immagini Te le crei Tu.
Per persone come me che hanno militato e rappresentato il PCI negli organismi fino ai livelli regionali, nelle candidature e nelle istituzioni è relativamente facile comprendere le parole e costruire immagini.

Tutti anche quelli che hanno soltanto militato, che poco hanno partecipato alla vita delle Sezioni e si sono riconosciuti nelle battaglie del PCI, leggendole possono ritrovarsi in quasi tutte le pagine…  date di avvenimenti nome dei Dirigenti politici e Sindacali intervenuti. Il senso del libro –documentario è ben spiegato a pagina 126 lì dove, in toni determinati ed orgogliosi, traccia alcune argomentazioni esemplari sul valore della Politica – con la P maiuscola.
Quella che è fatta di valori, di passioni di lealtà di lottare con gli altri condividendone generosamente il “destino”.
Quella interessata a cambiare il “destino”, a migliorarlo per gli altri, perché se vi si riesce migliora anche il proprio.
E si è contenti di aver vissuto le fatiche, le insidie, le paure, gli insulti, le minacce, le notti insonni che pure le lotte politiche e sindacali comportano.

Quella che si realizza, la Politica, assumendo assieme agli altri compagni di strada che diventano di vita, il carico di fiducia ottenuto dai più deboli, dagli indifesi, da coloro che meritano ed aspirano ad una società più libera e più giusta, perché affrancati dalle prepotenze e dalle indigenze.
Quella che a voler tirare il bilancio delle proprie azioni Ti sollecita a chiederTi speranzoso se di quella fiducia a Te accordata sei stato degno. Con questo auspicio conclude il suo scritto Giuseppe Lavorato in linea con lo spirito di cui ha pervaso ogni argomento trattato.

E questo auspico, posto alla fine del Suo scritto aveva avuto già un riscontro positivo durante la manifestazione del Premio intitolato a Giuseppe Valarioti: il premio di quell’anno venne attribuito ai ragazzi delle scuole che si erano impegnati in una approfondita ricerca sui nefasti comportamenti di tanti appartenenti alle congreghe mafiose – ‘ndranghetiste che costantemente si impegnavano ad opprimere la popolazione tenendola nel ricatto estorsivo, sotto  le ripetute minacce alle persone e i danneggiamenti alle cose (incendi, ruberie, distruzioni, tagli di alberi, …) fino alla soppressione fisica delle persone che si ostinano a contrastare i disegni delle proprie ambizioni , le prepotenze, le speculazioni rivolte al dominio sulle persone e sulle cose, per annientarne le coscienze. per intimorire, terrorizzare e disperdere quanti fossero ancora determinati a resistere.

In quella manifestazione, con tanti ragazzi gioiosi e consapevoli Egli aveva potuto vedere come i frutti della semina sua e del gruppo di compagni che da anni guidavano la lotta erano stati fecondi: quei ragazzi erano i nipoti di coloro che negli anni di violenze inaudite avevano saputo tener alta la testa e l’onore della comunità rosarnese, dei compagni, dei lavoratori, delle persone oneste e di quasi tutti gli amministratori dell’intera Piana.

Quei ragazzi mentre sfilavano, quando intervenivano, quando solo lanciavano slogan e appelli a resistere uniti per vincere il connubio malefico del malaffare affaristico e criminale si apprestavano a prendere il testimone delle tante lotte sociali e politiche che nei paesi della Piana, non solo a Rosarno, avevano saputo contrastare le prepotenze mafiose riuscendo a conquistare spazi di democrazia, di giustizia, di emancipazione e diritti civili.

Quando si nasce non si sceglie né il nome né il luogo. Ma ognuno, a prescindere da come si chiama e di dove si trova, si deve sentire impegnato a migliorare con gli altri le condizioni generali di tutti a partire di chi ha più bisogno ed è indifeso.
Un tale insegnamento Giuseppe lavorato lo fa sentire fin dalla dedica che rende attualissima:

Ai migranti nel deserto ed annegati nel mediterraneo.
Il concetto di solidarietà umana e del senso idealmente profondo da dare alla vita lo esplicita ancor meglio riportando nella pagina successiva un pensiero di Mandela.

