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La Sila: tra risorse, realtà e tradizioni

di Pietro Marchio –

La montagna per anni è stata considerata luogo ricco di insidie e pericoli, come qualcosa da cui tenersi lontani. Si è dovuto attendere a lungo perché la montagna diventasse parte importante del territorio. Accanto all’immagine negativa, c’è una visione positiva della montagna. La montagna nella storia delle religioni è un luogo sacro, una meta a cui tendere. Montagne, boschi, grotte, fiumi, acque costituiscono anche i luoghi della devozione popolare della Calabria. Per i pellegrini calabresi la montagna non è soltanto un centro mitico, ma anche un centro spaziale, economico, culturale.

Braudel ricorda che la montagna è un ostacolo, ma nello stesso tempo un rifugio e luogo di libertà e di risorse. In molti luoghi del Mediterraneo, la montagna ha rappresentato luoghi da cui fuggire, in altri invece, è il caso della Calabria, ha rappresentato luoghi dove rifugiarsi. I testi di tradizione orale insistono sulla montagna come una sorta di Eden, luogo di abbondanza e di benessere. Nei canti di tradizione natalizia si narra che, nella notte sacra (ovvero nella notte di natale), dai monti e dalle valli scorre latte e miele.

Ora, l’immagine della montagna come una sorta di paradiso è frutto solo della fantasia e del mito popolare o trova qualche riscontro nella realtà?  La montagna oltre ad essere luogo di forme di cultura popolare, di devozioni e di saperi, non ha costituito anche luogo di produzione, economie, culture che hanno consentito per secoli la vita delle popolazioni?

Si può constatare come in epoca moderna ci troviamo di fronte un paesaggio pluralistico, caratterizzato dalle foreste e dai grandi boschi delle alture, agli olivi, agli aranci e ai gelsi dei bassi pendii. Così come siamo in grado di constatare una varietà di piante da frutto, dai meli, ai fichi, dai castagni ai prugni che caratterizzavano il territorio delle zone montane e collinari. Le castagne costituivano un alimento spesso fondamentale, molto richiesto, che diventava oggetto di scambio con prodotti che si trovavano giù a valle.

Le patate vengono coltivate per la prima volta a inizio Ottocento (qui vorrei fare una precisazione: furono i francesi sotto il periodo napoleonico a costringere i contadini calabresi a coltivare le patate, pianta fino ad allora sconosciuta. Le patate venivano utilizzate inizialmente come pianta ornamentale) proprio nelle zone montane della Calabria dove diventeranno elemento tipico e daranno origine a piatti delle cucina “tradizionale”. (Quando si parla di piatti tradizionali bisogna prestare particolare attenzione. Molte sagre calabresi hanno scopi principalmente lucrativi, per cui si rischia di considerare un prodotto “tipico” quando non lo è mai stato). Le colline interne diventano le zone migliori per la coltivazione e produzioni di legumi e di piante appartenenti alla famiglia delle Solanacee (tipo il peperoncino), che a quanto pare arrivavano dalle Americhe, grazie alle condizioni climatiche favorevoli e anche per il sostentamento e l’affermazione di nuove pratiche culinarie.

Ai prodotti dell’agricoltura bisogna aggiungere quelli derivanti dall’allevamento e dalla pastorizia. Nelle montagne calabresi si riscontrano buone pratiche nella conservazione delle carni suine e nella preparazione degli insaccati. Le ghiande dei boschi hanno avuto rilevante importanza per l’allevamento dei suini. Principalmente le popolazioni avevano un consumo discreto, ma non assolutamente frequente, di carne di capretto e agnello. La Sila, costituiva ambienti climatici favorevoli nella crescita di piante selvatiche, aromatiche e officinali che trovavano largo impiego nella cucina e nella medicina popolare. Nella prima metà del Novecento una risorsa di rilevante importanza è la legna dei boschi e delle macchie.

La produzione del carbone è un’arte economica non secondaria nei paesi silani. Il possesso della legna, delle ghiande e delle castagne ha costituito un uso civico, in particolare il legname per il fuoco, che è stato più importante del pure irrinunciabile pane. Non dimentichiamo inoltre, l’importanza della neve di cui sono ricche le montagne. L’inverno portava con sé lunghe nevicate che costituivano causa di disagio e di miseria per le popolazioni montane. D’altra parte la neve non implicava solo difficoltà e malessere.

Secondo alcune descrizioni la mancanza della neve peggiorava le condizioni di salute delle popolazioni dei paesi colpiti dalla malaria.
La neve trovava largo impiego nella preparazione dei gelati.
Il ricorso alla neve nei paesi della Sila viene descritto anche da alcuni viaggiatori che giungevano in Calabria.
Ai carbonari (ma non solo) spettava il compito di raccogliere e conservare la neve  durante i mesi invernali.

D’estate, si trasportava con gli asini per venderla nei paesi che si affacciavano lungo la costa.  I gelati preparati con la neve costituivano l’elemento principale delle fiere e delle feste durante le caldi giornate estive. Il bilancio della montagna, scrive Braudel, non è così povero come si supponeva a priori. La vita è possibile, non facile. La mano deve lavorare i campi sassosi, trattenere la terra che fugge, zappare, piantare, pulire, raccogliere. Le donne devono crescere i figli, cucinare, lavorare nei campi, raccogliere le ghiande e le olive, andare a legna, andare alle fonti, fare le conserve.

Possiamo prendere in considerazione le parole di Braudel: «E ogni volta bisogna affrettarsi, approfittare delle ultime piogge di primavera o delle prime autunnali, dei primi o degli ultimi giorni buoni. Tutta la vita agricola, e quindi il meglio della vita mediterranea, si svolge sotto il segno della fretta: la paura dell’inverno è là, bisogna riempire cantine e granai».

È forte l’attrazione e il richiamo della montagna che in Calabria gli stereotipi del montanaro, non hanno la stessa forza e la grande diffusione che in altri parti del mediterraneo. Il montanaro calabrese è visto e percepito come uomo forte, rude, tenace e testardo. Se mai i “diversi” appaiono i marinai, i pescatori, le persone delle coste. Non è un caso che lo spopolamento dei paesi dell’interno, dovuto ad invasioni, terremoti, malaria, alluvioni, agli spostamenti recenti lungo le coste e alle grandi emigrazioni, è una costante della storia calabrese fin dal medioevo e vengono percepiti e descritti dagli scrittori e intellettuali calabresi, come fine dell’antica identità.

Oggi il fenomeno assume dimensioni vistose, drammatiche, da fine dell’identità di un mondo. La vita in montagna va considerata come scelta e opportunità degli uomini del passato, non come necessità e limitazione.

Interi paesi dell’alto e basso Jonio, dell’alto e basso Tirreno, si svuotano giorno dopo giorno. Ogni centro abitato ha dentro di sé una sua parte vuota, morta, abbandonata e fatiscente. È la fine, la dispersione dei paesi arroccati, dei paesi presepe dove per secoli si sono svolte le vicende delle popolazioni calabresi. Il rischio più grande è che non vi siano più le persone interessate a custodire memorie. Se in passato la Calabria si è presentata «un’isola senza mare», oggi bisogna evitare il rischio che resti un’isola senza un retroterra con cui comunicare.

Pietro  Marchio – Storia della Calabria e della Sila

di: La redazione

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