Gli ideali che accarezziamo, i sogni più irrealizzabili e le speranze più ardenti possono non realizzarsi mentre siamo in vita.
Ma questo è irrilevante.
La consapevolezza di aver fatto il proprio dovere e di avere vissuto all’altezza delle aspettative dei propri compagni è di per sé un’esperienza molto gratificante e una magnifica conquista.

Il sottotitolo evoca subito il contento.

Conflitti sociali e lotte politiche in un crocevia di popoli, sofferenze e speranze.
Il sottotitolo, a questo punto, fa di Rosarno il luogo emblematico, la comunità simbolo di tutte le battaglie, sindacali e politiche ,  che nel tempo si sono combattute lì e altrove, indirizzate a migliorare le condizioni di uomini e di donne che nel lavoro o nella mancanza di lavoro, si trovavano sottoposte al giogo delle prepotenze dei ceti sociali possidenti e benestanti, appartenenti sia a quello che fu definito “blocco urbano “ o all’altro definito “blocco rurale”.

I braccianti, le raccoglitrici di ulive, le piccole attività commerciali ed artigianali, le diverse categorie di lavoratori o di giovani disoccupati che si vennero a trovare in difficoltà e a rischio di finire preda dei boss locali nel racconto di Giuseppe Lavorato trovarono un baluardo a loro difesa eretto dai Compagni comunisti e dai Sindacalisti della CGJL, soprattutto. E solo da loro, più singole altre persone.

In condizioni drammatiche, anche nell’isolamento totale. Le pagine di Lavorato indicano concetti chiari da assumere con comportamenti altrettanto chiari e determinati.
Le ingiustizie non si osservano né si chiacchierano si combattono.
Lo strumento della lotta politica per Peppino Lavorato è il PCI.
Lo strumento della lotta sociale è il Sindacato, per Peppino Lavorato e i comunisti rosarnesi è la CGIL.

In quel tempo, fin dalla sua nascita… e per tutti gli anni avvenire fino al dissolvimento del Partito comunista la CGIL e il PCI, sembravano una cosa sola.
Non erano la stessa cosa, anche perché nel Sindacato vi era una forte corrente socialista ed anche altre appartenenze politiche, non erano la stessa cosa ma si “chiamavano a vicenda” e Tanti dirigenti dell’uno spesso li trovavi nell’altra e viceversa.
Una lotta sociale delle raccoglitrici di gelsomino in sciopero riceveva il pronto sostegno dei compagni della sezione del PCI.
La minaccia di devastazione alle sezioni e alla Federazione reggina da parte dei “boia chi molla” trovava pronti i sindacalisti e i lavoratori delle categorie a proteggere vigilando e picchettando.
L’autore inizia rievocando un episodio di occupazione delle terre circa mille ettari in una località incolta divenuta mitica nella storia del Paese: Bosco Selvaggio.
C’era fame, mancava il lavoro, i braccianti venivano sfruttati e molte terre rimanevano incolte.
Questa della “terra” in tutto il mezzogiorno è stata da sempre una rivendicazione aperta.

Latifondi, baronie, caporalati avevano perpetuato un’ingiustizia sociale ed accresciuto una tale rabbia nel corpo sociale dei diseredati che venne ben descritta nella novella “Libertà” da Verga. Con il massacro di Bronte.
Gli entusiasmi garibaldini, il manifesto di Milazzo con cui si annunciava la distribuzione della terra aveva convinto che si potevano occupare le terre dei Don e che potevano dividersele.
Si rivelò una tragica illusione perché la volontà delle truppe guidate Nino Bixio di mantenere comunque l’”ordine costituito” costo l’amara esperienza di fucilazioni e lunghi anni di galere.
Già prima che nascesse il nuovo Stato si presentava con il volto crudele dell’inganno, e lasciva insanguinate le terre del Mezzogiorno.

Gli episodi per l’occupazione delle terre non si contano durante il Regno e negli anni di nascita della Repubblica.
Sindacalisti, capi lega, segretari di partito, uomini schierati per il diritto al lavoro compongono un elenco infinito di persone trucidate. …in Sicilia, in Calabria, in Puglia.
Ricordiamo qui, per rendere onore a Tutti le stragi di Portella della Ginestra e di Melissa.

Anche qui a Carlopoli e a Castagna, ma in tutta la zona, ad Adami di Decollatura a Colla di Soveria Mannelli a Serrastretta il fenomeno dell’occupazione delle terre è stato presente ed ha portato in tribunale e al carcere diversi braccianti e contadini, guidati da compagni socialisti e comunisti più attivi e finiti sotto i rigori delle leggi.

Quando andava bene venivano denunziati e segnalati e successivamente veniva loro impedito di emigrare per esempio begli Stati Uniti e soprattutto in Australia: la mia stessa famiglia, negli anni di bisogno, è dovuta restare a Carlopoli anche per un tale divieto.
Queste storie, della Lega dei contadini e delle occupazioni riuscite e no, come quelle brigantesche svoltesi in queste zone o come le azioni antifasciste durante il regime, più che dai Genitori, al gruppo di giovani che negli anni sessanta ci vide avvicinarsi prima alla FGCI e poi al PCI ce le raccontavano i compianti compagni “anziani” di Carlopoli e di Castagna.

Dai Compagni Serafino, lungamente segretario di sezione e punto di riferimento costante degli organismi di partito in quei tempi, da suo fratello Gaetano, da Mussari Mario Carmine, uno sempre giovale e diplomaticamente capace di intessere relazioni positive in ogni direzione, da Bruno Arcuri, uno dei più puntigliosi compagni, da Graziano, mio Padre stesso.

E in questi casi va chiesto scusa a coloro che non vengono citati pur essendo stati compagni di lotta e di valore politico.
Giuseppe Lavorato che ha vissuto ben altre vicende più intensamente e più pericolosamente molto rispettosamente ogni qualvolta ha dovuto citare dei nomi ha chiesto di essere scusato nel caso si fosse scordato di qualcuno… Non è un modo di fare.

E’ il segno di un tratto di umanità e di profonda consapevolezza politica di sapere che la lotta non l’ha fatta solo Lui e quelli citati, ma anche coloro che c’erano e non sono nominati… Ma non solo loro, ma Tutti coloro che si sono trovati iscritti o non iscritti, militanti o no, si sono trovati accanto per lottare insieme per l’obiettivo comune.

Voglio sottolineare che nel raccontare un episodio importante in una fase di scontro per con una manifestazione di contrasto decisiva contro le azioni mafiose Egli, pur di non rischiare di dimenticare nessuno dichiara di aver cancellato del tutto nella pubblicazione l’elenco già preparato dei protagonisti che stava citando. Un atteggiamento di grandissima sensibilità. La lettura delle pagine in cui si descrive il processo di consapevolezza politica.

Quando da universitario invece di preparare l’esame di Filosofia rimanda lo studio per leggere Gramsci e Marx risveglia nel lettore che ha vissuto simili esperienze tante emozioni e sollecita evocazioni di comportamenti e tempi che sembrano essere stati di secoli addietro…
Il ritorno a casa da Messina, la curiosità di apprendere, di imparare, l’avvicinamento alle Persone adulte che ne sapevano di più, che avevano vissuto esperienze di lotta antifascista, di lotta sociale, di scontro politico.
In ogni Paese ci sono state queste figure, queste Persone che si sono battute per un “mondo migliore”, contro le prepotenze, in difesa degli umili…
Sono sempre state figure affascinanti che nella propria comunità hanno testimoniato che con altro mondo deve essere possibile, hanno dato l’esempio.
A volte si è trattato di giovani nati in famiglie benestanti, che per le loro sensibilità avvertivano il disagio di non condividere comportamenti ed idee del mondo di provenienze e piuttosto sceglievano compagnie considerate di appartenenti non al pari del suo livello…Giovani che entravano nelle bettole, stabilivano amicizie e solidarietà con le persone in lotta, si schieravano dalla loro parte.

Venivano mal considerati negli ambienti benestanti, a volte mal compresi negli stessi sodalizi dei giovani disoccupati, ma venivano ben apprezzati da parte di chi sapeva vedere più in avanti per scoprire l’umanità e la generosità delle persone come Cosimo Pirozzo. Un Giovane che predicava libertà e Giustizia negli anni del Fascismo, che espatriò e che scelse di partecipare alla Guerra civile spagnola a sostegno del fronte democratico e libertario dei socialisti e comunisti contro l’avvento di quella che sarà la Dittatura franchista sostenuta da Mussolini ed Hitler come prima prova di quel che avverrà a breve.

Il filo che collega date, episodi, persone e luoghi nel racconto di Giuseppe Lavorato è la lotta.
Da giovani cresce l’ansia di sapere e sognare. Quel che si è trovato non va bene. Troppe storture, troppe contraddizioni, troppe ipocrisie e troppe ingiustizie. Si passano serate e nottate tra pochi amici a discutere a bere qualcosa, a passeggiare…
Gli anni sessanta per i Giovani erano tempi di maturazione delle coscienze, oltre alle indicazioni alle testimonianze agli esempi lasciati dai propri cittadini combattivi o ancora testimoniati da quelli viventi c’erano i sussulti dello scenario internazionale.
Si discuteva di Russia, di America, di Vietnam, di Cuba.
Quanti Giovani anche nelle sezioni dei nostri Paesi interni, al ritorno dalle Università si sentirono trasportati dal vento dell’impegno e si resero consapevoli di doversi schierare.

Come la giraffa il PCI a cui Giuseppe ed altri si accostarono nel 62 a Rosarno, si imparò presto a guardare lontano stando con i piedi per terra.
Un insegnamento che cambia la vita: la lotta non è un invito a pranzo: se vuoi cambiare le cose il trasporto e l’entusiasmo delle idee, benché genuino, generoso e vibrante, non può essere condotta, la lotta, senza aver chiaro l’obiettivo, senza valutare le difficoltà, senza essere con altri, anche con altri che ne sanno più di Te, poi magari imparerai ad esser più bravo Tu.

Senza queste consapevolezze si creano frustrazioni, delusioni e velleitarismi. Non Tutti son d’accordo che il mondo va cambiato e Ti accorgerai che Troppi non voglion cambiarlo come credi sia giusto Tu.
Scopri ben presto che la lotta determina conflittualità crescenti, quanto più Tu vuoi incidere con il cambiamento.
Se vuoi un mondo più giusto devi contrastare le prepotenze e i privilegi, ma chi ce li ha e li esercita vuole invece accrescerli.
La scuola del Partito e del Sindacato in quegli anni 60 e settanta, del PCI e della CGIL era molto formativa. Intanto c’erano dirigenti di altissimo valore che avevano fatti i conti con esperienze di lotte clandestine o di manifestazioni pubbliche che giungevano dopo varie fasi di preparazione avendo chiaro che era sempre necessario il coinvolgimento massimo possibile di quei ceti, di quei lavoratori, di quelle fasce di popolazione che si intendevano difendere.

Lavorato scrive che un compagno rosarnese che gli ha dato molto, accanto all’ammirazione inestimabile che egli nutre ancora verso il giovane segretario Valarioti trucidato è stato Turi Bonfiglio.
Quando ho letto gli episodi di questo compagno mai conosciuto mi sono fermato per un grande moto di commozione.
In verità mi è toccato quasi in ogni pagina di fermarmi e mettere a fuoco emotivo le vicende e i nomi che man mano leggevo  e che rivivevo nelle esperienze vissute con i compagni della Sezione Gramsci di Carlopoli e di Castagna ed anche con i Compagni delle sezioni dei Paesi vicini con cui ci si vedeva e si decidevano insieme iniziative di zona: per la Scuola, per i Trasporti, , per La Sanità, per le scadenze degli impegni elettorali e per le vicende a cui il Partito ci chiamava. E tante volte anche il sindacato.

Scorrono i nomi di tanti dirigenti nazionali da Macaluso, a Ingrao (il più applaudito) a Napolitano, a Reichlilin a Pio La Torre, a Natta, a Tortorella, a Chiaromonte a Occhetto a Berlinguer, ai sindacalisti a Lama a Trentin…

A quelli a noi più vicini    Poerio, Lamanna, Scarpino, Pingitore, i Fratelli Riga, Fittante, ai Dirigenti Regionali da Franco Ambrogio, Martorelli, Politano, Fabio Mussi allo stesso Enzo Ciconte da segretario di federazione provinciale, oggi valoroso studioso e scrittore di numerosi saggi sul fenomeno “‘ndranghetista”.
Mentre restavano nelle nostre sezioni i nomi e gli echi delle presenze dei Miceli.
Con loro negli incontri e nelle manifestazioni si vivevano senza esserne fisicamente partecipi le lotte che si conducevano in Calabria, da Sibari a Praia a Mare, a Lamezia Terme, nella Piana, a Reggio Calabria, a Locri, a Crotone.
Ogni qualvolta c’era una lotta per una vertenza impegnativa, un attentato, una manifestazione antigovernativa, una manifestazione di solidarietà per vicende internazionali.

La vita di sezione era davvero una scuola di formazione, di orgoglio di lottare, di identificazione in passioni, ideali, valori, con comportamenti di generosità come sempre Lavorato scrive per ciascuno dei compagni ricordati.
Per Lui la “generosità è una qualità distintiva “generosità” e “generoso” sono i termini più ricorrenti da Lui attribuiti ai compagni conosciuti…un bel segno di stima di qualità dei sentimenti, umana,
La preparazione delle tornate elettorali, le discussioni per le candidature, per le alleanze, per la linea da tenere, per i contenuti dei documenti.

I congressi ben calendarizzati e pubblicizzati (non fatti per finta e falsificati pur di agevolare le corse delle convenienze personali come accade oggi).
I volantini per avanzare proposte, per attaccare gli avversari, per informare i cittadini, per rispondere ai loro attacchi, per chiamare alle iniziative…

Il caseggiato… la discrezione o l’impudenza di porgere i fac simili anche nelle case degli avversari conclamati… Anche nelle battaglie elettorali più accese abbiamo badato a non far disperdere il rispetto alle persone da incontrare comunque il giorno dopo…. Bello l’episodio raccontato nel libro di quel compagno socialista che nel mentre rifiutava il fac simile del PCI si sentì spiazzato dalla moglie che invece orgogliosamente rivendicava la sua libertà esclamando… No qui vota socialista solo lui, noi votiamo comunista.

La diffusione ordinaria e straordinaria dell’Unità nelle ricorrenze del 25 Aprile, primo Maggio, Due Giugno ed in ogni occasione di necessità.
Un giornale che come Paese sera e le riviste più impegnative sul piano teorico di Rinascita e Vite Nuove ha informato e formato le generazioni soprattutto degli anni 60-70-80- per essere posto al silenzio anche in questo periodo in cui ce ne sarebbe un gran bisogno.
La paura per la battaglia referendaria… i senza Dio… gli insulti subiti e le discussioni in casa dove, nell’evidente approvazione di quel che Tu stavi facendo i Genitori esprimevano i timori per il “tuo avvenire” esposto ai ricatti, e della inquietudine di una Madre timorosa perché non Ti accadesse il peggio, nel mentre anche le comari magari borbottavano sull’appartenenza del figlio legatosi alla compagnia dei… senza Dio

Bello anche qui l’aneddoto della Madre di Giuseppe che ritrovandosi ad incamminarsi verso la Chiesa per andare alla santa Messa mentre il figlio si reca ad un picchettaggio in difesa delle raccoglitrici di gelsomino esclama …Vai, tanto Dio è in Chiesa dove vado io, ma è anche dove vai Tu e ci sono persone che lottano per i loro diritti.

Non Tutti i Sacerdoti condividevano queste convinzioni e tali comportamenti.
I disagi maggiori si verificavano quando un compagno comunista moriva e si aveva lo scontro se poteva o non poteva fare entrare la salma in Chiesa e celebrare la normale S. Messa funebre.
Infiniti sono i racconti, a volte gustosi, furbeschi o anche per meschina miopia, che vivono nella memoria collettiva delle comunità… qui, a parte alcuni episodi locali più forte è stato vissuto l’episodio di un funerale di un comunista di Adami…

Ritornando a Turi Bonfiglio: la sua vicenda di vita evoca la disgraziata sorte capitata a tanti semplici lavoratori partiti per migliorare le condizioni delle proprie famiglie ed invece poi rientrati in una bara…era un combattente comunista serio, capace onesto e generoso… la famiglia cresceva… le difficoltà aumentavano… a Rosarno non si migliorava…” …parto, faccio un po’ di soldi per comprare una casa qui perché si deve sposare e poi così non sarà soggetta a nessuno e non dovrà partire….”. Dalla Germania tornò in una bara, lasciando desolati i familiari, ammutoliti i compagni, scossa l’intera comunità    Quanti di questi episodi tragici abbiamo vissuto in questi nostri Paesi…

Quante volte anche a Carlopoli tutti ci siamo recati alla e periferie di entrata nel Paese in una curva favorevole allo sguardo più lungo per vedere arrivare il feretro mentre le campane stagliavano nel cielo onde sonore tristi e infauste per Pettinato che rientrava dalla Svizzera… per Caligiuri che rientrava da Milano… come Greco…

Nelle tue pagine caro Giuseppe ci ritroviamo.
Impegnati nel PCI e nelle vicende di vita, degli impegni di lotte legate al lavoro, alla emigrazione, alle passioni ed alle volontà di rendersi utili agli altri, a partire dai più indifesi.
La Tua presenza mi ha convinto di dare a mio intervento questo taglio, sapendo che qui è più giusto sentire parlare te, che ne sei stato uno dei protagonisti più impegnati ed esposti in quella che negli ultimi decenni si è presentata come la lotta tanto prioritaria quanto minacciosa, crudele e mortale negli esiti:
Noi da Carlopoli siamo venuti nel tuo Paese, come tanti compagni di questa zona, di Soveria Mannelli, di Cicala, di Decollatura, di S. Pietro Apostolo, di Tiriolo, eravamo nel corteo che accompagnava il feretro del giovane e combattivo segretario di sezione Giuseppe Valarioti… non lo conoscevamo di persona, ma lo conoscevamo attraverso le notizie sulle sue coraggiose ed appassionate iniziative che avevano al suo fianco tra i tanti anche Te.
10 giorni dopo partimmo per Cetraro per dare l’estremo saluto a Giannino Losardo altro indomito combattivo amministratore caduto per mani mafiose.
Vedi Giuseppe quelli furono giorni, settimane, mesi ed anni insanguinati.

Gli anni settanta e ottanta man mano che cresceva ed avanzava il movimento progressista guidato dai Sindacati, dal PCI e da forti settori democrati del Paese presenti nello stesso PSI e nella stessa Democrazia cristiana più forte e feroce si fece il fronte reazionario.

Oggi appare più chiaramente come l’avanzata popolare, democratica, dei diritti sociali e civili, delle libertà, del lavoro per l’attuazione dei principi costituzionali fu fermata da una forza reazionaria in parte sottovaluta nella sua portata e finalità disgregatrice dello Stato repubblicano per annientare ogni forma di anelito progressista non disdegnando di rendersi complice, o di affiancarsi o di utilizzare forme estreme di lotta violenta con ceti malavitosi di ogni genere e ovunque.

Quello che vi succedeva a Rosarno e nell’intera Piana soprattutto dopo gli inganni del famoso Pacchetto Colombo che drenò miliardi e miliardi intorno ai quali il malaffare politico mafioso si è ingrossato ed ingrassato si deve inquadrare nello scenario drammaticamente luttuoso.

Dei tentativi di golpe.
Degli attentati e della uccisione di singole persone.
Delle stragi.
Vengono i brividi a leggere l’elenco dei caduti negli anni sessanta, settanta e ottanta
La Piana era un epicentro di lotte sociali e politiche resistenti, il cui stroncamento fu lasciato alle cosche locali   accecate dai guadagni accaparrati per i lavori del Porto e delle e altre opere finanziate del Pacchetto Colombo.
Dal Quinto centro rimasto alla inaugurazione di Andreotti della rituale “prima pietra”.
Alla Centrale a carbone il cui progetto fortunatamente fu sconfitto tra le iniziali incomprensione dei Compagni comunisti locali contrari, da parte degli organismi direzionali del Partito ad ogni livello.

Mentre a dimensione nazionale le popolazioni venivano ammutolite e terrorizzate con stragi di portata inverosimile per le quantità di tritolo usato e di vittime causate, nelle stazioni, sui treni, nelle piazze, sulle autostrade, contro edifici e luoghi simbolici, fino alla uccisione di alte Personalità politiche, della Magistratura, delle Forze dell’ordine… a Rosarno e nella Piana si combatteva in drammatica solitudine contro le potenti cosche affaristiche di potere politico “ndranghetista”.

Nelle pagine si leggono i viaggi dei dirigenti comunisti che scendevano prontamente nel Tuo paese, caro Giuseppe, a solidarizzare, a incoraggiare. a resistere e a non cedere abbandonando quei luoghi e quelle popolazioni alle angherie incontrastate.
Quei compagni, quei sindacalisti, quelle persone e quelle comunità pagando alti prezzi personali hanno garantito che lo “stato democratico” non venisse sconfitto.
Manifestazioni continue, processi dall’alterno esito, complicità e compiacenze.
Gli affari si ingigantivano le cosche divenivano più baldanzose e crudeli.
Le trasformazioni sociali avevano interessato anche loro.
Gli eredi quarantenni dei vecchi capibastone, istruiti e ben edotti dei meccanismi amministrativo-istituzionali raffinarono ben presto le strategie infiltrandosi prima e divenendo poi presto i protagonisti diretti nelle rappresentanze istituzionali, senza mai abbandonare il proposito di annientare fisicamente i resistenti.

Qui non è il caso che faccia gli elenchi degli attentati minacciosi, delle devastazioni simboliche a luoghi pubblici, o delle ripetute vere e proprie incursioni violente avverso alle persone e alle cose.
Né di considerare come, se anche il Partito e il Sindacato non ha mai lasciato solo nessuno, le Istituzioni centrali lo hanno fatto.
Quelle periferiche si sono prodigate per arginare e debellare il fenomeno, pagando anche singolarmente cari prezzi.
Quelle centrali, assorbite è vero dalla gravità delle continue stragi, non si sono mobilitate a dovere.
Per cui, come risulta dagli episodi raccontati la popolazione si, dopo qualche flessione e temporaneo disorientamento, la popolazione rosarnese, come quasi tutta quella della piana, ha sempre prontamente reagito, ha sempre tirato fuori le energie morali ereditati dai fondatori dell’antica Medma.

Coraggiosi, appassionati, e generosi.
Qualità profuse anche nelle intemperie dei tempi malvagi che viviamo, che ci stanno rendendo incapaci di afflato umano e solidarietà e che, al netto delle male gestioni sempre da contrastare, impediscono le serietà delle posizioni offuscando le coscienze, con insorgenze razzistiche.

Concludendo:
Dalla lettura sentimentalmente emotiva e partecipata, ma politicamente lucida che ho potuto svolgere del Documentario Memoriale scritto di Giuseppe Lavorato. Secondo me possono partire da questo incontro due richieste, via ANPI.

La prima richiesta, un po’ costruttivamente, ma critica e polemica:
Visto che qualcuno è in vena di dare lezioni di politica, va rivolta al Segretario del PD e al Segretario Generale della GGIL, affinché ogni dirigente legga e discuta il contenuto sociale, politico, sindacale, storico e culturale di questo testo, da considerare testo studi in un corso per la formazione politica e sindacale degli appartenenti orientati a Sinistra.

La seconda, più nobile e pertinente:
Scrivere al Presidente Mattarella, che di violenza mafiosa ne sa ben troppo, invitandolo a considerare di attribuire alla Comunità di Rosarno, quale epicentro di lotte civili dell’intera Piana, una onorificenza civile. Per me da calabrese, meridionale e italiano sostenitore determinato dell’attuazione dei Principi della Costituzione contrario ad ogni subdolo rimaneggiamento, l’assegnazione di una Medaglia al Valore civile ai Cittadini resistenti di Rosarno e della Piana sarebbe giusta, anzi doverosa.

Se ci vuole una Commissione per decidere si consegni ad ogni componente di essa il Documentario di Giuseppe Lavorato senza togliere alcun merito ai tanti giornalisti, studiosi e scrittori che si sono adoperati per far conoscere quanto vilmente viene commesso contro popolazioni che civilmente tentano di riscattarsi.

Grazie a Giuseppe Lavorato
Grazie a Voi Tutti per la partecipazione
Angelo Falbo (Carlopoli, 27 agosto 2019)

di: Angelo Falbo

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